Stampa

Il Pd attacca Teso sul potenziamento dell’ospedale
«Le fughe nell'Ulss 10 non si combattono potenziando l'ospedale di Portogruaro». Da Jesolo un duro attacco a Moreno Teso dopo un'intervista rilasciata in tv nella quale sostanzialmente aveva lasciato intendere la secondaria importanza dell'ospedale di Jesolo rispetto a quelli di Portogruaro e San Donà. «Il consigliere regionale del Pdl Moreno Teso, originario di Bibione, - spiegano Massimo Zaramella e Roberto Rugolotto del Pd jesolano - dichiara la necessità di chiudere l'ospedale di Jesolo, lasciando solo un grande pronto soccorso, e di potenziare, invece, l'ospedale di Portogruaro per eliminare le cosiddette fughe, cioè la propensione degli abitanti del Portogruarese di rivolgersi a strutture sanitarie del vicino Friuli. Il Partito Democratico di Jesolo ha fatto una sua proposta con un documento approvato già nella scorsa estate e pubblicizzata in vari modi. Noi riteniamo, a differenza del consigliere regionale Teso, - aggiungono - che nel Veneto Orientale non solo quattro ospedali sono troppi, ma che anche due, così strutturati, sono troppi. Noi siamo per un ospedale di rete che opera in tre presìdi, a San Donà a Portogruaro e a Jesolo. Cosa significa questo? Significa che i tre presidi dell'ospedale di rete devono dividersi le mansioni ed eliminare i doppioni. Tra l'ospedale di San Donà e quello di Portogruaro ci sono otto reparti uguali, con posti letto. Le fughe che il consigliere Teso lamenta - concludono - non si combattono potenziando l'ospedale di Portogruaro, cioè aumentando i servizi. E con quali risorse poi, forse con quelle che si ricavano dalla chiusura dell'ospedale di Jesolo? Le fughe si combattono aumentando non la quantità ma la qualità dei servizi. E la qualità dei servizi si ottiene, per esempio, accorpando i doppi reparti di Cardiologia, Anestesia e Rianimazione, di Psichiatria, per avere singoli reparti di vera eccellenza suddivisi nei tre presidi dell'ospedale di rete». Infine gli esponenti del Pd ritengono indispensabile la presenza di tre Pronto Soccorso anche per i numerosi turisti presenti d'estate. (Fonte La Nuova Venezia 17.01.2012)

Il Tar respinge il ricorso del Comune contro la centrale della Cereal Docks
Il Tar (Tribunale amministrativo regionale del Veneto) ha respinto in toto tutte le argomentazioni avanzate dal Comune di Portogruaro e dal “Comitato No alla centrale a biomasse vegetali della Cereal Docks”, che si era costituito “ad aiuvandum” dell’Amministrazione comunale, contro la Cereal Docks di Summaga di Portogruaro, che ha costruito una centrale a biomasse vegetali rinnovabili per la produzione di energia elettrica e termica.
Il Tar tra l’altro ha sottolineato la “tardività del ricorso originario” e ha respinto tutte le argomentazioni del Comune e del Comitato, riconoscendo la regolarità di tutti i procedimenti perseguiti dalla Cenreal Docks, confutando tra l’altro la denunciata pericolosità della Centrale per la salute dei cittadini e per la vicinanza allo stabilimento dell’impianto della San Marco Gas Spa, negando possibile pericolosità di “attività a rischio di incidenti rilevanti soggetta alla normativa della direttiva Comunità Europea 96/8” ( c.d. direttiva Severo). In sostanza tutto regolare per il Tar Veneto, che respinge anche l’asserita irregolarità sostenuta dal Comune e dal Comitato cittadino, riguardante l’utilizzo da parte della Cereal Docks di “olio di palma acquistato sul mercato internazionale che, prima di essere utilizzato, è sottoposto al procedimento fisico”. Per il Tar l’olio di palma è comunque di derivazione vegetale, tanto più che il progetto a regime della Cereal Docks prevede successivamente di utilizzare il combustibile proveniente da colture di colza, girasole e soia appena la produzione agricola avrà raggiunto un livello ottimale.
Sconfitta su tutta la linea, quindi, con un pesante onere finanziario per le Casse comunali e un grave precedente favorevole alle centrali a biomasse vegetali presenti nel territorio portogruarese e ai confini della contigua regione del Friuli Venezia Giulia. (Fonte La Nuova Venezia 10.01.2011)

Camusso: «Monti tassi i ricchi e cerchi gli evasori»
Ottimista? Ottimista il professor Monti, dopo aver rotto cristallerie giornalistiche, uova di struzzo, catastrofici verdetti? «Più che ottimista, direi rassicurante. Ha usato un tono rassicurante, per convincere gli italiani che le fatiche e le pene che dovranno affrontare non saranno inutili», risponde Susanna Camusso, in attesa di discutere, di approfondire, tanti temi che riguardano lei, il suo sindacato, i lavoratori, i pensionati, il mondo del lavoro e delle imprese. «Due ore e mezzo di conferenza stampa - continua il segretario della Cgil - ci hanno lasciato molti dubbi. È stato rassicurante, certo, il professor Monti, ad esempio quando ci ha spiegato il senso delle salite e risalite dello spread. O, soprattutto, quando ha insistito sulla continuità dell’azione di governo, negando che vi siano fase uno e fase due: tutto assieme in coerenza per la rinascita e quando ha negato la necessità di nuove manovre. Quando ha spiegato che il vento ci allontana dalla Grecia. Ma è stato anche evasivo, a proposito di molte questioni. Se vuole aiutare il Paese, metta sul piatto progetti chiari e disponibilità a trattare. Chiuda con il passato di Berlusconi, che ha fatto del suo meglio ai danni del lavoro e delle pensioni e del welfare».
Segretario, tocchiamo i punti dolenti. A che proposito l’ha meno convinta il professor Monti?
«Ad esempio a proposito di lotta all’evasione fiscale, niente o quasi ha detto sul possibile accordo con la Svizzera sull’esempio inglese o tedesco, sui patrimoni da tassare, sull’asta delle frequenze televisive… Ci sono solo dossier allo studio. E sarebbe giusto studiare bene, se ci fosse anche la consapevolezza che c’è molto da fare e con urgenza, perché la condizione di rilancio e di riforme serie sta nella disponibilità di risorse e le risorse si pescano lì, cominciando dalle tasse che tutti dovrebbero pagare. Monti ha pure spiegato che vuole riformare il welfare, rivendicando con orgoglio la qualità del modello europeo, imitato persino da cinesi e americani. Ma per riformare il welfare occorrono mezzi. Altrimenti non si riforma: si taglia soltanto».
Un passo lo ha dedicato alle pensioni. Disposti a rivedere qualche cosa per quei lavoratori a metà del guado, tra mobilità presente e assegno che si allontana…
«Ho ascoltato solo una parziale ammissione sulla necessità di provvedere qualcosa per chi si trova in quella drammatica condizione. Ma mi pare che questo governo consideri chiuso il capitolo, che non è chiuso invece per noi, non solo perché l’ingiustizia resta in piedi, l’ingiustizia che affligge chi si sentiva arrivato in fondo e si ritrova di colpo lontano dal traguardo, ma anche perché non si risolve così il problema del lavoro ai giovani. Questa riforma è un freno all’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. In compenso il governo ci ha comunicato di voler discutere di mercato del lavoro. La materia è vasta e mi pare che la confusione sia anche maggiore. Ricordiamo ad esempio che un contratto unico esiste già ed è quello per l’apprendistato, che si dovrà cancellare qualcuna tra le altre forme di contratto, 45, che si dovrà andare quindi ad una ricomposizione del mercato, ma che se ne dovrà riparlare insieme con pensioni e ammortizzatori sociali. La riforma si può fare purché si sfoltisca la foresta dei contratti d’assunzione, si faccia pagare di più l’impiego flessibile, si tuteli meglio chi è disoccupato».
Il reddito minimo di garanzia non vi piace?
«Il reddito minimo di garanzia ha costi elevatissimi. La necessità adesso è di garantire la cig e a chi ne ha diritto. La cassa integrazione dobbiamo difenderla, ma la cassa integrazione non protegge chi è già alla porta, chi è vittima delle varie condizioni di precariato. Per questo, si dovrebbe immaginare un reddito di continuità, che accompagni da posto a posto. Tutto questo riguarda il presente, sapendo che ci attende un anno pesante, in cui ci sarà ancora più bisogno di cassa integrazione».
Con la cig siamo da anni ai massimi storici, un miliardo di ore quest’anno. Ci stanno tutti a spiegare che la ripresa non è dietro l’angolo, che bisognerà pazientare. Monti, in conferenza stampa, ha di nuovo tirato in ballo la riduzione del cuneo fiscale. Però mi pare che la riduzione lui la veda solo dalla parte delle imprese. E la riduzione delle tasse sul lavoro dipendente?
«Di questo non c’è traccia. Lo ripetiamo: se vuole operare per la ripresa, bisognerà abbassare il peso delle tasse sul lavoro dipendente. Il carrello della spesa, ci dicono gli statistici, si è già ridotto. Ci siamo infilati in una spirale paurosa: meno consumi, meno produzione, meno lavoro. Per interrompere la caduta,si dovrebbe tornare al discorso dei quattrini: tasse evase da recuperare, tasse da imporre sui grandi patrimoni, subito, dopo che tre anni di Berlusconi hanno colpito pensionati, lavoratori pubblici, lavoratori dipendenti. Vogliamo riequilibrare la bilancia dei sacrifici a vantaggio della maggioranza che finora ha pagato».
Governo politico o tecnico? Perché tanta timidezza a proposito di caccia agli evasori, frequenze eccetera eccetera?
«Perché è un governo nelle mani dello stesso Parlamento che ha espresso la maggioranza di centrodestra. Capisco che sia difficile rompere, ma un segno di discontinuità il governo Monti dovrebbe darlo».
Ha un’opportunità, riaprendo, come s’annuncia, la trattativa con le parti sociali…
«Siamo pronti al confronto, purché non si risolva in una comunicazione con la fretta addosso e purché sul tavolo ci sia tutto, dalle pensioni in avanti. Che ci sia chiarita la strategia complessiva. Credo che Monti avrebbe tutto l’interesse a presentarsi con un profilo diverso, a cercare un’intesa: lo rafforzerebbe davanti al Parlamento e sicuramente accrescerebbe il consenso nel Paese». (Fonte L'Unità 30.12.2011)

Bersani: «Discorso di Monti? È un bagno di realtà»
«Da Monti un bagno di realtà. Il Pd lo sostiene con le proprie proposte. Il 2012 deve essere l'anno in cui la politica prende le sue responsabilità». Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani commenta la conferenza stampa di fine anno del premier.
Monti: «Prime misure a fine gennaio»
Una sostanziale condivisione viene espressa anche da Marina Sereni, vicepresidente dell'assemblea del Pd. «Valuteremo con attenzione le misure concrete che il governo proporrà al Parlamento - afferma la deputata democratica - ma le linee d'azione indicate dal presidente del consiglio Monti sono condivisibili e vanno nella direzione giusta». Accanto al mantenimento di un'alta soglia di attenzione su rigore e conti pubblici «la priorità ora va data alla crescita e al lavoro. Combattere la precarietà e ammodernare il sistema di ammortizzatori sociali - aggiunge Sereni - sono obiettivi di equità essenziali che vanno raggiunti con l'accordo delle parti sociali. Così come è determinante- conclude - spingere sul tasto delle liberalizzazioni e della lotta all'evasione fiscale per promuovere equità e concorrenza e creare benefici per l'economia e per i cittadini».
Le altre reazioni: il Pdl
Diverse e contrastanti sono state le reazioni dei partiti politici alla conferenza stampa di fine anno. Per il Pdl ha parlato il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto, che se da un lato ha mostrato apprezzamento per le proposte avanzate dal premier dall'altro vuole mantenere alta l'asticella rispetto alle azioni da compiere: «Il premier Monti - afferma - ha dato i titoli per l'inizio del prossimo anno. I titoli come tali son condivisibili: liberalizzazioni, concorrenza, passaggio dalla messa in sicurezza alla crescita in un quadro di equità, riforme del mercato del lavoro, e molto altro ancora». Date queste premesse è però «evidente che il dibattito reale a livello politico e parlamentare si potrà sviluppare pienamente quando dai titoli si passerà alla sostanza delle proposte». Per cui dopo «una manovra fortemente restrittiva, che noi non avremmo fatto in quei termini, è indispensabile mettere in atto tutte le azioni possibili per la crescita economica».
L'Udc
Stringato nella sua essenza fortemente positiva il giudizio del leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini: «La conferenza stampa di fine anno del presidente del Consiglio mi conforta ulteriormente: siamo in buone mani, nelle migliori possibili per guidare il Paese nella drammatica crisi europea».
Lega e IdV
I pareri negativi e avversi giungono invece da Lega e Idv. Il leader dell'Italia dei Valori Antonio di Pietro boccia la «politica delle televendite del presidente del Consiglio, che magnifica i suoi decreti dandogli egli stesso il nome, 'Salva-Italia' e 'Cresci-Italia', senza neppure dirci in questo caso come vuol crescere». Di Pietro lamenta l'evasività di Monti rispetto alle questioni concrete da mettere in campo: «Dichiarare di averle fatte - dice Di Pietro riferendosi alle riforme e ai provvedimenti - senza riuscire nemmeno ad annunciare in cosa consistano ci sembra un pò una trovata da Carnevale, più che da fine anno». Toni ancor più forti e polemici sono quelli usati dalla Lega attraverso Roberto Calderoli: «La crisi è finita, ora inizia la miseria. Questa - prosegue Calderoli - è la sintesi del vacuo intervento di fine anno del presidente del Consiglio. È drammatico sentire una conferenza stampa così priva di contenuti. Parole, parole e parole, ma che nei fatti nascondono tasse, tasse e ancora tasse e quindi povertà, povertà e ancora povertà. A noi - conclude - non resta che resistere, resistere e resistere, perché siamo di fronte ad una crisi di democrazia oltre che economica». (Fonte L'Unità 29.12.2011)

Azione legale contro la Zignago Power
Per conto dei Comitati del Portogruarese avversi  alla centrale a biomasse Zignago Power di Villanova, tramite l’associazione “Limen universalis” abilitata ad agire in giudizio, Ufficiali Giudiziari hanno notificato agli Uffici Regionali, competenti al rilascio delle autorizzazioni, un atto extragiudiziale riguardante la centrale di Villanova. Nell’atto prodotto dall’azione legale supportata dall’avv. Gianluigi Ceruti di Rovigo e dallo Studio T.E.R.R.A.  di  S. Donà di Piave, si sollecita la Regione Veneto a verificare  se, dopo il rilascio dell’autorizzazione unica del 24 febbraio 2009, sia stato attuato nell’impianto Zignago Power un aumento di potenza della turbina da 13,2 megawat a 16,2 megawat elettrici. In questo caso, la potenza superiore ai 50 megawat termici, comporterebbe l’obbligatorietà della procedura della verifica di impatto ambientale (VIA)  e l’immediata sospensione dell’autorizzazione rilasciata. La revoca sarebbe richiesta anche perché è stato ammesso pubblicamente che dal prossimo anno la biomassa vegetale per la centrale verrebbe reperita a una distanza superiore a 70 Km, limite della “filiera corta” che aveva consentito il rilascio del permesso. (Fonte La Nuova Venezia 27.12.2011)

Un originale scambio di ceneri a Villanova
Per protesta contro la centrale a biomasse
L’associazione culturale “Portogruaro. Vive” sta attuando un’ originale forma di protesta contro la Zignago Power, la potente centrale a Biomasse di Marzotto a Villanova di Fosssalta di Portogruaro.
In un volantino (stampato in proprio) si scrive che alle “tonnellate di polveri ultrasottili ed elementi inquinanti che la Zignago Power (a suo tempo in funzione per il rodaggio della struttura) spargerà ogni giorno a tutti, pure ai bambini, un ‘regalo’ nefasto anche per le generazioni future” per cui “visto che a Natale bisogna essere altruisti, doniamo anche noi qualcosa a Luca Marzotto e agli azionisti della società”.
Portogruaro Vive propone di raccogliere le ceneri “delle piccole stufe e dei caminetti delle nostre case e portarle, dentro sacchetti biodegradabili, al banchetto allestito a Portogruaro per sollecitare le Amministrazioni a istituire il Registro dei Tumori”. Con quei sacchetti l’associazione “Portogruaro Vive” intende fare “una grande montagna che sarà la nostra casera da dedicare ‘alla nostra bella famiglia di benefattori’, un dono per tutti coloro che hanno permesso l’installazione di un inceneritore a Villanova, nonché a Lugugnana e a Summaga”.
Calendario di raccolta sacchetti e firme; a Portogruaro: in borgo San Giovanni dalle 9.30 alle 12.30 il 29 dicembre e poi il 5, 12, 19, 26 gennaio; in centro storico “Liston” dalle 14 alle 17, il 24 e 31 dicembre e il 7, 14, 21, 28 gennaio. Sempre in zona “Liston” dalle 9.30 alle 12.30 il 25 dicembre e poi 1, 8, 15, 22 e 29 gennaio. (Fonte La Nuova Venezia 23.12.2011)

I Comitati: «Cortei contro le centrali»
I comitati minacciano di scendere in piazza contro le centrali a biomasse. L’associazione «Portogruaro Vive» lancia un ultimo appello e promette manifestazioni per sensibilizzare la gente sulla pericolosità del particolato che esce dalla Zignago Power i cui odori sono sempre più avvertiti. Dopo la valutazione di impatto ambientale fornita da Stefano Montanari, direttore del laboratorio Nanodiagnostics di Modena, le associazioni e i cittadini del Portogruarese sono ancora più preoccupati. La relazione infatti ha evidenziato alcuni aspetti allarmanti sull’impatto ambientale delle centrali soprattutto per la vicinanza ad un asilo e ad una scuola elementare. «Sono passati ormai troppi giorni dal 12 novembre, data dell’ultima assemblea in cui si proponeva una manifestazione pubblica importante con la presenza, fra l’altro, delle forze politiche locali, per pensare che questa possa avvenire entro il mese di dicembre – spiega Maria Luisa Venturin di “Portogruaro Vive” - purtroppo gli incontri fin qui avvenuti hanno messo in luce lo scoglio insormontabile che separa i comitati dall’amministrazione comunale di Portogruaro». A preoccupare i cittadini di Fossalta e dintorni sono i fumi che escono dai camini della Zignago Power e l’odore di bruciato che quotidianamente viene percepito dai residenti. «Stiamo raccogliendo proposte per stilare un calendario che ci veda, comunque, presenti in piazza a tener desta la preoccupazione di chi ha capito che più il tempo passa e più aumenta il pericolo – ha promesso Venturin - certo che abbiamo un po’ di sconforto e delusione per il nulla di fatto finora registrato, quanta tristezza nel vedere che ormai la rassegnazione ci sta tutti portando lontano dalle speranze e dagli intenti a suo tempo dichiarati». E aggiunge: «Non possiamo pensare di dover rinunciare, fingendo che nulla sia successo, che, con l’accensione delle centrali, sta cominciando a fumare anche la Cereal Docks, tutto resterà come prima. Dobbiamo reagire, dimostrare quel po’ di altruismo necessario a salvare anche noi e a non perdere la salute». (Fonte La Nuova Venezia 21.12.2011)

Camusso: «Sotto Montecitorio anche a Natale»
Piazza Montecitorio gremita di lavoratori che protestano contro la manovra del governo nel giorno dello sciopero del pubblico impiego. Sventolano le bandiere dei sindacati confederali e quelle dell'Ugl. Sul palco intervengono i big. Raffaele Bonanni per la Cisl, Luigi Angeletti per la Uil, Susanna Camusso per la Cgil. Presenti in piazza molti lavoratori della sanità (qualcuno è in camice bianco) e della scuola. L'area di solito destinata ai presidi è piena. I lavoratori chiedono «più equità nella manovra».
- CAMUSSO SU CONTRATTO UNICO E ART.18
Il sit-in è organizzato in concomitanza dello sciopero nazionale dei lavoratori dei servizi pubblici e della scuola. Presenti tutte le categorie del pubblico impiego, compresi alcuni lavoratori della sanità del Lazio, come il San Carlo-Idi e Cristo Re. «Per salvare l'Italia bisogna salvare i servizi pubblici», si legge uno striscione esposto dalle educatrici del Comune di Roma. «L'esito di questa manovra sarà quello di avere medici sempre più anziani e turni di lavoro notturni sempre più massacranti, senza prospettive per migliaia di giovani e precari - dice Massimo Cozza, segretario Fp Medici della Cgil -. Così si strangola il servizio sanitario nazionale. Un terzo dei medici del servizio sanitario nazionale ha già tra i 55 e i 65 anni, solo un medico su dieci ha tra i 40 e i 50 anni».
PRESIDIO ANCHE A NATALE
«Continueremo il presidio durante l'approvazione della manovra. Il 24 saremo in piazza, non per rovinare il Natale a qualcuno, ma perchè per i lavoratori colpiti dalla manovra non sarà un Natale sereno». Sono le parole della segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso. «Bisogna cambiare strategia per dare un futuro al Paese» perchè «non ci sono salvatori della patria con ricette giuste».
INTERVENTO DI SUSANNA CAMUSSO
«La ricetta giusta non è quella di Monti. Perché grava sui soliti noti: chi ha un reddito Irpef dichiarato, in genere medio basso. Perché punta a far cassa rapidamente su chi non può sottrarsi e non si è mai sottratto al Fisco. Determina recessione e quindi non mette affatto al riparo il Paese. Hanno solo preso tempo. Di sicuro non c'è una spinta alla crescita - così esordisce il leader della Cgil, Susanna Camusso, in un'intervista di oggi sul Corriere della Sera, che spiega cosa avrebbe fatto al posto di Monti - Avremmo introdotto forme serie di prelievo sulle grandi ricchezze. Avremmo messo un sano tetto alle retribuzio ni più alte e alla pluralità di incarichi pubblici e cumuli multipli tra stipendi e pensioni d'oro. E avremmo fatto cose più incisive sull'evasione». «Nella riforma c'è una norma che affida a una commissione di studiare la possibilità che i lavoratori spostino una parte dei contributi previdenziali dal sistema pubblico alle assicurazi oni private. È una riforma per smontare il pilastro delle pensioni pubbliche - aggiunge la Camusso - Io sono per continuare la mobilitazione. Contesto che si possa pensare che ci siano lavori che si possono fare fino a 70 anni. Fornero scenda dalla cattedra: se la immagina una sala operatoria con infermieri settantenni?». E sulla proposta della Fornero di un contratto unico per i giovani senza le tutele al 100% dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, dice «Sarebbe un nuovo apartheid a danno dei giovani. Se facciamo un'analisi della realtà, vediamo che la precarietà c'è soprattutto dove non si applica l'art. 18, nelle piccole aziende. Vogliamo combattere la precarietà? Si rialzi l'obbligo scolastico, si punti sull'apprendistato e si cancellino le 52 forme contrattuali atipiche». E conclude «Lancio una sfida: facciamo costare il lavoro precario più di quello a tempo indeterminato e scommettiamo che nessuno più dirà che il problema è l'art. 18?».
ALTRI INTERVENTI
«La manovra deve cambiare disegno - afferma il segretario della Fp Cgil del Lazio Lorenzo Mazzoli - perchè continua a chiedere sacrifici a chi ha già dato tanto in questi anni e in molti casi non è più in grado di dare». «Scioperiamo non solo per le pensioni e per il contratto nazionale - fa eco il segretario generale della Fp Cgil Rossana Dettori -, ma affinchè i servizi pubblici non vengano smantellati, perchè i servizi pubblici non sono differenti dai lavoratori». Tra i manifestanti anche il senatore del Pd Ignazio Marino giunto in piazza in camice bianco.
«Per continuare a chiedere il rinnovo dei contratti e l'eliminazione degli ulteriori tagli delle autonomie locali in difesa del welfare locale, della sanità, della scuola, dell'università e della ricerca - spiegano dalla Cgil, Cisl e Uil di Roma e Lazio -, per ribadire la necessità di misure che colpiscano per la prima volta evasione e grandi patrimoni, di una riqualificazione della spesa pubblica che consenta di trovare le risorse per la crescita, di una riforma della previdenza, per sollecitare provvedimenti a favore dell'occupazione e dello sviluppo, i lavoratori e le lavoratrici del comparto pubblico sciopereranno lunedì 19 dicembre». (Fonte L'Unità 19.12.2011)

Oggi il Pd nelle stazioni per protestare contro i tagli
Manifestazione del Pd davanti ai binari delle stazioni tra San Donà e Portogruaro. Quella di oggi sarà una manifestazione di sensibilizzazione e protesta del PD per i disservizi e i tagli al trasporto ferroviario regionale. L'iniziativa, organizzata in collaborazione con i circoli locali dei democratici e coordinata dal consigliere regionale Bruno Pigozzo, vicepresidente della commissione trasporti, si svolgerà nella prima mattinata di oggi nelle stazioni di Portogruaro, San Stino di Livenza, Ceggia, San Donà, Meolo e Quarto d'Altino, Marcon. Ai pendolari sarà distribuito del materiale informativo dai volontari che indosseranno una casacca gialla con la scritta: "Zaia ci lascia a piedi". «Per i democratici - spiegano i referenti del territorio - è inaccettabile lo scaricabarile di Zaia sul governo Monti per la ristrettezza di risorse a favore dei trasporti. Così come a poco servono le sfuriate di Chisso contro Trenitalia per il mancato rispetto del contratto di servizio. In realtà la responsabilità della progressiva demolizione dei servizi e' dei governi guidati da PdL e Lega. Sono loro che non hanno garantito le risorse per una corretta gestione e per la copertura del fabbisogno dei trecentomila pendolari del Veneto. (Fonte La Nuova Venezia 19.12.2011)

Bersani: «Dopo riforma pensioni ammortizzatori sociali»
Pier Luigi Bersani è tornato a spronare il governo a fare di più sulle liberalizzazioni. «Sulle liberalizzazioni non siamo ancora a posto, aspettiamo il governo al prossimo appuntamento», ha riferito il segretario del Pd al termine della riunione del gruppo alla camera. «Diremo qualcosa su quello che è necessario e non è solo il mercato del lavoro», ha spiegato Bersani, «se non lo si capisce subito prima o poi si capirà meglio».
«Domani diremo ciò che ci piace ma anche che resta del lavoro da fare. Ciò che non abbiamo ottenuto fin qui, ci impegneremo insieme per ottenerlo in futuro». Pier Luigi Bersani garantisce così, all'assemblea dei deputati, l'impegno ad incidere nei prossimi provvedimenti del governo. «Noi domani diremo - spiega Bersani - che siamo fedeli al nostro impegno e a essere chiari e trasparenti con gli italiani. Diremo tutto ciò che ci piace delle misure e delle modifiche perchè molto certo ha la nostra impronta ma diremo anche ciò che non va e che il mondo non finisce». La «nostra bussola - sostiene il segretario - è sacrifici sì ma non senza cambiamento».
La rassicurazione di Bersani su lavoratori precoci e penalizzazioni hanno avuto l'effetto di compattare il partito e convincere gli scontenti, come Stefano Esposito, a votare la manovra. «La battaglia politica la incarno io e di fronte a questa posizione, chi vota no non vota contro il governo ma contro di me», ha detto il segretario durante la riunione del gruppo, a quanto si è appreso. Bersani ha poi confermato il suo impegno. «Bisogna avere fiducia che quello che non si è ottenuto fin qui lo si otterrà se stiamo assieme», ha sottolineato, «dunque tutti quanti per favore lavoriamo assieme alla ditta».
«Davanti alla riforma delle pensioni certamente non può sfuggire che si è andati a toccare meccanismi che implicano anche gli ammortizzatori sociali», ha sottolineato Bersani. «Il governo, ne sono certo, si rende conto che deve dare risposte. Cosa gli diciamo a chi a 55 anni si trova senza lavoro?», ha insistito. «Non ho dubbi che quando si parla di riforma del mercato del lavoro non si intende l'articolo 18», ha assicurato, «la riforma dell'articolo 18 non è una questione, il problema dell'uscita non c'è visto che, come dimostrano i dati di Confindustria, i lavoratori escono alla grande. Dunque non mi si venga a dire che il problema è quello». Invece serve «un sistema di ammortizzatori all'europea per giovani e fasce d'età che non arrivano al pensionamento», ha proseguito, «su questo si potranno mettere le risorse risparmiate. La riforma delle pensioni apre questo tipo di questioni, come la flex security all'europea».
La riforma del mercato del lavoro non può cominciare dall'articolo 18, «non è 'la questionè», quello che bisogna fare è usare i risparmi ottenuti sulle pensioni per approntare un sistema di ammortizzatori sociali che tuteli chi «perde il lavoro magari a 55 anni...». Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani lo ha detto a margine dell'assemblea dei deputati democratici: «Davanti a questa riforma delle pensioni non può sfuggire il fatto che ora è necessario toccare il sistema degli ammortizzatori sociali. Il Governo non può non sapere - e lo sa! - che ora si tratta di dare una risposta a questo tema: cosa diciamo a chi rimane senza lavoro a 55 anni?». Insomma, «sono sicuro che quando si parla di riformare il mercato del lavoro non si parla tanto di articolo 18, ma di chi perde il lavoro in età avanzata. L'articolo 18 non è la questione, la questione è questa qui: come fare finalmente la famosa 'flexsecurity'. I soldi risparmiati sulle pensioni si devono usare per questo. Oggi non c'è davvero il problema delle 'uscitè (i licenziamenti, ndr), lo ha detto anche Confindustria... Dopodiché, in un quadro di riforme che parta da questo, si può discutere». Ma è prioritario «affrontare il tema degli ammortizzatori e dell'accumulo dei contributi previdenziali per i giovani, che devono avere contratti che permettano di accumulare contributi. Sono sicuro che il ministro Fornero e il Governo sanno come stanno le cose. Ho gli elementi per dirlo». (Fonte L'Unità 16.12.2011)

Stipendi deputati, governo corregge. Ma ora sparisce data applicazione...
Saranno le Camere a provvedere al taglio delle indennità di deputati e senatori e non un decreto del governo come prevedeva la manovra. Lo stabilisce un emendamento del governo presentato alle commissioni Bilancio e Finanze, che «sana» così una norma che sarebbe stata illegittima.
Nessun decreto dunque. I tagli agli stipendi dei parlamentari competono all'iniziativa, «immediata» si dice nel nuovo testo, del Parlamento.
È l'emendamento del governo alla manovra a correggere così la norma prevista all'articolo 23, comma 7, della precedente stesura della manovra, dove si stabiliva che, nel caso in cui la commissione governativa per il livellamento retributivo Italia-Europa non avesse provveduto, entro il 31 dicembre 2011, all'individuazione della media dei trattamenti economici europei dei «titolari di cariche elettive e di incarichi di vertice delle pubbliche amministrazioni», sarebbe stato proprio l'esecutivo a provvedere «con apposito provvedimento d'urgenza».
Invece saranno sì governo e Parlamento ad assumere iniziative ma «ciascuno nell'ambito delle proprie attribuzioni». Le iniziative, si legge sempre nel testo, sono qualificate «immediate» e questo è l'unico riferimento a carattere temporale circa i tagli degli stipendi dei parlamentari. (Fonte L'Unità 13.12.2011)

Vendola: «È sbagliato dividere il centrosinistra»
Intervista al leader di Sinistra e Libertà: «Attenti a non uccidere l’orizzonte di un’alternativa. Abbiamo il compito di piegare l’agenda di governo nel segno dell’equità». Non strappa col Pd, nonostante un giudizio fortemente critico sulla manovra del governo dei professori, definita «iniqua».
Nichi Vendola non cede alle sirene che arrivano dalla sua sinistra, e anche dall’Idv. Non strappa col Pd, nonostante un giudizio fortemente critico sulla manovra del governo dei professori, definita «iniqua e per questo anche inefficace». «I nostri maestri di politica ci hanno insegnato che in strettoie drammatiche come queste servono “calma e gesso”. Non si può pensare di dividere la sinistra. Ho un giudizio più critico del Pd rispetto alle scelte di Monti, credo che Bersani dovrebbe avere toni meno ultimativi verso l’Idv, ma a Di Pietro dico: non è giusto accusare il Pd di tradimento o di inciucio. Abbiamo tutti il dovere comune di non uccidere l’orizzonte di una alternativa, perché sarà il centrosinistra a dover completare la de-berlusconizzazione dell’Italia».
Non sembra un compito facile tenere unita la coalizione...
«Eppure tutti insieme abbiamo il compito di piegare l’agenda politica e di governo nel segno della giustizia sociale. Tra noi forze del centrosinistra vedo una convergenza nell’idea che non si possa affrontare la crisi devastando il welfare e impoverendo il ceto medio. Dobbiamo fare tutti insieme una grande battaglia per la patrimoniale. A salvi invariati, bisogna battersi per spostare i pesi dai pensionati e dal ceto medio verso i forzieri della ricchezza. E trovo stucchevoli le parole del ministro Giarda, che ha detto di non poter fare quelle intese con la Svizzera sulla tassazione delle ricchezze che pure hanno fatto Germania e Gran Bretagna. Non è una questione tecnica, ma di volontà politica».
La Commissione Ue esprime perplessità su quelle intese con la Svizzera...
«Se la Commissione pensa a una procedura di infrazione, allora bisogna alzare la voce contro il cinismo di questa Europa. Vorrei che quelle procedura si aprissero quando la disoccupazione supera certe soglie. E invece sembra che si possano toccare tutti i diritti tranne le ricchezze».
Se fosse in Parlamento voterebbe no alla manovra?
«Il problema non sono io. Di fronte a critiche così larghe e fondate, dalla Chiesa ai sindacati, il Parlamento non può restare indifferente. E man mano che i cittadini si renderanno conto del danno subito crescerà il disagio sociale, la protesta».
Lei è stato critico sulla nascita del governo tecnico. Dopo le prime mosse è cambiato il suo giudizio?
«Il congedo dal circo mediatico della politica ridotta ad avanspettacolo ha prodotto una discontinuità che consente di riabilitare l’immagine del Paese. E tuttavia si tratta di un’operazione tecnocratica costruita con spirito giacobino, senza un elemento strutturale di consenso con i grandi attori della società, e per questo ad alto rischio. C’è un’impostazione ideologica che acceca, impedisce di vedere le alternative, spinge l’Europa in un angolo buio dove rischia di squagliarsi. E per fortuna che c’è Prodi che ci aiuta a decifrare le miserie di questa Europa franco-tedesca».
La sua è una bocciatura totale?
«Le cose sono ancora peggiori di come appaiono. C’è qualcosa di feroce nel mutamento della qualità della vita che colpirà milioni di persone che già arrancavano. La manovra avrà anche effetti collaterali finora non considerati, come la fuga verso la pensione negli ospedali. Rischiamo di perdere centinaia di medici senza neppure poterli sostituire per il blocco del turn over».
Eppure lei non strappa col Pd...
«Nel passato in fasi come queste di crisi e recessione è dilagato il populismo reazionario, e la sinistra si è divisa, con i risultati tragici che tutti ricordiamo. Per questo, e per il ruolo di lampara che il popolo ha affidato al Quirinale, mi sono sentito in dovere di non rompere un patto di coalizione, di non sconnettermi da un sentimento popolare così diffuso».
Ferrero e Di Pietro la incalzano...
«Deve prevalere uno sforzo comune di pressione per guadagnare cambiamenti, discutere della patrimoniale, dell’asta delle frequenze tv, delle spese militari. Se i tre principali sindacati scioperano insieme, i “migliori” al governo non sono esentati dal dovere della condivisione. Altrimenti, se un governo presentabile fa le stesse cose di quello impresentabile, nasce una domanda. Ma la nostra critica al berlusconismo era solo estetica? Io non voglio fare giochi tattici per guadagnare qualcosa sulla pelle del Pd, che ha fatto una scelta difficile. E tuttavia, se tra i democratici non ci fossero così tante voci più realiste del re nei confronti del governo, avremmo più forza per pretendere maggiore equità».
Eppure i sondaggi sembrano premiare questo Pd “governista”...
«Ai miei compagni di partito ho detto di non leggere i sondaggi per i prossimi 3-4 mesi. Gli effetti, e vale per tutti, li vedremo dopo che si saranno dispiegati gli effetti della manovra. Nel momento in cui si conclude il carnevale berlusconiano e si dice al Paese che erano a rischio gli stipendi, è chiaro che il governo Monti, e con esso anche il Pd, vengono percepiti come un’alternativa al baratro. Il problema è che la violenza della crisi produrrà populismo e noi dovremo fronteggiarlo, per evitare che la salvezza venga individuata fuori dalla politica».
Lei coltiva ancora la prospettiva del voto nel 2012?
«Oggi la priorità è salvare il Paese, cambiare la manovra, e far pesare di più nei vertici internazionali un vero progetto europeista. Monti ha le carte in regola, ma deve avere più coraggio nel sostenere gli Stati Uniti d’Europa. Servono un fisco e un welfare comune, e soprattutto una legittimazione democratica reale di chi prende le decisioni». (Fonte L'Unità 09.12.2011)

Vendola: «Monti timido con i ricchi e audace con i poveri»
"Non si puo' essere audaci nel colpire i poveri e timidi nel colpire i ricchi. Questo e' insopportabile". E' quanto afferma il presidente di Sinistra Ecologia Liberta', Nichi Vendola, dopo il dibattito di oggi in Parlamento sulla manovra.
"Gli interventi sulla ricchezza - prosegue il leader di Sel - mi sembrano molto fumosi. Colpire gli scudati con un intervento dell'1,5% mi sembra un segnale di grande timidezza. Non bisogna essere degli scienziati di economia - conclude Vendola - per capire che si tratta di una manovra quasi per intero sulle spalle del ceto medio-basso e dei pensionati". (Fonte L'Unità 05.12.2011)

I sindaci contro la Lega «Non difende l’ospedale»
Portogruaro: Dal centrosinistra un attacco alla Regione e ai partiti che la sostengono «Non siamo divisi, abbiamo firmato tutti il documento sulla riorganizzazione»
I sindaci del centrosinistra portogruarese non ci stanno a sentirsi dire che sull’ospedale sono divisi anzi, come hanno sottolineato, mai stati più uniti di così, in quanto qualcuno sta giocando con il futuro dell’ospedale e quindi con la salute dei cittadini. «Chi dice che siamo divisi, dice una falsità - spiega il sindaco di Fossalta Paolo Anastasia - infatti il documento sulla riorganizzazione ospedaliera l’abbiamo firmato tutti, salvo la richiesta di precisazioni sul destino della materna infantile che nel documento presentato dall’Asl10, veniva individuato in San Donà, mentre noi portogruaresi abbiamo avanzato la richiesta di una più approfondita riflessione in quanto tale trasferimento avrebbe significato l’ abbandono di un territorio a confine con la regione Friuli. Ci è stato detto che bisognava attendere la risposta della Regione che avrebbe dovuto definire la questione dei mille parti l’anno». Gli fa eco Luigino Moro, sindaco di San Stino: «La Lega Nord ha fatto un doppio gioco stancante, sono 15 anni che si parla della razionalizzazione degli ospedali ma finora non è mai stato fatto nulla: oltre al danno di un ospedale che si sta svuotando, c’è la beffa di una Lega che pur essendo al governo della Regione da 20 anni non è riuscita a dare a questo territorio la sanità che merita». Sembra quindi che oggi l’ospedale più importante sia costituito dalla spesa determinata dalla fuga dei cittadini verso altre strutture sanitarie ed il Veneto, come ha evidenziato lo stesso sindaco, spende decine di milioni l’anno per queste prestazioni mediche effettuate fuori del nostro territorio di competenza. «Quindi è folle proseguire su questa linea - ribadisce Moro - perciò o si mette mano a quelli che sono i programmi, o altrimenti è la solita storia di chi quando è qui parla in un modo e a Venezia agisce al contrario». La frecciata di Antonio Bertoncello, sindaco di Portogruaro, è nei confronti della Direzione Sanitaria: «Quando abbiamo chiesto se c’era qualche difficoltà per la riorganizzazione ospedaliera, ci è stato risposto che si poteva riorganizzare tutto dal giorno dopo. Bene: dal dicembre 2010 siamo ancora qua». «Un buon politico deve avere la capacità di prevedere quali saranno le necessità del territorio tra dieci anni - dice Marco Geromin sindaco di Concordia - perciò quello che vogliano dalla Conferenza dei sindaci è un incontro urgente per il nostro territorio, tenuto in disparte sia per il piano energetico regionale che per le infrastrutture. Basta calare dall’alto decisioni sulla pelle dei cittadini». (Fonte La Nuova Venezia 29.11.2011)

Ospedale di Portogruaro Via alla raccolta di firme
Sindaci, politici e gente comune alla manifestazione di ieri davanti il nosocomio Bertoncello guida la rivolta contro la Regione: «Basta decisioni calate dall’alto»
Sanità battaglia perduta? «Ma nemmeno per sogno - chiosa il sindaco Antonio Bertoncello - prosegue senza esclusione di colpi». E ieri mattina Bertoncello si è presentato di buon’ora davanti all’ingresso dell’ospedale, raggiunto più tardi dai propri consiglieri ed assessori, dai sindaci Luigino Moro, Marco Geromin, Paolo Anastasia, dal consigliere regionale Bruno Pigozzo e dall’onorevole Rodolfo Viola oltre a rappresentanti di associazioni di volontariato e dei diritti del malato. Presente anche l’assessore cintese Salvatore Calabrò, tanto per dimostrare che anche al centro destra sta a cuore il futuro dell’ospedale. Sono stati distribuiti volantini ai numerosi partecipanti ed organizzato una conferenza stampa aperta, “coram populo,” per sottolineare le varie incomprensioni con la Regione che stanno caratterizzando questo scorcio di fine anno. Ad onor del vero i malumori in riva al Lemene sono iniziati da quando l’Usl è diventata una ed è a San Donà, e questo i portogruaresi non l’hanno mai digerito visto che sull’argomento non è mai calato il silenzio. Ma gli animi si sono surriscaldati da quando la Regione ha iniziato a parlare di ospedale unico, contestatissimo da Portogruaro ma anche da esponenti della stessa maggioranza ed è scoppiata una battaglia politica dalla quale il sanguigno Bertoncello, non si è tirato indietro e ieri è passato al contrattacco contestando apertamente il piano di riordino regionale, illustrato dal consigliere Bruno Pigozzo che ne ha messo in evidenza alcune dissonanze come quelle del numero mimimo di parti (1000) da raggiungere per avere la certezza che il reparto di Ostetricia e Ginecologia rimanga operativo a Portogruaro. «L’ospedale è per noi, ha urlato il sindaco tra la gente un’anziana, la politica non può permettersi di chiudere nemmeno una finestra». E’ la voce genuina e non strumentale di chi è deciso a manifestare con tutti i mezzi contro i soprusi e le penalizzazioni di ben nota origine politica che in Regione dice una cosa ed in piazza un’altra. «Però - ammonisce Bertoncello - pretendo che le decisioni non siano sempre prese altrove e qui calate dall’alto, ma siano frutto di un sereno dibattito nelle sedi istituzionali». Quindi è deciso a proseguire in questa battaglia politica che dovrà restituire a Portogruaro pari dignità con la città del Piave, anche perché nella sanità portogruarese i guasti si sono puntualmente prodotti ed ancor più si vanno producendo a danno di alcuni servizi che sono stati trasferiti, dimezzati e svuotati nella sostanza. «Su la testa quindi portogruaresi - ha esortato il sindaco Antonio Bertoncello - raccoglieremo firme perché nella nostra regione gli strumenti democratici non siano solo sulla carta». (Fonte La Nuova Venezia 25.11.2011)

Domani tutti in piazza per l’ospedale
Portogruaro comincia a raccogliere i primi timidi appoggi dagli altri paesi del mandamento.
Tutti insieme in trincea a difendere l’ospedale. Questo l’invito del sindaco Antonio Bertoncello che chiede agli altri sindaci di percorrere le strade del buon senso, lasciando da parte le varie appartenenze politiche in un momento in cui è in dubbio il futuro della struttura sanitaria del Portogruarese. Nella riunione dell’altra sera si sono registrate illustri assenze, ma erano presenti oltre al consigliere regionale del Pd Pigozzo, del sindaco Bertoncello, di Sara Moretto capogruppo di “la Portogruaro che vogliamo”, e del presidente della Sanità nella Conferenza dei Sindaci, Andrea Tamai. Quest’ultimo ha sottolineato come sia giunto il momento di esprimere un concetto condiviso altrimenti, se separati in casa, non si va da nessuna parte: «Tutti i sindaci esprimano una linea comune per difendere il reparto di Ostetricia». Sarà più facile che le future mamme vadano in Friuli o all’ospedale di Motta, più gradito finanziariamente dalla Regione Veneto, che a San Donà. «E’ necessario qualificare il nostro ospedale - ha ammonito Bertoncello - mantenendo le professionalità e le eccellenze, riducendo i tempi di attesa per le prestazioni che favoriscono i privati e contrastare le fughe verso altre strutture che vanno ad incidere sui bilanci della sanità». Domani mattina appuntamento con i gruppi consiliari di maggioranza, con il sindaco Antonio Bertoncello ed altri colleghi sindaci, davanti l’Ospedale dove è stato organizzato un presidio per testimoniare quella volontà tesa a salvaguardare i servizi socio sanitari del portogruarese. «Per questo - dice Bertoncello - invito tutte le forze politiche, le associazioni ed i cittadini a sostenere questa iniziativa». (Fonte La Nuova Venezia 23.11.2011)

“Province? Abolire prima le prefetture”. Così Ferrara tenta l’ultima difesa
La polemica viene innescata dalla presidente dell'ente Marcella Zappaterra: "Nessuno vuole tagliare le vere sacche di spreco. E poi trasferire i lavoratori alla dipendenza della Regione aumenterebbe le spese anziché diminuirla"
Abolire le province? Meglio passare prima da prefettura, consorzi di bonifica e parlamento. Nell’attesa dei primi provvedimenti del governo Monti torna di moda il taglio dei costi della politica. E tra le teste esposte alla ghigliottina del risanamento di bilancio c’è sempre in pole position quella degli enti locali.
Ma c’è chi suggerisce, polemicamente ma non tanto, di affilare la lama per ben altre istituzioni. Come la presidente della Provincia di Ferrara Marcella Zappaterra, iscritta al Pd e membro della direzione nazionale del partito di Bersani, che in sede di presentazione del bilancio 2012, stuzzicata sull’argomento, confessa che “ormai al tema non mi appassiono più”.
Che il tema sia trito e ritrito è vero. Come è vero che sia tornato in auge in vista della morsa imposta dalla Ue e in seguito alla raccolta firme promossa da Fli. Fino ad oggi il capitolo si era chiuso con la salomonica decisione del governo Berlusconi, che ne aveva deciso l’abolizione “all’italiana”: cancellazione previa revisione costituzionale. Vale a dire iter parlamentare con due successive deliberazioni di ciascuna camera ad intervallo non minore di tre mesi.
Se la strada legislativa è in salita, quella del “populismo”, per usare le parole della Zappaterra, è invece tutta in discesa: “nessuno vuole tagliare le vere sacche di spreco, e così non si toccano i parlamentari, le prefetture, i consorzi di bonifica…”.
Fuori dal patibolo le province, dunque, perché “il governo vero di area vasta, se non lo fanno le province non lo fa nessuno: non i Comuni, che una volta sistemati i problemi entro i propri confini sono apposto, e non le Regioni, che sono un livello un po’ troppo lontano dai cittadini”.
Ma i motivi non sarebbero solo di ordine organizzativo. “Trasferire ad esempio i lavoratori della Provincia alla dipendenza della Regione – fa notare la presidente – aumenterebbe le spese anziché diminuirle, poiché in quel caso costerebbero il 20% in più”. (Fonte Il Fatto Quotidiano 20.11.2011)

Maturo il divorzio con San Donà di Piave: incomunicabilità nella Conferenza dei Sindaci
Intervista al sindaco di Portogruaro Antonio Bertoncello
Da qualche anno la Conferenza dei Sindaci del Veneto Orientale (undici sindaci del Portogruarese e dieci del Sandonatese) sembra paralizzata sulla riorganizzazione dei due ospedali di rete, Portogruaro e San Donà, a discapito anche delle altre finalità costitutive della legge n. 3/93: promuovere la realizzazione di iniziative per il decentramento amministrativo e per lo sviluppo economico del territorio.
Signor sindaco Bertoncello, la Conferenza ha realizzato le finalità della legge regionale?
“No. E inoltre certe notizie di stampa oggi  appaiono stupefacenti. Un anno fa la Conferenza aveva preso atto di una situazione sanitaria radicata sui due ospedale di rete, Portogruaro e San Donà  e su quello riabilitativo di Jesolo. Che oggi si ribalti il problema parlando di un ospedale unico e cioè San Donà, mentre si sta ancora discutendo il piano regionale sanitario, o è una boutade di cattivo gusto oppure risponde a ciniche esigenze elettorali. Si può anche parlare di irresponsabilità. Se cominciano da San Donà a dire che la loro città è la sede irrinunciabile dell’ospedale unico, poi si muove Portogruaro e quindi, con pieno diritto tutti gli altri, in una farsa drammatica”.
Dove dovrebbe trovare sede questo Ospedale?
“A mio avviso sicuramente a Portogruaro e non per motivi campanilistici”.
Perché?
“Per lontananza baricentrica da Venezia, per la vicinanza alle spiagge, per frenare l’evasione verso il vicino Friuli”.
Questa campagna mediatica sembra provocatoria e guidata da qualcuno.
“Penso proprio di sì. Può essere legittimo che un sindaco, quello di San Donà per esempio, preveda nel nuovo piano urbanistico un’area per l’ospedale unico del Veneto Orientale. Però solo come speranza. Decide la Regione. Ma la situazione appare stranamente sintomatica: a Jesolo sindaco di Lega Nord, idem a San Donà di Piave, Forcolin è sindaco di Lega Nord, Stival assessore regionale di Lega Nord, Coletti assessore regionale alla sanità pure di Lega Nord: e nessuno ha finora espresso un’idea uguale, discussa, condivisa”.
Dicono che la signora Francesca Zaccariotto sindaco di San Donà sia una donna potente.
“Sicuramente è una persona molto intelligente, capace; ho degli ottimi rapporti personali ma dopo io agisco come sindaco di Portogruaro, per il bene dei miei cittadini. La Zaccariotto però è anche presidente della Provincia per cui ha il dovere di  vedere i problemi con un’ottica di equità, superando la visione puramente comunale della sua città. Non possiamo far pagare ai cittadini scontri elettorali, scelte solo di prestigio personale, utilizzo di potere sciolto dal vincolo della polis, della città, della comunità”.
Tre anni fa la controparte ricattò pesantemente e lungamente il Portorguarese pur di avere la presidenza sanitaria che non gli spettava e che alla fine ottenne.  Perché?
“Dimostrammo disponibilità pur di poter amministrare bene assieme; fu uno sbaglio perché oggi San Donà ha scambiato disponibilità per debolezza e abbandonando la tradizionale politica di accordo comune, cerca e trova maggioranze anche pescando nei sindaci portogruaresi del centro destra”.
Cosa ne pensa di  questa guerriglia sandonatese che abbandonando patti di amministrazione concordata opera cinicamente con i numeri?
“E’ assolutamente un agire negativo e inammissibile. Pensare che nel 2011, due numeri o un numero di differenza si utilizzino per fare tutto ciò che si vuole, senza ascoltare i sindaci, di qualsiasi colore siano, è un errore politico enorme fotocopia di quello che succede a livello nazionale.
La sanità non può essere gestita a colpi di maggioranza, ma cercando e trovando il consenso, creando servizi adeguati alle esigenze dei cittadini, razionalizzandoli, con estrema attenzione alla spesa”.
Cosa ne pensa di sindaci di comuni del nostro mandamento che, obbedendo a eminenze non tanto grigie, approvano proposte che ridurrebbero il nosocomio di via Zappetti ad un avamposto di pronto soccorso, di frettoloso tamponamento di ferite che sarebbero curate dalle “eccellenze” di altro ospedale?
“Non credo che quei cittadini siano soddisfatti di simili assurdi comportamenti. E’ impensabile che un qualsiasi sindaco di sinistra o di destra approvi la funzione di solo pronto soccorso per un ospedale, quello di Portogruaro che esisteva, con altri in città, fin  dal Trecento e che ancora alla fine del secolo scorso era giudicato per reparti ed eccellenze mediche, il primo assoluto nella provincia di Venezia. La dichiarazione ufficiale, se non è sparita, si trova nell’archivio del nosocomio portogruarese. Sono atteggiamenti irresponsabili di gente che non conosce i problemi della sanità e quelli  del territorio. Se  ci sono state dichiarazioni di questa pesantezza, credo che i sindaci disponibili ad azzerare l’Ospedale utilizzato da sempre anche dai loro concittadini, non meriterebbero neanche di amministrarli”.
Quindi oggi – Italia docet – anche in periferia si premia l’appartenenza partitica piuttosto che i bisogni delle comunità, l’adesione a un partito piuttosto che il valore e i meriti acquisiti da medici e primari?
“Penso di sì. Se vogliamo mettere in evidenza quello che è successo in quest’ultimo lasso di tempo, viene da dire che troppi sindaci del Veneto Orientale hanno abdicato a rappresentare le proprie comunità, per sottostare alle volontà politiche, accettando umilianti logiche regionali e nazionali. Sono veramente desolato. Abdicare ai politici, nelle scelte che vengono fatte all’interno  della Conferenza dei Sindaci, è stato un gravissimo errore e spero che non si ripeterà più. Purtroppo è un pessimo esempio che viene copiato anche in altri enti istituzionali, con conseguenze demenziali”.
Concorda con il titolo di questa intervista: “Maturo il divorzio con San Donà”?
“Siamo realtà molto diverse e non complementari. Con radici storiche, comportamentali e culturali non propriamente combacianti. Comunque i due mandamenti con le loro realtà e le loro potenzialità dovrebbero sforzarsi di più a lavorare assieme per il bene della collettività. E dovrebbero partire da questo presupposto fondamentale: incontrarsi, confrontarsi, programmare il territorio, lavorando assieme, valorizzando le caratteristiche delle due realtà che non possono essere le stesse per  storia, natura, vocazione, assetto del territorio”. 
E’ ancora possibile?
“Non lo so. Speriamo, ma sarà difficile se la nostra controparte non abbandonerà atteggiamenti che a volte possono apparire supponenti e di superiorità vocazionale”. (Fonte La Nuova Venezia 16.11.2011)

Comitati e comuni assieme contro le centrali a biomasse
Portogruaro Vive, l’associazione culturale coordinata da Maria Luisa Venturin continua la sua difficile lotta contro la proliferazione delle centrali di produzione di energia elettrica alternativa, a combustione, che costituiscono un rischio per la salute dei cittadini del Mandamento e contribuiscono alla devastazione del terreno, utilizzato come combustibile e “rubato” alla sua originaria destinazione di produttore di cibo.
Le finalità attuali per l’associazione sono quelle di informare il numero più alto possibile di cittadini dell’intero comprensorio, di compattare comitati e amministrazione comunale di Portogruaro e di altri Comuni, in una lotta decisa contro le centrali a bio gas, in particolare contro quella più potente di Villanova di Fossalta di Portogruaro e quindi potenzialmente più a rischio, giungere quanto prima alla valutazione d’impatto monopatologico degli impianti a biomasse previsti, oltre che a Villanova, anche a Lugugnana e a Summaga. Per quest’ultimo il Comune ha perso un ricorso al Tar, ma ha deciso di rivolgersi al Consiglio di Stato con consistenti argomenti, ha assicurato Ivo Simonella assessore comunale all’ambiente. Fabio Pupulin, che rappresentava il comitato di Villanova, ha suggerito di coinvolgere in questa importante operazione che riguarda la salute dei cittadini, anche gli albergatori della costa. Negli anni Novanta del secolo scorso fecero fallire l’avvio di un importante anche se discusso impianto di una raffineria già completata dell’Eni in un’area vicina a Lugugnana. Motivo: il camino della raffineria avrebbe potuto preoccupare i milioni di turisti che attraversano i territori del Veneto Orientale per raggiungere le spiagge del Mare Adriatico.
“Oggi – ha concluso Puppulin – turberanno l’occhio del turista diretto verso la costa, non un solo camino, ma una serie di ciminiere che emettono scie di fumo che accompagneranno minacciosamente il turista verso le sognate vacanze”.
La coordinatrice Venturin ha informato che giovedì 24 novembre alle 20.45 al cinema “Concordia” di Concordia Sagittaria si svolgerà un convegno di esperti, aperto al pubblico, su “Salute che (s)fuma”, organizzato da comitato “Concordia per l’ambiente”, comitati territoriali e associazione “Limen universalis”. (Fonte La Nuova Venezia 15.11.2011)

Monta la rabbia contro le “biomassa”. Cittadini in piazza anche contro i sindaci.
L’iniziativa parte dalla Portogruaro Vive, e intanto il sentimento di frustrazione in merito all’andamento delle centrali a biomassa che cominciano già a scaldare i motori di caldaie immense capaci di ingoiare tonnellate di alberi al giorno, trova come riferimento agli strali delle loro proteste anche qualche sindaco che “stranamente” – a loro avviso – avrebbe iniziato la sua azione di opposizione agli inceneritori quando i giochi erano già stati fatti. Fabio Pupulin, segretario del comitato di Villanova, da tempo ha sottolineato il ritardo con cui il sindaco di Portogruaro, Antonio Bertoncello, si sarebbe mosso contro l’operazione alla proprietà della Zignago Power, che del resto godeva l’assoluto favore del sindaco e della giunta comunale di Fossalta di Portogruaro.
Per dovere di cronaca dobbiamo ricordare che il sindaco Bertoncello ha giudicato priva di fondamento questa critica, affermando che ha sempre fatto tutto il possibile, nei tempi resi possibili dalla eccezionale tempestività e quasi segretezza con cui le autorità regionali hanno bruciato i tempi per l’assegnazione ai Marzotto dei permessi di costruzione.
L’associazione Portogruaro Vive, nei giorni scorsi si era resa protagonista di una riunione nel corso della quale era stato reso pubblico il rinvio a giudizio per omicidio colposo plurimo (una cinquantina di morti per tumore e un’altra cinquantina gravemente malati sempre di cancro) e di strage ambientale, Pietro Marzotto, Antonio Favrin e un’altra decina di dirigenti per “Marlane, la fabbrica dei veleni” a Praia a Mare in Calabria. La storia di Marlane era raccontata nella stessa riunione in cui Portogruaro Vive affermava la sua netta contrarietà all’accensione dell’enorme “stufa” di Villanova ipotizzando possibili danni all’uomo e all’ambiente.
La stessa associazione ha protestato per i ritardi con cui sarebbe stato preso atto dei sentimenti e delle firme raccolti dalla stessa Associazione contro l’iniziativa di Fossalta, i cui fumi con relative “polveri leggere” sulle quali c’è tutta una letteratura di esami, osservazioni e giudizi negativi, possono ben raggiungere il finitimo territorio del Comune di Portogruaro.
Il gruppo culturale di Portogruaro Insieme intanto convoca per sabato 12 novembre alle ore 14.30 in Villa Comunale un’assemblea pubblica contro gli inceneritori del Portogruarese e nel contempo preannuncia iniziative forti, anche se rispettose della legge per “portare in piazza la protesta”.
Come? “Lo diremo sabato 12 novembre all’incontro in Villa Comunale, al quale abbiamo inviato la Cittadinanza, gli Amministratori, i Parlamentari locali, i Partiti Politici, i Medici e i responsabili dell’Ulss 10, quelli della prevenzione e igiene urbana e ambientale, i Comitati contro le centrali elettriche a combustione, i Sindacati, le Associazioni di Categoria, in particolare quelle legate al turismo e alla produzione agricola, le Associazioni Ambientaliste, le Associazioni di Volontariato”. (Fonte La Nuova Venezia 12.11.2011)

Monfalcone, traffico di rifiuti speciali, otto arrestati
Ci sono mesi e mesi di lavoro dietro l’operazione, coordinata dalla Procura distrettuale antimafia di Trieste e conclusa ieri mattina dai carabinieri del Noe con otto arresti e decine di perquisizioni nel Nord Est. Pesanti i capi di imputazione che pendono, a vario titolo, sul capo degli arrestati: associazione a delinquere finalizzata alla truffa ai datti dello Stato, del privato (la società A2A, proprietaria della centrale termo-elettrica di Monfalcone), falso ideologico e traffico illecito di rifiuti. Agli arresti domiciliari un udinese, il 60enne Giovanni Picin, dipendente quadro della società A2A. Picin, che lavorava da 25 anni alla centrale termo-elettrica di Monfalcone, di proprietà della A2A dal primo luglio 2009, ha avuto un ruolo chiave in uno dei due distinti filoni di truffa perpetrati ai danni della società (e anche dello Stato). La società milanese ha disposto ieri la sua sospensione cautelare dal lavoro.
Dietro le sbarre sono finiti il 36enne vicentino Loris Boseggia, legale rappresentante della Friul Pellet di Capriva, e Roberto Ferrari, 51enne bergamasco amministratore unico della Comagri. Ai domiciliari, oltre a Picin, sono finiti invece due dipendenti della Tecnim srl, il brasiliano residente a Villa Vicentina, Jovandi da Silva, 36anni, e il 49enne triestino Sergio Ciave, e ancora il 35enne vicentino Diego Gobbo, socio amministratore della Ecopolis, coinvolta anch’essa nel “giro della segatura”, e infine, per le analisi di laboratorio truccate, l’amministratore delegato della Tiss srl, il 45enne triestino Moreno Rudes, e un collaboratore esterno, il 25enne di Monfalcone, ma di origine albanese, Henry Sadiraj.
In conferenza stampa al comando del Noe di Udine, ieri mattina, sono state ripercorse le tappe dell’indagine. Tutto è partito a marzo, da una denuncia della stessa società A2A, vittima della doppia truffa. I vertici dell’azienda hanno cominciato a sospettare che ci fosse qualcosa di losco nel comportamento di certi dipendenti. Una duplice struttura, dall’organizzazione già ben collaudata, tanto che i carabinieri sospettano che fosse operativa da anni. L’associazione a delinquere era composta da imprenditori di cinque aziende e dipendenti “infedeli” ed era dedita al traffico illecito di rifiuti speciali, falsificava i formulari di identificazione dei rifiuti e dei certificati di analisi e truffava la A2A. In due modi.
In barba al decreto legislativo 152 del 2006, che prevede determinati requisiti per le biomasse destinate a combustibile, la Comagri spa di Treviglio in provincia di Bergamo (proprietaria anche del capannone sito a Monfalcone, in via Vittorio Veneto, perquisito ieri mattina) importava sansa di olive esausta dalla Tunisia e poi, con la complicità di Picin e del titolare del laboratorio di analisi Tiss di San Dorligo della Valle, la conferiva alla centrale di Monfalcone, dove veniva bruciata. A seconda delle percentuali di ceneri e di potere calorifico, la biomassa viene classificata come rifiuto o come materia prima da utilizzare come combustibile. In questo caso si trattava di rifiuti belli e buoni, spacciati invece per materia prima. Il che ha assicurato ai truffatori un lucro consistente, non ancora quantificato. Si stima infatti che siano state smaltite illegalmente alla centrale di Monfalcone oltre 50 mila tonnellate di rifiuti.
La seconda truffa consisteva in conferimenti fittizi di segatura. Dietro elargizione di una mazzetta (mille euro a carico) a due addetti al controllo degli automezzi della ditta Tecnim, i titolari delle società Friul Pellet, di Capriva, e Blu servize di Brendola, in provincia di Vicenza, fatturavano alla A2A un determinato numero di conferimenti ma in realtà due terzi dei carichi non venivano effettuati. I Noe hanno calcolato che ciò ha fruttato in un solo mese 120 mila euro.
In due casi l’azienda si è accorta che la segatura contenevano pure sostanze tossiche (idrocarburi e formaldeide) e li ha bloccati prima che fossero bruciati. A causa delle truffe subite la A2A potrebbe però aver ingiustamente incamerato i certificati verdi previsti per l’impiego di biomasse vegetali come materia prima. Da qui la truffa allo Stato. (Fonte Il Messaggero Veneto 09.11.2011)

Bersani: «Pronta la mozione di sfiducia»
Il Pd ha pronta la mozione di sfidu- cia al premier, ma calerà la carta solo al momento opportuno. Domani la Camera dovrà infatti vota- re il rendiconto dello Stato, dopo la bocciatura di tre settimane fa. E per l’opposizione sarà questo il pri- mo passaggio in cui dimostrare che il governo non ha più la mag- gioranza. I deputati di Pd, Udc e Idv stanno infatti ragionando sull’ipotesi di astenersi, per con- sentire l’approvazione di questo fondamentale provvedimento ma al tempo stesso far vedere che i lo- ro voti, insieme a quelli dei mal- pancisti del Pdl, costituiscono una maggioranza alternativa. Potrebbe bastare perché il Quirinale si im- pegni in un ulteriore accertamen- to sulla capacità di tenuta dell’asse Pdl-Lega-Responsabili,mapotreb- be non essere ancora sufficiente a far compiere a Berlusconi il neces- sario passo indietro per lavorare poi al governo di transizione auspi- cato da Pd e Udc(e accettato a pre- cise condizioni da Idv e Sel). Pier Luigi Bersani in pubblico frena sulla tempistica, e alla do- manda diretta di Lucia Annunzia- ta nel corso di “In 1/2h” risponde che il suo partito sta «ragionando» sull’ipotesi di unamozione di sfiducia.
In realtà il leader del Pd, che in queste ore è in continuo contatto con Pier Ferdinando Casini e con Antonio Di Pietro, sta valutando se far depositare alla Camera già sta- sera la mozione, visto che il regola- mento di Montecitorio prevede che tra la presentazione e il voto debbano passare almeno tre giorni, e che i rischi che corre il Paese sono troppo gravi per permettersi di aspettare la prossima settimana prima di un «cambio politico». Quel che è certo è che la carta verrà calata, anche se le votazioni di domani saranno per il premier meno negative di quanto previsto alla vigilia. Dario Franceschini è convinto che Berlusconi «stia bluffando» quando sostiene di avere i numeri per andare avanti, e avvisa: «O si dimette o presto i parlamenta- ri che vogliono un governo di emer- genza per salvare il Paese voteran- no la sfiducia per poterlo far nascere». Di Pietro dice che «prima dob- biamo avere i numeri e poi presentare la mozione di sfiducia». Ma per Bersani comunque vada il voto del rendiconto dello Stato la mozione andrà presentata: «Sceglieremo la strada che metterà meno in difficol- tà il Paese. Se verrà votato il rendiconto ci sarà una ragione in più per la sfiducia».
Per il leader del Pd solo con un passo indietro del premier e un governo che segni una «disconti- nuità» e sia guidato da una persona- lità credibile all’estero l’Italia può ri- salire la china. Condizioni che aprirebbero all’ipotesi di un governo Monti, an- che se Bersani sottolinea che spetta al Quirinale fare i nomi, e che invece escludono il sostegno a ipotetici go- verni guidati da Renato Schifani o Gianni Letta, che sarebbero comun- que «di centrodestra».
I FISCHI A RENZI E LE PAROLE DI PRODI
Bersani, che non esclude di andare al voto in ogni caso prima del 2013, è soddisfatto della prova data dal suo partito con la manifestazione di San Giovanni. In tv smorza, circa la giornata di sabato, la vicenda delle contestazioni a Matteo Renzi: «Fi- schi?Main piazza c’erano centinaia di migliaia di persone, c'è stato solo un battibecco. Sì, certo, è stata una cosa spiacevole. Ma vorrei ricorda- re che Renzi è uno del Pd e io sono anche il suo segretario». Dice poi Bersani che discussioni tra dirigenti possono anche esserci, «ma ognuno in questo momento si deve assumere le sue responsabilità, ora dobbia- mooccuparci dell'Italia,nodei destini personali». Quanto alle parole di Romano Prodi («non è confortante leggere, con quel che succede, che nei son- daggi il Pd non riesce a crescere co- me ci si aspetterebbe», ha detto in un’intervista), che pure non gli han- no fatto piacere, dice Bersani in tv con un sorriso che non c’è «proble- ma»: «Rispondo alle sue osservazioni dicendo che siamo partiti da con- dizioni difficili e certamente facile non è. Abbiamo solo quattro anni e siamo già il primo partito del Paese. Noi siamo stati ben peggio di oggi. Siamo migliorati, sondaggi compresi. E questo ci fa dire che possiamo ancora migliorare. E miglioreremo, con l’aiuto generoso di tutti. Il nostro servizio è al Paese e non è guardarci la punta delle scarpe». (Fonte L'Unità 07.11.2011)

Rottamare dinosauri? No, è l'ora dei ricostruttori
Peso le parole e spero di sbagliare. Abbiamo ormai pochissimo tempo per evitare all’Italia una catastrofe finanziaria e quindi di forte impoverimento. Un salto indietro di molti anni della sua storia. Non intendo polemizzare con nessuno. Dico solo che vedo anch’io i «dinosauri».
Sono tutti coloro (politici, giornalisti, famosi economisti e conduttori televisivi) che non si rendono conto del perché siamo giunti a questa prova. Di che programmi si sta parlando? I programmi sono spot televisivi e non si misurano col problema che ha posto di recente Alberto Melloni, lo storico del Cristianesimo, il quale rivolgendosi alle gerarchie cattoliche le invitava a rendersi conto «che la svolta storica che ci sovrasta è di proporzioni superiori al panico che produce» e che quindi «lo stile di vita tenuto dall’Occidente, nel quale il debito aveva sostituito altri sistemi di dominio, è finito. Per sempre. Come il colonialismo in India e come il bolscevismo in Russia. Non è la fine del mondo: è la fine di un mondo».
Penso anch’io che se non siamo proprio alla fine, è al tramonto di un ordine mondiale che stiamo assistendo: quello del neoliberismo. Il quale però non finirà da solo e non senza molti dolori, soprattutto per l’Italia che è nell’occhio del ciclone. E aggiungo che sta proprio qui la speranza, la grande speranza, che ripongo nelle nuove generazioni. Parlo del complesso e difficile mondo giovanile, non dei «narcisi» che occupano la scena televisiva.
Parlo dei giovani non per compiacerli ma perché sono loro a pagare il prezzo più pesante a un sistema che - come ha scritto domenica Romano Prodi - provoca crescenti ingiustizie tra ricchi e poveri e sposta tutto il reddito verso il capitale e non verso il lavoro. Un sistema che impoverisce l’intera economia mondiale togliendo immense risorse al cammino produttivo dell’economia. Un sistema in cui i cervelli migliori vengono impiegati nelle banche d’affari per scommettere e non nelle imprese o nei laboratori. E così concludeva Romano Prodi: se queste risorse fossero dirette verso investimenti produttivi faremmo molto presto ad uscire dalla crisi.
Eccolo secondo me in poche parole il cuore di un grande programma: canalizzare le risorse che esistono e sono grandi perché sono le risorse umane, le conoscenze, il capitale sociale verso l’investimento produttivo, cioè le cose vere e soprattutto i beni pubblici, la difesa del meraviglioso ambiente italiano e i nuovi bisogni umani. Ma come? Nel solo modo possibile, mettendo in campo non un uomo ma una forza reale. Uno strumento pubblico, una soggettività organizzata, una forza politica, capaci di combattere anche duramente.
Questa è la grande responsabilità che pesa su di noi. Ma qui sta anche il grande spazio che si apre per un partito come il Pd. È lo spazio nuovo che la crisi del vecchio ordine ultraliberista dovrà per forza restituire alla politica. È l’enorme bisogno di guida, di garanzie, di valori. È il bisogno di luoghi dove si possa costruire uno stare insieme e un nuovo alto compromesso sociale tra gli italiani. Questi luoghi non sono i set televisivi, sono i partiti.
Tutto ciò comporta una lotta dura, aperta, e impone il rifiuto di scorciatoie e demagogie. Ai giovani va detto con assoluta chiarezza che essi non hanno altro futuro che non sia l’europeizzazione dell’Italia, vincoli compresi. Anche se l’Europa di domani non fosse più dominata dalle attuali oligarchie finanziarie e dai rottami della destra, la condizione per l’Italia per non finire ai margini è che una nuova generazione faccia il lavoro che i padri non hanno fatto: le grandi riforme. Per farle non serve a nulla inveire contro le banche che sono assolutamente necessarie. Occorre porre fine allo spreco enorme delle risorse del Paese.
Sbaglierò ma il problema che domina tutta la scena attuale e futura dell’Italia è che il Paese invecchia sempre più con le conseguenze enormi che vediamo. A noi quindi spetta - io credo - porre come esigenza prioritaria di un programma di sviluppo, quella di come favorire il passaggio generazionale in tutti i settori compreso quello della politica. Il che significa che essenziale diventa lo scontro con quel grumo di rendite, di privilegi, di ostacoli alla mobilità sociale che stanno scaricando sulle nuove generazioni tutti i costi del sistema.
Il punto centrale è che il sistema italiano non può tornare a competere con un’economia aperta dove ciò che decide è la produttività totale del sistema se non si rompe questa sorta di gabbia in cui sono intrappolate le risorse fondamentali del paese.
Stiamo attenti quindi a non sbagliare. È del tutto fuori dalla realtà pensare a un ritorno al vecchio statalismo, così come sarebbe del tutto illusorio sfuggire alla necessità di politiche di rigore e di risanamento finanziario. La linea più realistica e soprattutto la sola che può costituire la base per una nuova alleanza tra le forze produttive è l’affrancamento dell’individuo dalle vecchie appartenenze e dei vecchi vincoli sociali. Ma le conseguenze possono essere molto diverse. Da un lato precarietà, insicurezza, esclusione sociale, aumento dei rischi della vita. Dall’altro lato una spinta potente a realizzarsi, a essere autonomi, ad affermare i nuovi diritti. Da un parte disgregazione sociale, egoismo, sfiducia nella democrazia, delega al Capo. Dall’altra parte riscoperta dell’impegno sociale, voglia di sapere, volontariato, impegno comunitario.
Gli esiti di questo contrasto sono aperti. È chiaro allora che la nostra elaborazione politica e programmatica deve puntare alla creazione di un soggetto capace di guidare società come queste valorizzando tutta la potenzialità di progresso che ci resta. Nel mondo delle interdipendenze delle grandi reti non si può essere liberi da soli, senza gli altri o contro gli altri, ma soltanto in dialogo con gli altri. Perciò un programma vero non può essere fatto dai «rottamatori». È l’ora dei ricostruttori. (Fonte L'Unità 02.11.2011)

Renzi: «Mia candidatura? Fra tre mesi...» 100 punti: IL PDF
 

“Licenziare il governo”. Spi in piazza a Roma contro le proposte alla Ue.
”Questo governo proprio non va. Stiamo scontando tre anni di politiche sbagliate”. Così il segretario generale della Cgil, parlando a margine della manifestazione nazionale “Nessun dorma” organizzata dai pensionati dello Spi-Cgil. Tre anni di politiche che “ci hanno messo in difficoltà, che hanno portato l’Italia ad essere un Paese che non cresce. Gran parte delle ragioni della nostra debolezza sta nel fatto che questo governo ha innescato un meccanismo di continuo inseguimento di risorse, per tenere i conti pubblici, diminuendo progressivamente la crescita, fino allo stato di questi due ultimi anni che è di pura stagnazione. Non riparte il Paese – rimarca Camusso – se non riparte l’occupazione. Invece l’idea del governo è quella di intervenire sui licenziamenti. Dietro quell’idea, oltre che un attacco ai diritti dei lavoratori, abbiamo la sensazione che ci sia anche l’idea di ridurre gli ammortizzatori sociali, le protezioni e quindi il reddito del Paese. Con queste ricette – conclude il leader della Cgil – continuiamo ad affossare il Paese invece che farlo riprendere”.
In piazza del Popolo, riempita dai militanti dello Spi, il segretario della Cgil attacca le politiche sul lavoro del governo e l’idea di un confronto sul tema dei licenziamenti proposto dal ministro Sacconi. ”Non c’è bisogno di nessun tavolo – dice Camusso – perché questo tema dei licenziamenti non è un problema da affrontare e discutere, il problema è solo come dare continuità all’occupazione”. (Fonte Il Fatto Quotidiano 28.10.2011)

Rosi Bindi: «Governo di tutti oppure andiamo al voto subito»
Primo questo Governo deve andare a casa, «perché oramai è ovvio che il problema non può diventare la soluzione». Poi o un governo con dentro tutti, dalla Lega all’Idv, di responsabilità nazionale nazionale per salvare l’Italia e magari rifare la legge elettorale. O meglio andare al voto. La vicepresidente della Camera Rosy Bindi ha fretta. Deve andare a presiedere la seduta di un’Aula dentro cui rimbalzano le notizie di un esecutivo oramai in rotta.
Presidente, il governo è in caduta libera, almeno dal punto di vista politico. È un governo che in pratica non c’è più. Ma rischia di trascinare con sé anche l’Italia. Come se ne esce?
«La via maestra sono le dimissioni del governo e le successive decisioni da parte del Presidente della Repubblica. Perché con questo governo non è più possibile procedere. Non ci sono più le condizioni per fare le scelte che servono all’Italia, che l’Europa ci chiede. Ormai è evidente che il governo è parte della crisi non può essere certo la soluzione della crisi».
Le riforme che servono al Paese, su questo concordano sia Bersani che Casini le potrà fare solo un nuovo governo. Il punto è: come ci si può arrivare?
«Per quanto ci riguarda le strade praticabili dopo le dimissioni di Berlusconi sono soltanto due. La prima, quella che chiediamo da un anno, da quando si è aperta la crisi dentro la maggioranza, è di un governo che potremo chiamare di responsabilità nazionale. Costruito attorno a una personalità scelta dal Presidente della Repubblica che goda di prestigio soprattutto in Europa dove vorremmo evitare di continuare a prendere schiaffi e sorrisetti. Un governo sostenuto da tutte forze politiche che rappresenti una chiara discontinuità nei confronti dell’attuale, e del quale tutti ci assumiamo insieme la responsabilità».
Quando lei chiede un governo sostenuto da tutte le forze politiche ci mette dentro tutti anche la Lega?
«Ci metto dentro tutti, anche la Lega Non c’è dubbio. Ma se non c’è questa ipotesi, l’unica strada perseguibile sono le elezioni. Le dimissioni di Berlusconi per noi sarebbero un passo avanti, ma non sosterremmo mai un governo che ricompatti l’attuale maggioranza, magari costruito intorno a Letta o altre personalità del centrodestra. Né siamo disponibili a un esecutivo nel quale qualcuno ci chieda di andare a rimpiazzare i voti della Lega. E siamo altrettanto indisponibili al governo del ribaltone. Insomma l’unica strada possibile sono o governo sostenuto da tutti o le elezioni».
L’ipotesi di un governo di tutti però sembra più un’ipotesi di scuola che una possibilità concreta. Come si fa a mettere assieme la Lega, l’Idv, etc.?
«In un governo di responsabilità nazionale non ci sarebbero né i ministri di Bertusconi e neppure esponenti di altri partiti. Sono esecutivi che contano sul sostegno di tutte le forze politiche, perché tutti sono consapevoli che bisogna fare alcune grandi scelte per far uscire il Paese da questo disastro. Un governo di questo tipo potrebbe anche approvare una nuova legge elettorale e magari e portarci al voto se possibile anche prima della scadenza della legislatura».
Ma se questo non succede?
«Se non è praticabile questa ipotesi noi chiediamo le elezioni. Se loro sono in grado di fare un’altra cosa, la facciano. Ma è il governo loro, non il nostro. E ritengo che su questa posizione non ci sia solo il Pd, ma anche il Terzo Polo».
Secondo lei anche Casini e Fini sarebbero per il governo di tutti?
«Secondo me sì, anche loro. Insomma saremmo tutti soddisfatti di vedere Berlusconi che fa un passo indietro, però se si tratta di formare un nuovo governo allora l’unico credibile in questa fase sarebbe quello di responsabilità nazionale di tutti. Altrimenti si va al voto».
Che mi pare la soluzione, almeno per il Pd, più percorribile. O no?
«Se ci sono le condizioni di un governo di responsabilità nazionale, che per primi abbiamo chiesto, siamo pronti a assumerci le responsabilità perché capiamo la gravità della situazione e vorremmo anche una nuova legge elettorale. Non ci tiriamo indietro, certo vediamo la difficoltà di questa strada. Ma nessuno pensi che si tratti di una nostra debolezza. Noi siamo pronti alle elezioni».
In caso di elezioni con chi dovrebbe allearsi il Pd?
«Stiamo lavorando a una ipotesi politica che ci consenta di presentarci agli elettori con un’alleanza larga. Sostanzialmente il campo politico delle opposizioni di oggi. Un’alleanza fra progressisti e moderati che, pur consapevole delle differenze, si presenti con chiarezza dicendo: l’Italia ha bisogno di queste 10 scelte fondamentali, noi siamo pronti a compierle insieme e vi chiediamo la fiducia per ricostruire il Paese».
Un’alleanza da Vendola a Fini?
«Non si tratta di banalizzare con le solite figurine. Dobbiamo unire progressisti e moderati per ricostruire l’Italia».
Chiamparino su l’Unità avverte che costruire alleanze non significa inseguire un giorno Vendola, uno Di Pietro, uno Casini, ma aggregare forze su un proprio programma.
«Ha ragione, e infatti il Pd si sta facendo carico della costruzione di questa alleanza. Il nostro programma ce lo abbiamo, ma non lo possiamo imporre agli altri. Va cercata cioè un’intesa su un messaggio da presentare insieme a tutti gli italiani». (Fonte L'Unità 26.10.2011)

Chiamparino: «Tav, centrosinistra si gioca la sua credibilità»
Non si può andare con «’na scarpa e ‘n soch», con una scarpa e uno zoccolo. Dopo il corteo pacifico no tav in Val di Susa, Sergio Chiamparino è più che mai convinto sulla Torino-Lione, «il dissenso è legittimo, impedire il cantiere sarebbe una prevaricazione ed è giusto che la maggioranza si difenda».
La Tav è una discriminante per la coalizione di centro sinistra?
«È una delle tante questioni che segnano l’arretratezza dell’Italia rispetto agli altri sistemi europei. È stato Jacques Delors ad avviare questi progetti, sulla base di una ragionevole visione riformistica per la quale bisogna spostare un po’ per volta i viaggiatori dagli aerei e le merci dai camion al meno inquinante trasporto su ferrovia. La “soi disant” sinistra ha perso di vista valori e obiettivi generali».
Difendere l’ambiente nella Valle di Susa non è di sinistra?
«Sarà che io sono della generazione in cui la ferrovia aveva un po’ il valore dell’elettrificazione, ma a me sembra che quella sia la posizione conservatrice del buon selvaggio. C’è un crinale che separa la sinistra di governo da una sinistra protestataria che ha bisogno di totem negativi. Ma se Merkel e Sarkozy ci prendono in giro, e non avrebbero dovuto farlo, questo è in primo luogo a causa del premier e della sua corte dei miracoli, ma anche perché in Italia non si porta mai a conclusione niente».
Non avrebbero dovuto ridere?
«No, perché l’Italia merita rispetto».
Il sì alla Tav è una condizione per la coalizione con Sel e Idv?
«Avrei fatto volentieri quella foto con Vendola e Di Pietro se nella dedica ci fosse stato scritto “siamo a favore della Tav”. Non solo la Tav, naturalmente, ma l’accordo su alcuni simboli e dati concreti di programma che facciano da spartiacque per tutti. Io non voto per un’allenza che non dia garanzie e certezze sulla Torino Lione. Non è possibile continuare a inerpicarsi con il treno sino a 2000 metri come nei fumetti di Tex Willer. Di Pietro, da ministro, veniva a firmare le carte e ora si oppone, ma su opere di questa portata non si può cambiare umore una volta al giorno. Vendola cerca consensi in Piemonte ma è a favore della Tav Napoli- Bari. Giustamente, perché oggi ci vogliono 4 ore per andare da Napoli a Bari».
In Val Susa dicono che il traffico merci è in calo e l’opera inutile
«Sono d’accordo anche io che i flussi di traffico non sono crescenti, ma si sposteranno sempre di più verso Milano e altrove, tagliando fuori Torino e il Piemonte. Se Cavour avesse dovuto basarsi sui flussi, invece di fare il Frejus, avrebbe raddoppiato la mulattiera. Invece il Frejus è stato un asse del trasporto che ha retto per 120 anni. E si deve anche al Traforo se Torino e Lione sono diventate due capitali industriali. Oggi non è molto diverso: la logistica è un sistema sofisticato per attrarre attività e anche la Fiat, per vendere le auto deve poterle trasportare. È una infrastruttura che deve reggere la sfida dei prossimi 100 anni».
Vendola a favore della Tav in Puglia, Burlando contro la Torino-Lione ma a favore del Valico in Liguria ... Mi pare lei ampli la sindrome Nimby ("Not In My BackYard", "Ovunque ma non nel mio giardino") alla dimensione regionale
«Burlando penso si illuda, perché Nizza non è interessata ad essere nodo per le merci. Invece la Tav in Val di Susa si farà per il semplice fatto che la vogliono l’Europa e la Francia. Vendola è a favore in Puglia, lo sia anche in Piemonte. Altrimenti io, che sono un semplice cittadino, torinese e piemontese, non voterò quella coalizione. Faccio un altro esempio: l’acqua bene comune. Però Vendola mette gli utili nel bilancio dell’Acquedotto, altrimenti non avrebbe i soldi dalle banche. È un po’ come chi è contro le privatizzazioni a casa propria ma viaggia con Ryan Air, che è il frutto di un processo di liberalizzazione delle rotte».
Dà ragione a Casini? Come vede la coalizione con Casini?
«Sulla Tav sì, però io ho celebrato il matrimonio fra due lesbiche. So benissimo che questo ci divide ma so anche che deciderà il Parlamento, come fu con la Dc al tempo del divorzio. Non è impossibile la coalizione con Casini a cui pensano D’Alema e Bersani, anche perché non mi pare che a destra Casini possa avere garanzie. A condizione, però, di non rincorrere i problemi, perché se un giorno inseguiamo Vendola e Di Pietro e il giorno dopo Casini, perdiamo ogni volta un pezzo dei nostri. Io non ho mai pensato che la vocazione maggioritaria del Pd significasse autosufficienza. Penso che sulla base della autorevolezza politica e di un messaggio programmatico di fondo, il Pd debba svolgere una funzione aggregante». (Fonte L'Unità 25.10.2011)

Pd: «Ecco come uscire dalla crisi»
Mentre Berlusconi cerca di calmare l'ira di Bossi, il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani incontra la stampa e presenta le proposte del Pd per affrontare la crisi e rimettere il Paese «sulla via della riscossa democratica, economica e sociale».
BERSANI: "QUESTO GOVERNO PASSI LA MANO"
«Tre anni di politiche dissennate, inique e inconcludenti hanno portato l’Italia dove non sarebbe dovuta stare: nella situazione più esposta, con il Paese che è considerato un pericolo per l’euro e con gli italiani che devono riconquistare il rispetto loro dovuto. Se oggi, con il ritardo che noi abbiamo denunciato da anni, si vuol mettere mano a misure per la crescita i capitoli sono quelli che abbiamo indicato più volte e che, per larga parte, abbiamo già presentato in Parlamento sotto forma di proposte e disegni di legge e anche di emendamenti condivisi dalle opposizioni alla manovra approvata a colpi di fiducia dalla maggioranza di centrodestra», si legge in una nota del Pd.
LE PROPOSTE PD
Una riforma fiscale che carichi su rendite e evasione per ridurre il peso del fisco su produzione e lavoro, anche anticipando misure immediate contro l’evasione fiscale e di imposizione ordinaria sui grandi patrimoni immobiliari, secondo le proposte che il Pd ha presentato concretamente in Parlamento in occasione della manovra di agosto, e di alleggerimento del costo del lavoro per sostenere la crescita anche attraverso questa via.
Un programma di liberalizzazioni effettive, secondo i provvedimenti che il Pd ha più volte presentato in dettaglio con proposte ed emendamenti parlamentari.
Una ripresa degli interventi di politica industriale ed energetica, con particolare riferimento al Mezzogiorno, riprendendo l’ispirazione di Industria 2015 che il governo ha boicottato.
Una deroga selettiva al patto di stabilità interno per consentire ai comuni che ne hanno la possibilità di avviare immediati investimenti e di procedere ai pagamenti verso le piccole imprese. Questa misura può essere agevolmente finanziata con un contributo straordinario a carico degli scudati.
Misure sul welfare che, a fronte di interventi di riduzione della precarietà dei giovani, correggano in modo flessibile il meccanismo di uscita dal lavoro con incentivi.
Un piano di dismissione e valorizzazione degli immobili demaniali, secondo il progetto presentato dal Pd.
Un programma di interventi per ristrutturare l’assetto istituzionale centrale e locale, a cominciare dal dimezzamento del numero dei parlamentari, dallo snellimento degli organi di rappresentanza e di governo di Regioni, Province e Comuni, dall’accorpamento degli uffici periferici dello Stato, dall’eliminazione degli organi societari per le società in house dei comuni (oltre 50 mila incarichi) e così via.
“Queste sono alcune delle cose che si possono fare” dichiara il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. “Naturalmente va anche ricordato che tutto ciò che l’Italia e gli italiani possono fare rischia di avere un effetto davvero limitato se resta questo quadro politico. Con un governo così niente basterà mai. L’Italia è un grande paese. Gli italiani hanno risorse e mezzi per uscire dalla crisi e meritano ben altro rispetto a quello mostrato in questi giorni dagli altri partner europei. A questo punto è necessario dare un segnale di cambiamento politico chiaro per mettere il Paese in condizione di riprendere il suo cammino e anche per recuperare a livello internazionale il rispetto e la fiducia che gli italiani meritano”. (Fonte L'Unità 24.10.2011)

La «sorpresa» di Renzi: «Alla Leopolda il nostro candidato»
Prima ancora che si consumi il «big bang» della politica Matteo Renzi annuncia sorprese. Dice che dalla Leopolda a fine ottobre uscirà fuori il candidato premier. «Non si è risolta la questione della candidatura alle primarie per gli iscritti al Pd, è una vergogna - denuncia il sindaco di Firenze -. Decideremo con i ragazzi del “big bang” alla Leopolda ma uno di noi si candiderà». O forse no. Si candideranno le idee, aggiunge più tardi. Ma intervenendo ad Agorà su Rai3, insiste: «Chi è in Parlamento da 20/25 anni deve andarsene», largo a chi ha «idee» e basta «mettere lì il faccione che vuol dire: mi garba lui o mi garba lei».
Intanto Pippo Civati insieme a Debora Serracchiani - dopo aver preso parte all’iniziativa di sabato scorso a L’Aquila dei trenta-quarantenni - sta ultimando i preparativi dell’altro evento dei giovani democratici, «Il nostro tempo» che si svolgerà a Bologna sabato e domenica nella megastruttura montata in piazza Maggiore. Non fa riferimenti diretti Civati, ma certo che il collegamento parte all’istante. Mettendo da parte il suo approccio filosofico alle umane debolezze esordisce: «Non è il momento di fare gli stronzi, tantomeno di annunciare sorprese. Quello di cui c’è bisogno è di mettere ordine in questa coalizione che si dovrà formare per governare il paese».
Civati annuncia che da Bologna verranno fuori proposte concrete, cinque, su temi concreti, idee «che partono dal Pd, sono per il Pd e per la coalizione», perché quello che vogliono i giovani che si riuniranno a Bologna è andare al voto con un programma che fa vincere. «Il problema - scrive sul suo blog - è quello delle scelte radicali, da assumere, sul fisco e sulle pensioni, ad esempio, per ritrovare quella “misura dell'anima”, dell'uguaglianza, che si traduce in concorrenza leale, in consenso informato, e soprattutto nella possibilità che chi rischia sia premiato più di chi si mantiene o si fa mantenere. Mai come ora è chiaro che la società italiana ha bisogno di risposte, non “di classe”, ma capaci di mischiarle, le classi».
A Bologna nessun big bang quanto piuttosto «cartoline» alla politica nazionale che «non si sostituiranno alla famosa cartolina spedita da Vasto, ma completeranno l'album». E un posto d’onore all’ex premier Romano Prodi: «A Prodi ho dedicato un personale tempietto votivo. Non vogliamo strumentalizzarlo ma lo abbiamo invitato e speriamo accetti», l’auspicio di Civati. Lo scopo, aggiunge Debora Serracchiani, è quello «di aprire le porte alla pressante richiesta di democrazia che tanti manifestano, e di candidare gli italiani, più che un leader, attraverso campagne e proposte condivise su fisco, ambiente, lavoro, etica e costi della politica».
E mentre ci sarà uno scambio di partecipazione e di «visite» tra l’Aquila e Bologna, Pina Picierno, per esempio, ha partecipato alla prima e andrà alla seconda, più netta la linea di demarcazione con la Leopolda, dove secondo molti giovani democratici Renzi giocherà una partita tutta sua. Chi andrà a Firenze dal 28 al 30 ottobre? Intanto meglio dire chi potrà andare secondo le «regole» stabilite dall’ospite: «Benvenuti i cittadini stanchi ma non rassegnati», restino a casa i «gattopardi». «Possono partecipare - avverte - tutti i cittadini che sono stanchi, ma non rassegnati, davanti al degrado della politica e al calciomercato dei sottosegretari». Scenografia semplice, «ispirata ad una casa, senza podio e pedane, perché bisogna riportare la politica nelle case», conclude Renzi. (Fonte L'Unità 20.10.2011)

Sul palco del 5 novembre il sogno della sinistra Ue
Anche François Hollande, neo vincitore delle Primarie socialiste francesi e sfidante di Sarkozy per l'Eliseo, e il leader dell'Spd Sigmar Gabriel saranno sul palco della manifestazione che il Pd farà a Roma il 5 novembre. L'adesione è arrivata stamattina a margine del Global Progress a Madrid, incontro nel quale il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, ha incontrato il vincitore delle Primarie francesi. «Sono felice - commenta Bersani - che da Roma possa essere figurata l'unione dei Progressisti europei che rappresentano l'alternativa in Europa».
Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, e François Hollande, vincitore delle primarie francesi dei socialisti per la corsa all'Eliseo, si sono incontrati stamattina a margine del Global Progress, la riunione dei progressisti che quest'anno si svolge a Madrid. «Siamo pronti per l'alternativa», si sono trovati d'accordo i due leader sostenendo la necessità di iniziative comuni delle forze progressiste europee per rilanciare l'Europa. «È stato un incontro - ha affermato Bersani - tra chi ha idee precise e condivise, cioè che facendosi forza l'un l'altra le forze progressiste europee possono dare una svolta alle cose. Serve una piattaforma comune progressista per rilanciare il sogno europeo e tocca a noi perchè la destra coltiva solo ripiegamenti nazionali, localistici e corporativi mentre le forze progressiste possono fare dell'Europa un grande soggetto economico e sociale con meccanismi democratici più forti». (Fonte L'Unità 19.10.2011)

Anna Finocchiaro: «Non altre regole. Serve un nuovo governo»
«Non servono nuove leggi, occorre applicare quelle che ci sono già». Lo dice al ministro Roberto Maroni e al futuro alleato Antonio Di Pietro. Lo dice mentre rilascia questa intervista e lo ripeterà oggi in Aula a Palazzo Madama. Anna Finocchiaro, capogruppo Pd al Senato, però non può non partire dalle frasi di un altro «estremista» ansioso di fare la rivoluzione che non era in piazza sabato con casco e mazza, ma siede a Palazzo Chigi dal 2008, Silvio Berlusconi. Assaltare istituzioni e media, questo diceva parlando con il latitante Valter Lavitola. «Chiederemo che venga a risponderne in Aula», annuncia la senatrice.
Berlusconi che pensa all’assalto dei media e di Palazzo di Giustizia a Milano. Lei ne ha chiesto le dimissioni ma non è che c’è stata la sollevazione. Sembra ci si abitui a tutto.
«Quelle di Berlusconi sembrano le dichiarazioni di una persona fuori controllo. Un presidente del Consiglio non può, neanche in un momento di depressione profonda davanti al suo fallimento, proporre rivoluzioni, assedi, epurazioni... La cosa grave è che non si stupisce più nessuno. Il livello di tolleranza nei confronti delle sue dichiarazioni è tale per cui tutto sembra giustificabile. Non è affatto così. Non è giustificabile e noi del Pd chiederemo che venga a riferire in Aula».
Berlusconi «rivoluzionario» tra molte virgolette e Antonio Di Pietro che rispolvera la legge Reale e trova il plauso del ministro Maroni per punire le gravi violenze di sabato. Il Pd come la pensa?
«Iniziamo col dire che la violenza di sabato è una violenza ingiustificabile. Detto questo, però, vorrei suggerire a Di Pietro di stare molto attento a quello che afferma. Intanto la legge Reale è in parte ancora nel nostro ordinamento, dalmomento che è vietato usare i caschi durante le manifestazioni. Poi, aggiungo che può essere fuorviante spostare l’attenzione su questo punto perché le vere questioni sono altre. Il primo obbligo che gravava sul governo era quello della prevenzione e mi chiedo se c’è stata. In queste ore magistratura e forze dell’ordine stanno effettuando perquisizioni, perché non lo hanno fatto prima? Sentiremo domani (oggi per chi legge, ndr) cosa ci dirà Maroni. La seconda questione è il modo in cui le forze di polizia sono chiamate a fronteggiare situazioni come questa: negli ultimi tre anni è stato tagliato di unterzo il loro bilancio. Dagli arretrati agli straordinari, alla formazione e alla dotazione di mezzi e strumenti, le forze di polizia stanno vivendo uno dei momenti più drammatici della storia repubblicana. Il feeling di Di Pietro con Maroni sull’inasprimento delle norme rischia di spostare l’attenzione dai problemi fondamentali ».
C’è stato un errore di sottovalutazione sabato?
«Credo si sia trattato di un errore strategico. Ci spiegherà il ministro cosa è successo».
Il governo intende rispondere alle violenze, ma quel corteo era composto soprattuttodacentinaia di migliaia di giovani e meno giovani che ponevano questioni molto serie. A quella gente lì nessuno continua a dare risposte.
«E questo è l’altro aspetto drammatico. Roma è l’unico posto del mondodove ha avuto la meglio la violenza. Quello che è paradossale e inaccettabile è che tutta la discussione si stia spostando su un tema che è certamente importante ma che sta oscurando del tutto le questioni che la piazza pacifica ha posto e che lo stesso Draghi ha riconosciuto. Nessuno si chiede quali conseguenze dobbiamo trarre, non dai disordini dei criminali, perché di criminali si tratta, ma dal fatto che centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze erano in piazza perché voglionouna politica diversa, lavoro, il minimo della cittadinanza...».
Il ministro Sacconi ha annunciato un piano per l’occupabilità dei giovani. Una risposta o una provocazione?
«Ma dov’è questo piano? Io non ne vedo traccia. Quali strumenti, quale contrasto alla precarietà del lavoro? Di cosa stanno parlando? Non lo sappiamo perché a partire dal premier nessuno ha speso una parola su questo».
Il terreno è minato, ma la domanda resta. Una politica così incapace di dare risposte sulle grandi questioni economiche e sociali non contribuisce ad acuire le tensioni?
«Questa situazione è la conclamazione del fallimento dell’attuale governo. È un’altra delle ragioni per cui ogni giorno che questo governo resta in carica è un giorno perduto per il Paese. Quanto sia profondo il disagio nella società è talmente chiaro che solo chi non vuole accorgersene può sottovalutare il livello di sofferenza. Questo è un popolo che, a parte quei criminali che abbiamovisto in azione, manifesta pacificamente, ma non accorgersi di quello che sta accadendo è molto pericoloso».
Giuliano Amato sostiene che la nostra stia diventando una democrazia malata di fascismo. Che ne pensa?
«Amato ha ragione. I germi di una deriva di destra ma destra estrema, che usa le parole dell’anti-istituzionalismo e dall’antipolitica, sono già in circolo da tempo».
Certo che lo spettacolo che è andato in scena venerdì scorso per la fiducia al Governo non è che aiuta...
«Per questo dobbiamo voltare pagina e farlo velocemente: lo dobbiamo ai ragazzi e alle ragazze italiane che chiedono futuro». (Fonte L'Unità 18.10.2011)

Letta "sgonfia" Renzi. «Dove vai? Stai con noi»
Se Matteo Renzi vuole partecipare alle primarie per il candidato premier il Pd non può rispondere con dei «formalismi», secondo il vice-segretario del Pd Enrico Letta. Parlando alla trasmissione di Piroso su La7, Letta ha spiegato: «Credo moltissimo al formalismo delle regole e agli statuti, ma anche nel buonsenso che oggi ci dice che noi, dovendo battere Berlusconi, dobbiamo mettere insieme tutte le risorse che abbiamo a disposizione. Quindi la cosa peggiore che un partito come il nostro può fare rispetto alle risorse più fresche e più giovani che hanno voglia di mettersi in pista è dire, con aspetti formalistici: voi non ci potete stare».
«Quindi - ha aggiunto - sono convinto che troveremo le soluzioni finché tutti possano dare il loro contributo per non perdersi per strada o buttarli fuori dal partito. Noi dobbiamo allargare le porte del partito, se perdiamo questa volta la gente ci rincorre col forcone». (Fonte L'Unità 17.10.2011)

Renzi si lancia: «Primarie subito. Non sarò solo uno schiacciatasti»
«Non si può immaginare di imbrigliare le primarie che sono un fatto costitutivo del Pd limitando la partecipazione dei votanti o dei candidati». È quanto sostiene in un'intervista il sindaco di Firenze, Matteo Renzi. Il primo cittadino sottolinea che il tema della data delle primarie «è secondario» e rileva come Arturo Parisi sta «mettendo nell'angolo il vertice del Pd che non può ignorare questa offensiva politica». «Sicuramente la data delle primarie dipende dalle elezioni - aggiunge Renzi - però l'importante è non dire poi che non c'è il tempo per farle». «I vertici del partito potranno non averne voglia ma avranno tempo - afferma - le primarie si organizzano in tre settimane». Quanto alla sua candidatura, il sindaco di Firenze fa sapere di non essere interessato «alla fiera delle vanità delle autocandidature personali» e annuncia che non lascerà Firenze per «diventare uno dei mille 'schiaccia-tastì in Parlamento». (Fonte L'Unità 17.10.2011)

Traffico di Tir e primi fumi dalla centrale a biomassa
I camion che da diverse settimane transitano per le principali arterie stradali del territorio sono il primo effetto dell’entrata in funzione della centrale a biomassa della Zignago Power che proprio in questi giorni è evidente con il fumo che esce dall’inpianto. "I camion - spiega Fabio Pupulin, coordinatore dei comitati contro le centrali a biomassa -, pieni zeppi di legname, transitano per i tre principali viali di Portogruaro, (Pordenone, Isonzo, Trieste) o per Fratta e i viali di Fossalta, per terminare la propria corsa davanti ai cancelli dell'inceneritore di biomasse situato a Villanova. Si tratta di ulteriori 13.000 mezzi pesanti che ogni anno scorazzeranno per le nostre strade, andando a sommarsi al traffico esistente, già di per se‚ critico. Inoltre - prosegue Pupulin - è giusto ricordare che la rotatoria prevista lungo la SS 14, all'altezza dell'incrocio tra via Manzoni e via Goldoni, in località Fossalta (all'altezza dell'incrocio con la zona artigianale), servirà esclusivamente per consentire l'accesso dei camion alla centrale di un privato, ma sarà finanziata con soldi pubblici, tanti soldi pubblici! Il costo previsto per la messa in sicurezza dell'incrocio è di 695.000 euro, di cui 420.000 euro a carico della Regie 275.000 euro a carico del Comune di Fossalta, cioè dei suoi cittadini. (Fonte La Nuova Venezia 12.10.2011)

L'ottobre caldo dei giovani Pd
L'ottobre del Partito Democratico fa segnare sul calendario tre eventi che non hanno a che fare direttamente con la segreteria del partito, con le mosse in parlamento delle opposizioni, con le alleanze in vista delle prossime elezioni – tutti temi caldi per Bersani – ma che alla segreteria, esplicitamente o indirettamente, si rivolgono. Sono le kermesse organizzate da Renzi, Civati e Orlando. Tre nomi, tre posizioni e tre storie diverse che da mesi agitano discussioni all'interno della compagine dei democratici. L'Unità li osserverà da vicino, sarà alle tre convention con i suoi giornalisti e le sue domande. Racconteremo gli incontri attraverso reportage e dirette. E poi ne intervisteremo i protagonisti: per questo vi chiediamo di inviarci le domande che vorreste porre loro, sulle differenze che li dividono, le contraddizioni e i punti di contatto fra le tre posizioni.
I primi a riunirsi, il 16 ottobre, saranno i trenta-quarantenni che si raccolgono attorno al ligure Andrea Orlando. Per l'occasione hanno scelto L'Aquila. Tema dell'incontro: 'Rifare l'Italia, rinnovare il Pd'. Un titolo che la dice lunga sulla volontà dei partecipanti di discutere, oltre che dei problemi del paese e delle possibili soluzioni, anche dei problemi del partito e del suo rinnovamento. A metterli sul tavolo saranno, tra i tre gruppi che animeranno questo ottobre, i democratici più vicini alla segreteria. L'idea di Orlando, Matteo Orfini, Francesco Verducci, Daniele Marantelli è quella di trovare una via di mezzo tra l'impostazione economica à la Stefano Fassina e quella improntata a un maggiore liberalismo di Enrico Letta. Una posizione, in ogni caso, che si autodefinisce antitetica a quella di Renzi – a cui spesso non hanno mancato di far giungere critiche e stoccate.
Meno di una settimana dopo, il 22 e 23 ottobre, sarà la volta di Pippo Civati e Debora Serracchiani. L'appuntamento è in piazza Maggiore, a Bologna. Civati prova ridare linfa alla sfida che aveva lanciato l'anno scorso con Renzi alla Stazione Leopolda di Firenze. Dopo la rottura con il sindaco toscano, il consigliere regionale in Lombardia ha più volte voluto rimarcarne le differenze e quello che proverà a spiegare a Bologna sarà la necessità di dialogo tra il Partito Democratico e i movimenti. «Ci saranno figure della politica e della società civilissima, ci saranno intellettuali e professionisti – dice Civati – ci saranno lavoratori e aspiranti tali. Ci saranno movimenti e ci saranno amministratori». Sul Crescentone di piazza Maggiore si alterneranno, tra gli altri, Luigi De Magistris, Nicola Zingaretti, Enrico Rossi, Rosy Bindi; e poi i vignettisti Sergio Staino e Maccox; i rappresentanti di 'Se non ora quando' e 'Valigia blu'.
Da Bologna a Firenze, Matteo Renzi dice di pensare a un vero e proprio “Big Bang”. Com'è per gli altri due nomi, anche quello della convention fiorentina, prevista per il 28, 29 e 30 ottobre alla stazione Leopolda, dice molto sul conto di chi l'ha organizzata e sulle sue idee in merito a Pd e Paese. Renzi infatti rivendica posizioni più radicali rispetto agli altri trenta-quarantenni democratici: « «Ogni giorno – dice – sui media o in rete ci sono nuovi sostenitori del ricambio totale. Ma adesso noi sentiamo il bisogno di fare il salto di qualità. Non basta la rivendicazione anagrafica e non basta dire che gli altri hanno fallito: è il momento di tirare fuori le idee. Almeno quelle. Lo faremo senza ricorrere al politichese, dicendo in modo crudo quello che pensiamo». Per farlo ha ingaggiato Giorgio Gori, ex Mediaset, produttore dell'Isola dei Famosi. E se non dovesse bastare, una mano la darà anche lo scrittore Alessandro Baricco. (Fonte L'Unità 11.10.2011)

Nuova Pansac, la Cgil precisa il significato del nuovo accordo
«Ci sentiamo in dovere di rappresentare al meglio l’importanza e il vero significato di questo accordo». La segreteria della Filctem Cgil di Venezia intende precisare il senso dell’accordo ottenuto dopo l’ultimo incontro tra sindacati, lavoratori e l’amministrazione della Nuova Pansac, insieme a rappresentanti di prefettura, Confindustria ed enti locali. «Non è un accordo - spiega la Cgil - che si concentra sulla ricollocazione di un’azienda chiusa, ma un accordo che prevede l’impegno da parte di tutti gli enti locali con la garanzia del Prefetto per trovare una soluzione imprenditoriale che garantisca la continuità produttiva e quindi il mantenimento del posto di lavoro per 70 lavoratori. Oggi il punto focale della vertenza, e quindi dell’accordo - conclude la Filctem Cgil - è il rifiuto da parte nostra di un piano industriale che prevede la completa dismissione dello stabilimento di Portogruaro attraverso la vendita del sito con le sue produzioni e quindi dare ai lavoratori la speranza di mantenere il proprio posto di lavoro». (Fonte a Nuova Venezia 10.10.2011)

Istruzione, sanità, servizi: la Cgil scende in piazza
In piazza contro i tagli contenuti nella manovra del governo che si abbattono sul settore pubblico. Non solo per difendere gli stipendi di insegnanti, medici, infermieri, per ridare un futuro alla ricerca ma, soprattutto, per gridare che il «pubblico è futuro», come recita lo slogan che dà il titolo alla manifestazione nazionale dei lavoratori pubblici e della conoscenza organizzata per domani dalla Cgil. Appuntamento alle 14 in piazza della Repubblica, per sfilare fino a piazza del Popolo. Sul palco, insieme a Susanna Camusso, ci saranno i segretari della Flc e della Fp, Mimmo Pantaleo e Rossana Dettori, e poi, anche lì, alcuni precari. Quei lavoratori senza certezze - quelli colpiti con più ferocia dalle scelte economiche degli ultimi anni - che marceranno nel cuore del corteo.
«Avevamo detto che la manovra era iniqua, sbagliata e con carattere depressivo. E i fatti ci stanno dando ragione. Gli atti del governo dimostrano un particolare accanimento verso tutto ciò che è pubblico e in particolare per i lavoratori della pubblica amministrazione e per i precari», ha ricordato ieri il segretario confederale della Cgil Fulvio Fammoni, alla conferenza stampa per presentare la mobilitazione. Una «manifestazione per la democrazia», come la definisce Pantaleo, perché «senza il servizio pubblico sei privato dei tuoi diritti» - così recita lo slogan sui manifesti in giro per Roma - e con la quale «vogliamo spiegare che la manovra del governo colpisce tutti i cittadini, che in ogni caso faranno le spese della riduzione dei servizi pubblici», annota Dettori.
I dati forniti ieri dal sindacato di Corso d’Italia parlano di quali saranno gli effetti dell’ultima manovra, sommati a quelli delle politiche economiche di questo governo dal 2008 in poi. Il risultato è che, a causa del blocco dei rinnovi dei contratti nazionali, nei prossimi quattro anni un insegnante di scuola media con più di 20 anni di servizio perderà circa 9 mila euro, un professore universitario 14.760 euro. Se a questo si aggiungono gli effetti della riduzione del salario accessorio, in media - nella scuola e nella pubblica amministrazione - la mannaia del centrodestra produrrà delle perdite sul reddito che andranno oltre i 10mila euro.
«Il governo dice di non aver messo le mani in tasca ai cittadini, ma non è affatto vero», contesta Dettori, citando le due ultime finanziarie, per una riduzione complessiva del 53 percento sui finanziamenti destinati a enti locali, regioni e sanità. A ciò si affianca la decisione di dimezzare la spesa per il personale del pubblico impiego, che si traduce in «licenziamenti occulti», ovvero in contratti precari non più rinnovati: così 31 mila precari sono già rimasti a casa e a loro se dovranno aggiungere altri 40 mila. «L’emorragia di risorse non riguarda solo i lavoratori. La scuola ha perso 8 miliardi. Il diritto all’istruzione non è più garantito», contesta Pantaleo, chiedendo che si torni a investire su scuola, università e ricerca, secondo formule diametralmente opposte a quelle indicate dal governo e dalla Bce per uscire dalla crisi.
«Anche il blocco del Tfr: è stato deciso solo per i dipendenti pubblici», sottolinea Rossana Dettori, «è evidente che c’è un problema di disparità. Gli unici cui il governo ha messo le mani in tasca sono i lavoratori pubblici. Il vero obiettivo è la riduzione degli spazi pubblici, che va a intaccare il diritto alla formazione, alla salute, al lavoro».
E se per domani la Cgil si prepara a una protesta ad alta partecipazione, con pullman in arrivo da tutta Italia - da Imola fanno sapere che sbarcheranno a Roma con alla mano una raccolta di firme per chiedere la patrimoniale, e intanto anche Sel aderisce alla manifestazione - la Cisl convoca per il 12 ottobre gli stati generali del pubblico impiego, lanciando la mobilitazione degli statali. (Fonte L'Unità 07.10.2011)

Nuova Pansac, accordo sulla ricollocazione
Raggiunto l’accordo per la ricollocazione dei lavoratori Pansac nel territorio. E’ il risultato ottenuto dalla Femca Cisl ieri pomeriggio durante l’incontro tra i lavoratori e l’amministrazione Pansac. «Con questo accordo - ha spiegato ieri Luca Sarto, rappresentate della Femca Cisl - è stata accolta la nostra richiesta di creare dei percorsi formativi per i lavoratori e di mettere a disposizione delle risorse per la riqualificazione del personale e la loro ricollocazione all’interno del territorio di Portogruaro, è impensabile che un lavoratore di Portogruaro possa inserirsi con la cassa integrazione in uno stabilimento di Marghera o in altri stabilimenti dove magari ci sono già altri dipendenti in cassa integrazione». Un passo in avanti quindi per i lavoratori che da due anni ormai stanno lottando per la difesa del loro posto di lavoro. «Si tratta di uno passo importante quello ottenuto oggi - ha concluso Sarto - anche perché l’introduzione di questo passaggio non era previsto nell’accordo che dovevamo firmare». (Fonte La Nuova venezia 06.10.2011)

Scuola, domani parte l'autunno caldo degli studenti
Comincia l'autunno caldo della scuola. Domani, 7 ottobre, gli studenti scenderanno in piazza in oltre 70 città, da Bolzano a Palermo, «contro un ministro e un governo che hanno distrutto il nostro presente e il nostro futuro». La giornata di mobilitazione è promossa dalla Rete degli studenti e dall'Unione degli universitari.
«Siamo stanchi - spiegano in una nota le due associazioni studentesche - di dover stare alla finestra, di essere considerati l'ultima ruota del carro da questo governo, ora vogliamo contare. Scenderemo in piazza per mandare a casa questo ministro che non sa far altro che distruggere le nostre scuole, con tagli trasversali, e prendere in giro chi la scuola la vive ogni giorno fornendo dati falsi come quello sulle bocciature, solo per avvalorare la propaganda che in questi anni ha portato avanti sulla scuola del rigore e merito, o non pubblicandone altri, come l'anagrafe sull'edilizia scolastica di cui ancora non abbiamo notizie. Mentre tutto il mondo ride per la gaffe del tunnel dei neutrini, le nostre scuole - proseguono Rete e Udu - continuano a crollarci addosso, un edificio su 3 non è a norma e non ci sono tracce di investimenti, sempre più studenti non riescono ad accedere all'istruzione a causa dei costi altissimi a carico di studenti e famiglie o abbandonano la scuola a per provvedimenti inutili e dannosi come il limite di assenze o il voto di condotta».
SABATO SI REPLICA
Rete e Udu ricordano anche «il drammatico taglio del 95%, voluto da questo Governo, del fondo nazionale per le borse di studio». «Crediamo che lo smantellamento della scuola e dell'università pubblica siano un pezzo del disegno generale di questo governo di distruzione dello stato sociale e del concetto stesso di pubblico. È per questo che l'8 ottobre - concludono le due associazioni - saremo ancora in piazza, a Roma con pullman di studenti che partono da tutte le città d'Italia, a fianco dei lavoratori del settore pubblico della Cgil, per ribadire che senza pubblico non c'è nessun futuro!». (Fonte L'Unità 06.10.2011)
leggi il dossier de L'Unità

Delrio presidente Anci. Ma il Pd costretto alle primarie
C’è voluta una riunione di quattro ore e poi anche una sorta di primarie per arrivare a decidere il candidato del Pd per la presidenza dell’Associazione nazionale dei comuni italiani. Alla fine di una lunga e faticosa giornata, i sindaci Democratici riuniti a Brindisi per l’assemblea congressuale dell’Anci hanno scelto Granziano Delrio, che con 89 voti a 85 l’ha spuntata su Michele Emiliano.
Tra la riunione per cercare un’intesa e - dopo che è caduto nel vuoto il tentativo di mediazione di Piero Fassino (scegliere il sindaco di Bari e riconfermare quello di Reggio Emilia come vicepresidente) - poi lo svolgimento delle primarie (durate un paio d’ore visto che si è proceduto con voto segreto chiamando uno per uno i sindaci di una Regione per volta), l’assemblea con i 755 delegati di ogni colore politico arrivati da tutta Italia è cominciata con quattro ore di ritardo. Così, quando alle otto di sera Delrio è salito sul palco per scusarsi con gli altri sindaci dell’attesa, è partita una bordata di fischi alimentata dagli esponenti di centrodestra (spetta al Pd indicare il presidente perché i primi cittadini Democratici sono maggioranza nell’associazione).
Il sindaco di Reggio Emilia non si è fatto intimorire e ha continuato: «Vi chiediamo scusa e vi preghiamo di considerare che questa discussione è stata fatta per cercare una soluzione migliore per l’associazione. Ringrazio Emiliano per il confronto democratico che ci ha coinvolto e per l’amicizia che mi ha dimostrato presentando come primo firmatario la mozione che mi propone presidente». A questo punto sono scattati gli applausi e poco dopo Delrio è stato eletto per acclamazione nuovo presidente dell’Anci. La vicenda ha fatto penare per giorni e non poco i dirigenti del Pd. Anche un incontro a Roma, alla vigilia dell’assemblea congressuale, tra Pier Luigi Bersani, il responsabile Enti locali Davide Zoggia, Emiliano e Delrio non era stato sufficiente per trovare un accordo sul nome del successore di Sergio Chiamparino. Il fatto è che la segreteria del Pd auspicava la nomina alla presidenza dell’Anci del sindaco di Bari, per dare un segnale ai territori del Mezzogiorno dopo due presidenti del nord (prima del sindaco di Torino a ricoprire l’incarico era stato il fiorentino Leonardo Domenici). Ma la preferenza delle regioni settentrionali (che esprimono più delegati) andava su Delrio.
Con Matteo Renzi che ha contestato duramente l’ipotesi Emiliano: «Devono essere i sindaci a decidere, non le segreterie di partito». Bersani rimane convinto che nell’ottica di un gioco di squadra sarebbe stato meglio mandare un messaggio d’attenzione al Sud, ma guarda comunque al bicchiere mezzo pieno della decisione raggiunta attraverso il metodo della partecipazione democratica. Lo stesso Emiliano, che alla vigilia denunciava come il fronte del no alla sua candidatura venisse soprattutto dall’Emilia Romagna, ora fa buon viso a cattivo gioco, evitando di allinearsi ai commenti negativi di Nichi Vendola («sembra di assistere ad una conventio ad excludendum del Sud ed è inaccettabile - dice il governatore della Puglia durante una breve apparizione a Brindisi - sembra di assistere a prove tecniche di secessione») e del segretario del Pd pugliese Sergio Blasi: «Scandaloso che il Pd dell’Emilia esprima il segretario, il coordinatore della segreteria, il capogruppo alla Camera, il Presidente della conferenza Stato-Regioni e adesso anche quello dell’Anci».
Il sindaco di Bari ascolta Delrio assicurare dal palco che «la ricetta per l’Italia è di farci carico di tutto il Paese» e che venendo dalla città del Tricolore vuole che l’Anci «resti il luogo dell’unità dove tutti i sindaci devono sentirsi a casa propria». Poi dice: «Tra me e Delrio, a cui auguro buon lavoro, c’è stato un confronto elegante e in grande amicizia. Il problema Sud comunque esiste». (Fonte L'Unità 06.10.2011)

Bersani: tocca a noi ricostruire. «Guai a chi azzoppa il Pd»
«Infine, vorrei soffermarmi sul tema dei comportamenti». Pier Luigi Bersani chiude la relazione che avvia i lavori della Direzione del Pd sottolineando la responsabilità che ha sulle spalle in questo momento il maggior partito d’opposizione. Visto che la posta in gioco è la «ricostruzione» di una fiducia e di una speranza duramente colpite dalla crisi economica e politica, il leader del Pd di fronte ai suoi fa un appello al «senso di responsabilità», chiedendo ai dirigenti «massima attenzione a dichiarazioni di cui non si calcola bene la misura». Tutto inutile, si potrebbe dire dopo sei ore di discussione a porte chiuse. E infatti il leader del Pd al termine degli interventi riprende la parola e non a caso dice due cose. La prima: «Per favore, evitiamo le caricature». La seconda: «Mi stupisce che dirigenti del Pd invece che valorizzare il nostro contributo, lo azzoppino». Cosa è successo in quelle sei ore?
Intanto, che subito dopo la relazione del segretario, chiede di intervenire Arturo Parisi, per ricordare che l’ultima Direzione votò un ordine del giorno che impegnava il partito a non sostenere il referendum (in realtà era in campo anche quello Passigli) con soli 3 voti contrari e per criticare «una rivendicazione scomposta dei meriti»: «Lo dico a quelli che hanno scoperto poi che il referendum può essere un utile stimolo come se fosse la dolce Euchessina». Finisce il tempo dell’intervento, Parisi chiede di depositare agli atti la fine del suo ragionamento. Questa: «Il segretario dovrebbe presentarsi dimissionario per difendersi dall’accusa di aver inferto un grave danno al partito proponendo una linea che si è dimostrata radicalmente sbagliata». Più tardi, quando tutto filtra fuori dalla sede Pd, dice che è stato frainteso.
Così si spiega con chi ce l’ha Bersani quando nell’intervento di chiusura dice che «il Pd non è un optional, io non sono il segretario di un optional» e per questo è stupito «che dirigenti del Pd invece che valorizzare il nostro contributo al referendum lo azzoppino»: «Per me valgono i fatti. Abbiamo un progetto di legge che non è esattamente il Mattarellum. Siamo stati determinanti nella raccolta delle firme».
Non si capirebbe però fino in fondo l’altra frase pronunciata da Bersani nella replica finale, quell’appello a evitare nelle discussioni tra di loro le «caricature». Il leader del Pd aprendo i lavori parla della necessità di «riabilitare l’Italia», di confrontarsi con il manifesto degli imprenditori per la crescita del Paese, di «chiedere e ottenere buona politica» (che abbia come capisaldi uno Stato più leggero, una nuova legge elettorale, un nuovo sistema fiscale e un nuovo patto sociale) perché «scorciatoie» indicate da «salvatori della patria» si è visto dove portano. Tutto questo per dire che il Pd è disponibile a «un governo d’emergenza», anche se tutto intorno vede «tatticismi di ogni genere», e anche se, sottolinea, «il nostro orizzonte sono le elezioni». Walter Veltroni interviene per chiedere chiarezza su questo punto, con un esplicito riferimento alle parole del leader: «L’orizzonte nel quale si muove il Pd non è, come pure qualcuno ha sintetizzato, quello delle elezioni bensì quello del superamento del governo Belusconi con un governo davvero responsabile». Una posizione sostenuta dagli altri esponenti di Movimento democratico ma anche dal vicesegretario del Pd Enrico Letta e da Dario Franceschini (quelli di Area democratica si sono riuniti prima della Direzione e hanno espresso critiche al modo in cui è stata gestita la vicenda referendum, ma poi hanno deciso di non unirsi all’intemerata di Parisi, che anzi è stato criticato dal capogruppo alla Camera).
La minoranza guarda con attenzione e interesse a questi distinguo nella maggioranza, così come al fatto che sulla lettera della Bce al governo si sia registrato un botta e risposta tra Letta e il responsabile Economia del Pd Stefano Fassina. Per quest’ultimo la lettera di Trichet e Draghi contiene una ricetta «iniqua e irrealistica» e la Bce è una «istituzione senza legittimazione democratica e limitata dal suo statuto al controllo dell'inflazione» e che quindi non può influire sulla sovranità di uno Stato nazionale. Per Letta sarebbe però un errore sposare la linea dell’«europeismo a intermittenza»: «Lasciamo a Berlusconi la polemica contro la tecnocrazia europea». E Paolo Gentiloni interviene nella divaricazione sostenendo che se il nemico è la Bce addio Nuovo Ulivo.
La minoranza chiede chiarezza anche sulle alleanze, ma è soprattutto sulle ipotesi governo di transizione-voto anticipato (ipotesi sostenuta da Nicola Latorre) che si accende il confronto. Bersani chiede di evitare di forzare la sua posizione, ma rimane convinto che sostenere soltanto l’ipotesi del governo di emergenza rischia di «farci rimanere sotto». Per questo il segretario vuole che il partito sia «attrezzato» anche per un eventuale voto anticipato. Che rimane «l’orizzonte per il cambiamento, laricostruzione, la ripartenza». (Fonte L'Unità 04.10.2011)

La Città per il Verde» a Concordia Sagittaria
Il Comune si è aggiudicato il premio «La Città per il Verde» per l'anno 2011, risultando vincitore nella categoria comuni da 5 mila a 15 mila abitanti con il progetto di riqualificazione ambientale della località Lame. La cerimonia di premiazione ufficiale qualche giorno fa a Padova presso il salone internazionale di florovivaismo e giardinaggio Flormart. I vincitori hanno ricevuto una targa di riconoscimento e l'autorizzazione ad apporre sulla propria carta intestata il logo del premio, oltre a varie pubblicazioni. Hanno ritirato il premio il Sindaco Marco Geromin e l'assessore ai lavori pubblici e ambiente Ermano Bortolussi. Il Premio «La Città per il Verde», giunta quest'anno alla XII edizione, è un prestigioso riconoscimento alle amministrazioni pubbliche che hanno investito in modo eccellente il proprio impegno e le proprie risorse a favore del verde pubblico, in conformità ai dettami della convenzione europea del paesaggio. In particolare il premio viene assegnato ai comuni che si sono distinti nell'incremento del patrimonio di verde pubblico. (Fonte La Nuova Venezia 01.10.2011)

Referendum: il «miracolo» del milione di firme
È «un miracolo popolare». Il comitato referendario consegnerà oggi alle 12 in Cassazione 1.210.466 firme, raccolte in soli due mesi, per chiedere l'abrogazione del porcellum. Il presidente del Comitato, Andrea Morrone, nel corso di una conferenza stampa alla Camera, esulta, ma ricorda che è «solo l'inizio». Il via libera della Cassazione arriverà entro il 10 dicembre, poi ci sarà il passaggio alla Corte costituzionale, che valuterà l'ammissibilità senza poter far riferimento a precedenti referendum sulla legge elettorale, quindi sarà il momento della campagna referendaria e il voto si terrà la prossima primavera, tra il 15 aprile e il 15 giugno, sempre che le Camere non vengano sciolte anticipatamente.
Marrone spiega che questo, quanto a firme raccolte, è «il secondo risultato in assoluto nella storia del referendum». Ringrazia il «gruppo unito» delle forze del comitato e ricorda che «il 10% delle firme è dovuto al contributo dei Comuni». Arturo Parisi esalta «il lavoro corale» e parla di firme sottoscritte dai cittadini «con rabbia e indignazione», ma anche di «speranza» per il futuro. Nessuno ormai «difende più il porcellum», continua l'ex ministro, quindi il prossimo Parlamento non deve essere rieletto con l'attuale elegge elettorale. Infine, Antonio Di Pietro esorta la politica a cambiare la legge elettorale. L'Idv pone 3 condizioni: «Incandidabilità per i condannati; chi è sotto processo non può ricoprire ruoli di governo e chi fa il parlamentare deve sospendere la propria attività professionale». (Fonte L'Unità 30.09.2011)

"Ora tocca a noi": politici e nobel per dire no al berlusconismo
L'appuntamento è per sabato a Roma, in piazza Navona. Le parole d'ordine sono: “Ora tocca a noi”. I promotori sono Nichi Vendola e Sel. Le adesioni già tante: l'Idv ha fatto sapere che ci sarà; ci saranno anche Dario Fo, Don Gallo, Amelia Frascaroli e decine di altre personalità. «Saremo tanti e tante – assicura il presidente della regione Puglia e guida del partito – Ci sarà la base di tutte le forze che in questi anni hanno contrastato non solo Berlusconi ma l`intero impianto del berlusconismo. E` lecito sperare che alla fine l`opposizione ci sia tutta. Per la nostra gente sarebbe il segnale più atteso». L'Unità sarà in piazza a seguire l'appuntamento e sul sito ne trasmetterà la diretta streaming.
Si inizia alle 15,30. Sul palco si susseguiranno artisti, politici, intellettuali. Alle ore 17 ci saranno i videomessaggi del Premio Nobel Dario Fo, di Vandana Shiva, Massimo Zedda, Giuliano Pisapia, Antonio Di Pietro. «La posta in gioco - ha sottolineato Vendola- va molto oltre la stessa fine del peggior governo della storia repubblicana. Non dovrà essere solo un`altra manifestazione di protesta e giusta indignazione contro questo governo. La parabola del berlusconismo è arrivata alla conclusione: questione di giorni, settimane o mesi, non di anni. Berlusconi è all`ultimo atto, ma da quanto resisterà e da come alla fine cadrà dipenderà in buona parte il nostro futuro». (Fonte L'Unità 29.09.2011)

Il 25 aprile? Meglio il 18 del '48. Il governo riprova a togliere la Festa
Festeggiare la Liberazione? Meglio il giorno delle prime elezioni della Repubblica, quelle dei 'Comitati civici' di Gedda e della Dc al 48,5 per cento contro il 31 del Fronte popolare. Insomma, meglio ricordare il 18 aprile '48 che il 25 aprile del '45, anche perchè «le motivazioni con le quali i partigiani della sinistra combatterono il nazifascismo non erano certo ispirate al desiderio di instaurare la libertà, bensì a quello di creare un regime comunista che fu proprio evitato grazie alla vittoria del 18 aprile 1948». Appunto, quella della Dc.
La lettura storica è del deputato Pdl, ex FI, Fabio Garagnani. Ma non solo sua, visto che, annuncia lo stesso Garagnani, «in data odierna ho ricevuto dal servizio di controllo parlamentare la conferma scritta dell'accoglimento 'come raccomandazione' da parte del governo del mio ordine del giorno che, in sede di discussione della manovra finanziaria del 14 settembre c.m., impegnava ed impegna il governo a sostituire la festività del 25 aprile con il 18 aprile 1948». È questa, sottolinea il deputato Pdl, «a parere mio, la vera data fondante ed unificante della democrazia italiana».
«Pur non illudendomi su una sollecita applicazione di quanto sopra, credo di interpretare i sentimenti di una grande parte dell'opinione pubblica bolognese ed emiliano-romagnola - dice ancora - per il fatto che, per la prima volta in Parlamento e da parte del governo, sia stata riconosciuto». Tant'è che in proposito, ricorda, «ho fatto a suo tempo un'apposita proposta di legge, per il 18 aprile 1948 come data fondante della democrazia rispetto al 25 aprile che, soprattutto nella nostra realtà, ha significato profonde lacerazioni e divisioni non ancora composte».
Più legata all'orgoglio di bolognese, e alle polemiche sullo spostamento delle feste patronali sempre previsto nella manovra d'agosto, è invece l'annotazione di Garagnani sul fatto che «anche in riferimento a San Petronio, il governo ha accolto, nello stesso ordine del giorno, la mia richiesta sulla base della quale ciascun comune, fra cui ovviamente Bologna, necessita di mantenere la propria identità storica e religiosa celebrando i propri santi patroni». (Fonte L'Unità 28.09.2011)

Primi spiragli alla Nuova Pansac
Tornano le materie prime e verranno pagati gli stipendi arretrati
Raggiunta un’intesa di massima per i lavoratori della Nuova Pansac di Summaga. Primi presagi positivi per i lavoratori che martedì hanno partecipato all’incontro con le autorità politiche della Provincia e la presenza dei vertici dell’azienda. «Verranno consegnate le materie prime per la lavorazione - ha spiegato Luca Sarto, della Rsu Femca Cisl - inoltre verranno liquidati gli arretrati degli stipendi e l’erogazione del premio che spetta ai dipendenti dell’azienda». Si tratta di un passo importante, o perlomeno, il primo compiuto concretamente dalla proprietà dell’azienda ai dipendenti che da mesi vivono senza stipendio e completamente all’oscuro su quello che sarà il loro futuro lavorativo. Da circa due anni i dipendenti stanno lottando per difendere il loro posto di lavoro sempre più precario e compromesso. A peggiorare la situazione è stata la presentazione nei giorni scorsi da parte dell’azienda di un piano industriale che prevedeva la chiusura del sito di Portogruaro e il trasferimento delle materie prime e delle linee produttive negli altri stabilimenti del gruppo, mettendo sul lastrico decine di famiglie». «Di positivo c’è - prosegue il sindacalista - che è stato istituito un tavolo tecnico per il 28 settembre in Confindustria Venezia e dove sraà possibile capire il futuro degli impianti della Pansac e se verranno spostati».
Ora, la speranza dei lavoratori è che l’azienda mantenga l’accordo e le promesse fatte dopo lunghi mesi fatti di vane speranze. Intanto sul tavolo di Zaia è arrivata una mozione per impegnare la giunta regionale a promuovere alternative che possano garantire continuità produttive al sito di Summaga. «Nell’ultimo incontro presso il Ministero dello Sviluppo Economico - ricorda Pietrangelo Pettenò, consigliere regionale Federazione della Sinistra Veneta - l’azienda aveva promesso di ricercare soluzioni che garantissero il mantenimento del sito produttivo attraverso incontri con le Istituzioni Locali e Confindustria». (Fonte La Nuova Venezia 22.09.2011)

Al salvataggio della Nuova Pansac. La Provincia incontrerà l’azienda a Venezia
Le istituzioni si stanno muovendo per cercare di salvare il salvabile, soprattutto i posti di lavoro, della Nuova Pansac di Portogruaro se non di entrambi gli stabilimenti che si trovano in provincia.
Ieri, infatti, della sede della Provincia a Mestre si è tenuto un incontro nel quale hanno partecipato l’ente, nella persona dell’assessore al Lavoro Paolino D’Anna, la Prefettura, Confindustria, Cgil, Cisl, Uil, rappresentanti della Regione e il Comune di Portogruaro. E’ un primo passo nel tentativo, appunto, di trovare una soluzione per evitare la chiusura dello stabilimento portogruarese: «Abbiamo cercato di costruire qualcosa cercando di poter salvare la sede di Portogruaro. - ha affermato D’Anna in margine all’incontro - Non vogliamo illudere nessuno: come istituzioni e in sinergia con i sindacati, il tentativo cerchiamo di farlo come sempre abbiamo fatto anche per altre vertenze. Nei prossimi giorni ci ritroveremo in prefettura, noi istituzioni e l’azienda. Cercheremo di facilitare un nuova manifestazione di interesse non solo per la Pansac di Portogruaro ma per tutto il gruppo. Non dimentichiamo che stiamo parlando di 750 lavoratori, le loro famiglie e il relativo indotto».
E oggi in consiglio regionale, a palazzo Ferro Fini a Venezia, la Federazione della Sinistra attraverso il consigliere Pietrangelo Pettenò presenterà una mozione per impegnare la giunta Zaia a farsi promotrice in tempi brevissimi di un incontro con Pansac International, parti sociali e Confindustria al «fine di trovare quelle alternative che possano garantire la continuità produttiva del sito di Summaga, scongiurando la perdita di posti di lavoro». (Fonte La Nuova venezia 21.09.2011)

Penati: «Non lascio il mio seggio da consigliere regionale»
Filippo Penati, indagato nell'inchiesta sulle presunte tangenti per le ex aree Falk e sospeso dal Partito Democratico, resterà consigliere regionale in Lombardia. «Continuerò i lavori da consigliere - ha spiegato lui stesso arrivando stamani in aula - fiducioso che la giustizia farà il suo corso e che la verità verrà a galla». A chi gli chiedeva se si senta scaricato dal Pd, l'ex capo della segreteria politica di Pierluigi Bersani ha replicato: «Assolutamente no, mi ero autosospeso».
In merito alle accuse rivoltegli dall'imprenditore Piero Di Caterina, Penati non ha voluto rilasciare dichiarazioni spiegando che «ho deciso di difendermi in sede processuale e non voglio entrare nella vicenda giudiziaria, a differenza di altri ho deciso che parlerò solo al processo: la mia vicenda non si è aggravata per nulla e sarà chiarita».
Nella prima seduta del Consiglio regionale, che riprende oggi i lavori dopo la pausa estiva, è presente anche la consigliera del Pdl Nicole Minetti, coinvolta nel caso Ruby, che non ha voluto parlare con i cronisti che ad un certo punto le hanno chiesto di che cosa avesse paura e la consigliera ha replicato «non ho paura di nulla». (Fonte L'Unità 20.09.2011)

Nuova Pansac, centrodestra assente
Solo Martella e Viola del Pd all’assemblea dei lavoratori che rischiano il posto
La Provincia non si è vista. Nemmeno il centro-destra. Eppure il tavolo di discussione era importante. Si trattava di aiutare i lavoratori della Nuova Pansac che da dieci mesi non vengono pagati e che ieri si sono mobilitati per difendere i loro posti di lavoro.
Intanto si è parlato di vertenze territoriali, vertenze anti-crisi, una mobilitazione locale delle istituzioni e un impegno concreto in parlamento da parte dei deputati del Pd Rodolfo Viola e Andrea Mastella.
Sono questi gli obiettivi immediati fissati nell’assemblea di ieri per cercare di salvare i posti di lavoro sempre più compromessi dei lavoratori. Continua anche il presidio contro la chiusura dell’azienda. Presenti ieri i lavoratori che da 10 mesi aspettano di essere pagati. Presenti alcuni sindaci del territorio perché la Nuova Pansac rappresenta una risorsa per tutto il territorio.
I lavoratori respingono con fermezza il ricatto da parte dell’azienda di non pagare gli stipendi e le spettanze arretrate a fronte dell’opposizione del trasferimento delle materie prime e delle macchine presenti in fabbrica. Ieri hanno ritenuto necessario continuare la mobilitazione in segno di protesta e ritengono necessario l’intervento del prefetto di Venezia. «Non vogliamo piegarci ai ricatti dell’azienda - ha detto ieri Loris Drigo, rappresentante del consiglio dell’azienda - faremo il possibile per recuperare i soldi che ci spettano per il lavoro svolto e pretendiamo delle risposte concrete sul nostro futuro lavorativo».
Tra le difficoltà emerse è quella di poter dialogare con i vertici dell’azienda. «Sono davvero sconcertato di come un’amministrazione comunale non riesca a dialogare con un’azienda - ha detto ieri molto infervorato il sindaco Antonio Bertoncello - io sono stato addirittura minacciato di denuncia se oggi venivo qui all’assemblea, poi ho ritenuto che era giusto farlo e sono venuto». Altro obbiettivo importante fissato dai lavoratori ieri è l’istituzione di una commissione di crisi costituita dal comune di Portogruaro, Provincia, Regione, Confindustria, sindacti e l’azienda per studiare e trovare soluzioni di rilancio delle attività produttive e occupazionali della Pansac».
«L’azienda - hanno sottolineato ieri i lavoratori - deve mantenere gli impegni dichiarati e trovare soluzioni alternative all’annunciato smantellamento della fabbrica ricercando anche attraverso la cessione del sito la continuità produttiva». (Fonte La Nuova venezia 20.09.2011)

Pansac, si chiude. Lunedì assemblea
Pansac, si smantella. L’ordine è arrivato martedì dalla direzione generale del gruppo chimico ed è stato comunicato alle maestranze: «Lunedì 19 - ha detto il responsabile di stabilimento - il sito di Portogruaro sarà chiuso e verrà eseguito il trasferimento di materie prime e macchinari». E tra i 100 dipendenti portogruaresi di quello che una volta era uno dei gruppi più floridi della chimica italiana, è iniziato il tam tam per reagire. Oggi si terrà un’assemblea dei dipendenti e lunedì è stato organizzato un incontro aperto a tutto il territorio, i residenti e le istituzioni, a difesa di quello che, dopo la chiusura del Linificio Canapificio nazionale, resta uno degli ultimi siti industriali del Portogruarese. Una mossa prevista dalla stessa direzione aziendale, se è vero che ieri tutti gli altri dipendenti del gruppo hanno ricevuto gli arretrati di luglio e agosto, oltre alle indennità annuali e al sostituto d’imposta del modello 730. Tutti, tranne i dipendenti di Portogruaro, una decisione giudicata dagli osservatori esterni come una pressione per costringere i dipendenti portogruaresi ad accettare uno smantellamento che era nell’aria dopo la decisione di salvare le linee produttive di Mira, ma non quelle di Portogruaro. «Se dobbiamo dire le cose come stanno si può parlare tranquillamente di un ricatto», spiega Davide Camuccio della Filtcem (chimici) della Cgil, «e non è certo il modo di condurre una trattativa tra persone serie. Degli esseri umani non possono essere tenuti sotto il ricatto di accettare provvedimenti ingiusti pur di poter avere quello che è loro, cioè la retribuzione delle mensilità pregresse». Già nei giorni scorsi era stato programmato l’invio a Portogruaro di un camion per il ritiro delle materie prime dai magazzini, mossa cui i dipendenti si erano opposti. «Ora è evidente che tutto il territorio deve interrogarsi sul futuro del lavoro nel Veneto orientale - continua Camuccio - per questo abbiamo organizzato l’incontro proprio lunedì, alle 10 nella sede Pansac: oltre a Caomuni, Provincia, Regione e parlamentari locali vorremmo discuterne con tutti i residenti». (Fonte La Nuova Venezia 15.09.2011)

Acqua, Sacconi vuole demolire i referendum
«Altro che sorella acqua, mi auguro che troveremo il modo per rimettere in discussione il referendum». Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, lo ha detto parlando dell'impulso alle liberalizzazioni che il governo vuole dare «a partire dai servizi pubblici locali» per sostenere la crescita economica. Tema, ha riferito, al centro oggi dell'incontro informale con il ministro dell'economia Giulio Tremonti.
«Accelerare opere pubbliche dirette e indirette, ragionare con licenziatari e concessionari su reti vecchie e nuove, superare i colli di bottiglia cercando di dare un forte impulso sostenendo la crescita attraverso il settore delle costruzioni», questi i temi sul tavolo, dice Sacconi. Ma anche «sostenere l'internazionalizzazione delle imprese e la vocazione a raggiungere consumatori lontani».
E «procedere nelle liberalizzazioni a partecipare dai servizi pubblici locali», anche sull' acqua: «troveremo il modo per rimettere in discussione il referendum», dice il ministro, intervenendo al convegno di Confindustria per la presentazione del rapporto del centro studi di via dell'astronomia. «Abbiamo discusso anche di relazioni industriali», aggiunge. (Fonte L'Unità 15.09.2011)

«Fiat non può escludere Fiom». I giudici spiegano la sentenza
Da una parte “non esiste alcun divieto legale alla stipula di contratti” aziendali come quello di Pomigliano, dall'altra “la Fiom è un sindacato pienamente rappresentativo e non può essere discriminato in base al suo dissenso sugli accordi contrattuali”. Le motivazioni della sentenza con cui la sera del 16 luglio il giudice Ciocchetti di Torino si era pronunciato sul ricorso della Fiom contro la Newco Fiat a Pomigliano confermano il sostanziale pareggio con cui fu commentato il dispositivo.
Fiat incassa il riconoscimento della “legalità” di Fabbrica Italia Pomigliano (primo esempio di Newco e di modello di rapporti sindacali perpetuato poi a Mirafiori e alla ex Bertone) ma deve cedere alla Fiom il diritto di rimanere in fabbrica con la possibilità di indire assemblee.
Gli effetti della condotta antisindacale della Fiat possono essere riparati applicando non l'accordo interconfederale sulle Rsu del 20 dicembre 1993, ma “il sistema della rappresentanza della Rsa di cui all'articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori”. “Dovendosi riconoscere - scrive il giudice Ciocchetti - una rappresentanza al sindacato ricorrente per porre rimedio all'acclarata antisindacalità, la statuizione idonea non può essere altra da quella di parificare i diritti dell'organizzazione sindacale ricorrente con quelli delle altre organizzazioni, legittimando così la presenza della Rsa Fiom-Cgil in azienda”.
Nelle 72 pagine di sentenza (LEGGI) il giudice Ciocchetti ripercorre tutte le due udienze e spiega dettagliatamente le sue decisioni, citando da Norberto Bobbio e Eugen Ehrlich, fondatore della sociologia del diritto.
Il collegio di difesa della Fiat, commentando la sentenza, evidenzia come gli accordi di Pomigliano sono “idonei a sostituire integralmente il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro metalmeccanico e ciò - sottolinea - anche nell'ipotesi, peraltro esclusa, di operatività dell'articolo 2112 del Codice Civile”, quello sul trasferimento dei diritti dei lavoratori che passano da un'azienda ad un'altra.
Per il segretario della Cgil Susanna Camusso le motivazioni della sentenza “confermano che non è possibile escludere la rappresentanza di una grande organizzazione in ragione di un dissenso”.
Nessuna delle due parti in causa si dice pienamente soddisfatta della sentenza. E' dunque probabile che entrambe la impugnino, in parte o in toto.
Per il collegio di difesa della Fiat, la dichiarazione di antisindacalità contenuta nella sentenza sugli accordi di Pomigliano si poggia “su basi incerte ed astratte”. I legali Fiat, in una nota, affermano che “la motivazione si pone in aperto contrasto con l'attuale testo dell'art. 19 dello Statuto dei Lavoratori, norma di legge che attribuisce il diritto di costituire rappresentanze sindacali solo alle organizzazioni sindacali che abbiano sottoscritto contratti collettivi applicati in azienda e che quindi si pongono in una responsabile dialettica con l'impresa.
E ad oggi - sottolineano - la Fiom non è tra queste”. Per il collegio di difesa della Fiat, «continua a essere sorprendente anche che una vertenza che riguarda i lavoratori di Pomigliano sia stata trattata e decisa dal Tribunale di Torino, a maggior ragione considerato che, sulla base dell'art. 28 dello Statuto dei Lavoratori, unico Giudice competente è quello di Nola, luogo in cui, anche secondo la motivazione, si sarebbero determinati i fatti lamentati dall'organizzazione sindacale”.
Per Giorgio Airaudo, segretario nazionale della Fiom, “la Fiat è stata condannata per attività antisindacale, non può usare i contratti per escludere dalla rappresentanza sindacale i lavoratori che dissentono e la Fiom”. Così Giorgio Airaudo, responsabile Auto della Fiom, commenta le motivazioni della sentenza del Tribunale di Torino. “Noi della Fiom - afferma Airaudo - potremo nominare, e li faremo prima eleggere dai lavoratori, i nostri delegati. L'obiettivo di escluderci è fallito. Manteniamo invece un parere diverso dal Tribunale di Torino sulla validità dell'accordo di Pomigliano come sostitutivo del contratto nazionale. Ci riserviamo, sentito il nostro collegio di legali, di impugnare questa parte della sentenza. Spero che in Fiat si chiedano quale utilità abbia avuto fino ad oggi dividere i lavoratori e i sindacati”. (Fonte L'Unità 15.09.2011)

Manovra, alla Camera passa la fiducia. Marcegaglia: solo tasse, l'Italia rischia
PASSA LA FIDUCIA
È passata con soli 14 voti di scarto alla Camera la mozione di fiducia sulla manovra. Da quanto risulta dai tabulati, su 318 votanti, 316 deputati hanno votato sì e 302 no.
La seduta dell'assemblea di Montecitorio riprenderà alle alle 15. A partire dalle 18,30 sono previste le dichiarazioni di voto sul provvedimento in diretta televisiva e a seguire il voto finale sulla manovra.
La fiducia ottenuta oggi alla Camera è la numero 50 per il Berlusconi IV nei suoi tre anni di vita.
Uno striscione dispiegato in aula recita "Basta Lega, basta Roma". I contestatori sono ex militanti della Lega, tra loro l'ex deputato Francesco Formenti, eletto per il Carroccio nella undicesima legislatura, quella durata dal 1992 al 1994.
CAMUSSO: FAREMO RICORSO
Contrasteremo nelle sedi giudiziali fino alla Corte Costituzionale l'articolo 8 della manovra perchè si tratta di una norma incostituzionale». Lo ha detto il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, durante il presidio, contro la manovra del governo, al Pantheon a Roma. «Faremo una battaglia con la serenità e la forza di un'organizzazione che sa che il paese può cambiare», ha aggiunto spiegando che se il Governo «vorrà approvare l'articolo 8 inizierà una lotta azienda per azienda».
BERSANI: MISURE DEPRESSIVE
«E impensabile andare avanti così, serve un gesto politico, come hanno fatto in Grecia e in Spagna». Lo afferma il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani che, nonostante la prevedibile approvazione della manovra alla Camera teme« che avremo ancora molto da fare». «Abbiamo alle spalle circa 14 decreti tutti 'targatì per il risanamento o la crescita» ricorda il leader del Pd secondo il quale, ancora una volta, «siamo con questa manovra alle spalle ma con davanti altri guai». «Da italiano allora dico: serve un gesto politico come hanno fatto altri paesi. Solo noi non dobbiamo farlo?» si chiede Bersani secondo il quale «i mercati queste manovre le hanno già viste con chiarezza e non le trovano condivisibili perchè non sono manovre giuste, nè sono di stimolo alla crescita. Anzi - ha concluso - sono interventi fortemente depressivi». Il Pd, invece, «ci aveva visto giusto quando diceva che il problema c'era e si aggravava. E oggi tocca anche ad altri alzare la voce».
MARCEGAGLIA: TUTTA TASSE
«Questa manovra non è come l'avremmo voluta noi, non risolve i problemi dell'Italia: se non torniamo a crescere sarà insufficiente, e la manovra non ha nulla per la crescita». La presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, lo ribadisce nel giorno del voto di fiducia alla Camera. La manovra, dice, «non ha nulla di strutturale se non poche cose. È tutta tasse. È chiaro che è depressiva». Servono «riforme profonde», o «il Paese rischia molto». (Fonte L'Unità 14.09.2011)

Santoro: «Farò sul satellite "Comizi d'amore"»
Michele Santoro annuncia il suo nuovo programma: “Comizi d'amore”. Il cita un documentario del 1965 di Pasolini che indagava cosa pensavano gli italiani di argomenti allora tabù come sesso e divorzio. Il programma avrà probabilmente 25 puntate e andrà in onda sul satellite, probabilmente su Sky e sul digitale.
«Il nuovo programma non si chiamerà 'Senza Rete' ma 'Comizi d'amore'», ha annunciato l'ex conduttore di Annozero alla festa del Fatto Quotidiano a Marina di Pietrasanta, alla Versiliana. Alla base del progetto ci sarà un'associazione chiamata 'Servizio pubblico': «si impegnerà a dire no a qualsiasi censura. Se voi ci darete 10 euro 'Servizio pubblico', con l'aiuto di imprenditori che sono qui, come Sandro Parenzo, Etabeta e con l'aiuto del Fatto, manderà in onda 'Comizi d'amore'. Saranno la protesta che la società italiana può rappresentare per indicare una strada alternativa. Sarà una grande manifestazione televisiva, basterà mettersi davanti allo schermo. Se riusciremo a far vivere sul digitale e sui canali Sky che ospiteranno la trasmissione questo progetto e se milioni di persone saranno lì, allora noi ci saremo avvicinati alla possibilità di trasformare la televisione italiana».
SANTORO: ECCO PERCHE' HO DETTO NO A LA7
Di fronte al pubblico Santoro ha fornito la sua versione del perché ha rifiutato il passaggio a 'La 7'. Tutto sarebbe nato da un'intervista a Giovanni Stella, ad dell'emittente. «Stella -ha raccontato Santoro- diceva di aspettare sotto un albero che cadessero i macachi: Roberto Saviano, io, Serena Dandini». «Dopodiché, ci invitano ad incontrare La 7». Santoro ha quindi premesso di «apprezzare molto» il lavoro di colleghi già passati all'emittente. A quel punto, Santoro avrebbe chiesto a Stella: «tu, un programma come 'Annozero', lo faresti o no? E, cavolo, ti ho chiamato io», avrebbe risposto l'ad de 'La 7'. Santoro ha quindi ironizzato sulla proposta economica: «delle proposte talmente buone che, coi soldi che avremmo fatto fare loro, ci avrebbe anche pagato». «Avremmo fatto la fortuna de 'La7'», ha proseguito Santoro. Il punto di rottura sarebbe giunto al momento del contratto, per una serie di obblighi e controlli, a detta di Santoro, «che nessun giornalista serio può sottoscrivere». Con questo contratto, ha accusato Santoro, «non si può fare niente, non si può lavorare con quelli che mi controllano». Stella gli avrebbe replicato: «è un pro forma , lo faccio firmare a tutti, anche ad Antonio Piroso». Alle proteste di Santoro, Stella avrebbe quindi promesso: «lo cambieremo, è un pro forma, non ti preoccupare». Ma, per Santoro, erano condizioni inaccettabili.
Secondo il giornalista Stella avrebbe voluto in anticipo le «scalette»: «Scalette? la scaletta? Ma ridateci Masi, che perlomeno ci faceva ridere». Accettare, secondo Santoro, avrebbe significato stare «dentro il recinto, con qualcuno che mi dice questo sì e questo no». E invece, ha concluso Santoro, è stata un'occasione persa per «il mercato e il servizio pubblico». (Fonte L'Unità 11.09.2011)

Autostrada Milano-Serravalle. Penati indagato per corruzione
Filippo Penati, già accusato di concussione, corruzione e finanziamento illecito ai partiti, è indagato per concorso in corruzione anche per il filone dell' inchiesta dei pm di Monza che riguarda l'acquisto della Milano-Serravalle.
Filippo Penati è stato iscritto nel registro degli indagati da parte della procura di Monza, con l'accusa di concorso in corruzione, anche nel capitolo dell'inchiesta che riguarda la Milano-Serravalle.
La nuova iscrizione riguarda la vicenda dell'acquisto avvenuto nel 2005 da parte della Provincia di Milano del 15% delle quote della Milano Serravalle. L'imprenditore Piero Di Caterina, aveva raccontato di incontri per creare una sorta di sovraprezzo nell'operazione di vendita, in modo da ricavare una tangente che avrebbe raggiunto Penati e Vimercati. In questo capitolo è indagato anche il manager di Banca Intesa, Maurizio Pagani insieme ad altri che secondo Di Caterina avrebbero partecipato agli incontri. (Fonte L'Unità 08.09.2011)

D'Alema: «Renzi ringrazi il Pd». Il sindaco di Firenze: «No»
Polemica tra palchi diversi alla festa nazionale dei Democratici a Pesaro tra D'Alema e Renzi. L'espontende Pd afferma che il sindaco dovrebbe essere grato al partito se è sindaco di Firenze, il primo cittadino ribatte che se era per D'Alema il sindaco era un altro e che non deve ringraziare.
D'ALEMA: RENZI SIA GRATO
“Renzi dovrebbe mostrare gratitudine”. Massimo D'Alema, a un dibattito con Italo Bocchino (Fli) alla Festa nazionale del Pd a Pesaro, riserva parole critiche sul “rottamatore” che si sta autocandidando a leader del centro sinistra sempre più esplicitamente e che, nel pomeriggio stesso, era a un dibattito a un palco poco distante: «Matteo Renzi è giovane e sindaco di Firenze, al suo posto avrei un sentimento di gratitudine per un partito che gli ha consentito di arrivare a quella posizione». Il primo cittadino replica: non devo essere grato, se era per D'Alema Firenze ora aveva un altro sindaco.
Per D'Alema «una parolina di gratitudine sarebbe opportuna prima di criticare. Ci sono molte persone giovani che dirigono il nostro partito. È chiaro - ha aggiunto - che quelli della mia generazione hanno una notevole esposizione pubblica, ma molte decisioni non le prendiamo più noi. Vorrei che non si confondesse l'esposizione pubblica con le condizioni reali di vita del partito, che ormai sono nella mani di un'altra generazione». «Quando ero giovane - ha detto ricordando i ruoli svolti nell'organizzazione del Pci -, ascoltavamo con rispetto Napolitano. Ma il partito lo dirigevamo noi. Ora lo guida chi sta nelle amministrazioni e negli organismi di partito».
IL SINDACO: HO PORTATO VOTI
Renzi ha risposto a distanza di avere «portato nel Pd a Firenze i volti delle liste civiche che avevano il mio nome. Non ho bisogno di essere grato a nessuno - ha incalzato -, il Pd è di tutti, ma forse D'Alema troppe volte pensa di essere lui stesso il Pd. E se fosse stato per lui ci sarebbe un altro ora a fare il sindaco di Firenze». (Fonte L'Unità 08.09.2011)

Nuova Pansac: «I macchinari non si spostano»
Summaga: Bloccati ieri a Summaga i camion per caricare le attrezzature
Insieme per salvare lo stabilimento ed i posti di lavoro, impedendo il trasferimento delle macchine necessarie per la lavorazione. Così ieri i lavoratori della Nuova Pansac, insieme agli amministratori locali, hanno manifestato per impedire l’arrivo dei grandi camion.
 Destinare i macchinari ad altri stabilimenti vorrebbe dire sancire definitivamente la morte della sede di Summaga. «Denunciamo - scrive Davide Camuccio, segretario Filctem-Cgil, in una lettera indirizzata ieri agli enti locali, dal Prefetto, alla Regione alla Provincia - l’ennesimo comportamento scorretto da parte della dirigenza della Pansac International. Nell’ultimo incontro presso il ministero dello Sviluppo Economico, l’azienda aveva dichiarato l’impegno a ricercare soluzioni che garantissero il mantenimento del sito produttivo attraverso incontri con le istituzioni locali e Confindustria. Tutto ciò non è successo e anzi ci risulta che l’azienda vuole trasferire le materie prime e le linee produttive presso altri stabilimenti. I lavoratori e le organizzazioni sindacali, sin dall’inizio della vertenza, si sono sempre opposti al piano industriale che prevede la chiusura dello stabilimento di Portogruaro e hanno sempre invitato l’azienda a trovare diverse alternative, anche in previsione della cessione dello stabilimento, che garantissero la continuità produttiva e l’occupazione». La decisa contrarietà al trasferimento dei macchinari da Summaga a Mira, stabilimento principale del gruppo, era stata quindi già evidenziata, ma a quanto pare l’azienda cerca di aggirare l’ostacolo.
 «I lavoratori - conclude Camuccio - di fronte a tale provocazione da parte dell’azienda, metteranno in atto ogni forma di protesta per impedire il trasferimento delle macchine. Chiediamo alle istituzioni un incontro urgente per garantire la continuità produttiva e soprattutto la stabilità occupazionale». (Fonte La Nuova Venezia 08.09.2011)

Sciopero, Camusso: “Stralciare articolo 8". Sacconi: “Non se parla, adesione bassa”
Stop di otto ore dal lavoro in tutta Italia. La segretaria della Cgil: "In piazza chi non rinuncia ad un paese migliore". Bonanni (Cisl): "Così si spacca il mondo del lavoro e si dà un segnale negativo ai mercati"
“Le cento piazze di oggi in Italia sono le piazze di chi non è disposto a rinunciare a volere un paese migliore. Noi non ci rinunciamo. Noi un paese così non ce lo meritiamo e non lo vogliamo”. E’ agguerrita Susanna Camusso, mentre parla dal palco allestito all’arco di Costantino, non lontano dal Colosseo, al termine del corteo romano. La segretaria generale della Cgil definisce “vergognoso e ingiusto” l’articolo 8 della manovra, che di fatto consente alla contrattazione aziendale di derogare alle regole in materia di licenziamento disciplinate dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. E, rivolgendosi a governo e Confindustria, avverte: “Se il parlamento non lo stralcia useremo tutte le strade e le iniziative possibili”. Al segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni, che aveva accusato la Cgil di “spaccare il mondo del lavoro” e “dare un ulteriore segnale negativo alle borse”, la Camusso replica: “Rispondo con lo slogan di un’importante manifestazione di febbraio: se non ora quando? Il cambiamento è urgente”. E sulla natura dello sciopero ammette: ” Sì,  e’ uno sciopero politico, perché la politica ha uno scopo alto e noi siamo contro i privilegi, non si può più fare cassa sui lavoratori e sulle pensioni”.
Molti i volti noti della politica che hanno preso parte alla manifestazione nella capitale: c’era l’ex segretario generale del sindacato Guglielmo Epifani, il leader di Sel Nichi Vendola e quello dell’Idv Antonio Di Pietro, secondo cui “in piazza non c’è solo la Cgil ma tutti i cittadini che vogliono far sentire la propria voce. E c’era il segretario nazionale del Pd Pierluigi Bersani, che negli ultimi giorni ha invitato con insistenza il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ad “andare a casa” e che, parlando dell’esame della manovra al Senato a partire dalle 16.30, ha detto che il suo partito è disposto a ridurre gli emendamenti mantenendo solo quelli “essenziali”.
Intanto, sul piano politico, la risposta alla richiesta di Camusso e dell’opposizione arriva per bocca del ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, che dice: “Non se ne parla proprio”. La norma, secondo il titolare del welfare, aderisce “a una delle più esplicite richieste della Bce” ed è il frutto “del consenso convergente di maggioranza, terzo polo e degli altri attori sociali”.
Ma se il cuore della manifestazione è stata Roma, tante sono le piazze italiane che si sono mobilitate contro la manovra finanziaria. A Milano due cortei: il primo, partito da Porta Venezia, ha visto tra la folla anche gli assessori della giunta Pisapia allo sviluppo economico e alle politiche sociali Cristina Tajani e Pierfrancesco Maiorino. Il secondo, organizzato da Cobas, Usb e dagli antagonisti del centro sociale “Cantiere”. Tra di loro qualcuno ha anche lanciato fumogeni e uova contro la sede di Unicredit in piazza Cordusio, la filiale della Banca Popolare di Novara e della Mps in via Santa Margherita.
Rimostranze contro istituti di credito anche a Torino, dove alcuni manifestanti dell’Usb hanno imbrattato con vernice rossa la facciata della sede della Banca d’Italia.
Gli scontri più accesi, però, sono stati quelli di Napoli, dove otto agenti di polizia sono rimasti feriti da schegge e frammenti dei petardi lanciati, anche qui, da partecipanti al corteo organizzato dall’Unione sindacale di base. Ma oltre al governo sono le banche e le istituzioni il bersaglio principale di chi anima la protesta: anche nel capoluogo partenopeo, infatti, sono state lanciate uova contro la sede di Bankitalia.
Intanto scoppia la polemica anche sulla partecipazione allo sciopero:  secondo la Cgil, su tutto il territorio nazionale avrebbe partecipato il 58% dei lavoratori. Anche su questo punto il ministro del Lavoro è critico: “Lo sciopero della Cgil va rispettato ma anche valutato per la sua oggettiva rappresentatività”, ha detto Sacconi, sottolineando che “le adesioni rimangono quelle tradizionalmente basse degli scioperi promossi dalla sola Cgil, tanto nel pubblico quanto nel privato”. Parole che hanno suscitato l’ira non solo della stessa Camusso, che ha invitato il titolare del walfare a “farsi un giro a Roma per vedere con i suoi occhi”, ma anche di diversi esponenti dell’opposizione. Il commento più duro arriva da
Il portavoce Idv Leoluca Orlando, che definisce “gravi e irresponsabili” le parole del ministro. “Sacconi”, ha continuato Orlando, “sembra avere in odio i diritti dei lavoratori. Cosi facendo rischia di fomentare la rivolta sociale perchè la gente è stanca di essere vessata e di vedere furbi e delinquenti rimanere intoccabili”. (Fonte Il Fatto Quotidiano 07.09.2011)

I punti principali del discorso di Susanna Camusso
BASTA FARE CASSA SU LAVORATORI E PENSIONI
«Non si può più fare cassa sulle condizioni dei lavoratori e sulle pensioni». Lo dice il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, parlando dal palco di Roma, in chiusura della manifestazione organizzata per lo sciopero contro la manovra.
NON MERITIAMO E NON VOGLIAMO UN PAESE COSÌ
«Le nostre piazze sono le piazze di chi non si rassegna, di chi non è disposto a rinunciare ad avere un paese migliore, noi un paese così non ce lo meritiamo e non lo vogliamo». Così il segretario della Cgil, Susanna Camusso, nel suo intervento al comizio all'Arco di Costantino dove è arrivato il corteo della Cgil contro la manovra.
CAMUSSO A CISL E UIL, SE NON ORA QUANDO
«Ci hanno detto che non era il momento di scioperare, ma io rispondo con lo slogan di un'importante manifestazione di febbraio: »se non ora quando?«. Lo ha detto Susanna Camusso, segretario della Cgil, dal palco della manifestazione al Colosseo. »Il cambiamento è urgente e ci hanno detto che questo di oggi è uno sciopero politico. Sì, lo è«, ha aggiunto Camusso tra gli applausi scroscianti della folla: »la politica ha uno scopo alto e noi siamo contro i privilegi della politica, lo abbiamo detto in tempi non sospetti, prima della crisi«.
SACCONI STRALCI ART.8 O PEGGIOR MINISTRO STORIA
Susanna Camusso è tornata a chiedere al governo, e in particolare al ministro Maurizio Sacconi lo stralcio dell'articolo 8 della manovra. «A Sacconi, che anche oggi non ha perso l'occasione di tacere, vogliamo dire che è meglio che lo stralcino l'articolo 8 o con questo gesto dimostrerà di essere il peggior ministro che la Repubblica ha avuto».
CAMUSSO A DE BORTOLI: SCIOPERO DIRITTO NON RICATTO «Lo sciopero è un diritto dei lavoratori e non è mai un ricatto. Altri sono i ricatti». Lo dice la segretaria della Cgil, Susanna Camusso, dal palco della manifestazione indetta dal sindacato di Corso d'Italia dicendo di aver letto «con grande dispiacere» un fondo del direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli. Da Camusso è venuto invece un ringraziamento dal direttore dell'Unità Claudio Sardo. Oggi il nostro quotidiano è su tutte le piazze italiane con un numero speciale gratuito sullo sciopero della Cgil, chiuso in redazione domenica proprio per rispettare la manifestazione.
MARCEGAGLIA SCELGA TRA ART. 8 O ACCORDO GIUGNO.
GOVERNO NON CREDIBILE? LO DICIAMO DA 3 ANNI
Camusso lancia la sfida a Marcegaglia: «A Confindustria e alle altre organizzazioni, Cisl e Uil, dico: scegliete o l'accordo sindacale o la legge, tutte e due non è possibile». Durante il comizio conclusivo di Roma in occasione dello sciopero generale, la leader sindacale invita a scegliere tra l'articolo 8 della manovra e l'intesa unitaria del 28 giugno. «Abbiamo sentito da Cernobbio- aggiunge- che il governo non è credibile. Noi lo diciamo da 3 anni, voi forse pensavate di avere benefici dal governo. Ma diciamo benvenuti».
TUTTO IL POSSIBILE CONTRO ARTICOLO 8, GOVERNO COME LADRO DI PISA: DI GIORNO PROMETTE E DI NOTTE RUBA
«Irresponsabile è una parola usata contro di noi. Ma irresponsabile è chi dentro una crisi introduce un articolo il cui unico scopo è quello di rendere piu» facili i licenziamenti. Questo governo è come il ladro di Pisa: di giorno promette e di notte ruba ai lavoratori». La segretaria Cgil annuncia: «Se il parlamento non stralcia quella norma dalla manovra, deve sapere che useremo tutte le iniziative che sono possibili, la Corte costituzionale, la Corte di giustizia, le cause, tutto...». Lo diciamo anche a Confindustria», avverte Camusso.
MANOVRA INCIVILE
"Si tassa sulle energie rinnovabili e sulla cooperazione. Ditelo con forza, quei tagli toglieranno i diritti, ancora una volta si taglia il lavoro e le condizioni di prospettiva. Questa manovra è incivile".
MANOVRA INGIUSTA, SI ACCANISCE SUI PIÙ DEBOLI
Il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, ribadisce le ragioni dello sciopero contro una manovra «ingiusta» e «iniqua», perchè «colpisce i lavoratori e i pensionati». Concludendo la manifestazione di Roma nella giornata dello sciopero generale di 8 ore proclamato dalla confederazione, Camusso ha sottolineato che il governo con questa manovra «si accanisce sulle persone più deboli: lavoratori e pensionati». Il numero uno di corso d'Italia ha aggiunto che «quando si fanno tagli non si fa un servizio al paese. Anzi, si fa danno al paese. Lorsignori - ha proseguito - sanno bene che se si continua a tagliare non avremo asili, non avremo scuole, avremo persone sempre più povere e disoccupati e cassintegrati senza prospettiva». Camusso ha ricordato che il suo sindacato ha proposto una contromanovra «con gli stessi saldi» previsti dal governo. Una manovra, però, che non scarichi i costi sui più deboli. «Paghi un pò di più chi ha pagato poco - ha concluso - paghino quelli che finora non hanno pagato».
IN PIAZZA CHI NON SI RASSEGNA
«Le 100 piazze sono di chi non si rassegna al declino». Cosi Susanna Camusso apre il comizio conclusivo di Roma in via san Gregorio, a pochi passi dal Colosseo. Il segretario della Cgil aggiunge: «Un paese così non lo meritiamo e non lo accettiamo».
SI TASSINO LE RICCHEZZE
"Si tassino le rendite, si tassino gli immobili, si tassino le ricchezze".
RICORREREMO A CORTE COSTITUZIONALE «Ricorreremo alla Corte Costituzionale su tutte le norme anticostituzionali. Per noi la Costituzione è sacra, non ce la ruberete». Lo dice il leader della Cgil, Susanna Camusso, parlando dal palco allestito al Colosseo e riferendosi alla manovra. "Come le feste, anche la costituzione per noi è sacra e ricorreremo alla corte per difenderla".
LA SOLIDARIETA' VA CHIESTA IN MODO EQUO
"Se si chiede la solidarietà va chiesta in modo equo".
CAMUSSO SULLE FESTE, VOLEVANO CANCELLARE LA NOSTRA STORIA
"Volevano cancellare la nostra storia, il 1 maggio, il 25 aprile e il 2 giugno sono le nostre feste e non ci rinunceremo".
SCIOPERO CGIL: BERSANI SFILA CON CAMUSSO IN CORTEO Gomito a gomito con il segretario della Cgil, Susanna Camusso, il leader del Pd, Pierluigi Bersani, sta sfilando nel corteo organizzato dal sindacato per contestare la manovra. Insieme a loro anche l'ex segretario generale di Corso d'Italia, Guglielmo Epifani. Prima di riprendere a sfilare Camusso ha incontrato anche la presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro e il leader di Sel, Nichi Vendola. (Fonte L'Unità 06.09.2011)

Il Partito Democratico sospende Penati
Il Pd sospende Filippo Penati con una decisione del comitato di garanzia che esprime il massimo della sanzione prevista dalle regole interne al partito. Con una decisione presa all'unanimità, ma non per questo non combattuta, la Commissione nazionale di Garanzia ha infatti deciso, dopo tre ore di dibattito, di cancellare il dirigente del partito, ex braccio destro del segretario, dall'elenco degli iscritti. È una cancellazione, ovviamente, temporanea, in attesa che la magistratura faccia il suo lavoro: «nelle more del procedimento» si legge nella delibera finale redatta dai garanti del Pd.
«La sospensione è una misura molto severa» chiarisce infatti al termine della Commissione il presidente dei garanti, Luigi Berlinguer, spiegando che la misura dell'espulsione non esiste nel codice etico del partito. C'è la cancellazione delle liste degli iscritti, che resta fino a prova contraria. E, in questo caso, è la stessa delibera che cita: «Filippo Penati, ai sensi dell'articolo 10 del regolamento della Commissione, è sospeso dal Pd fino al completo positivo chiarimento della propria posizione giudiziaria».
«La Commissione lavora in autonomia» si è limitato a commentare il segretario, Pier Luigi Bersani, nelle ore in cui i garanti erano riuniti per prendere la decisione. Ma è indubbio che l'esito della dibattuta riunione non sia stato esattamente quello che il segretario si sarebbe auspicato: e cioè che la Commissione potesse semplicemente prendere atto dell'autosospensione già comunicata da parte dell'ex sindaco di Sesto ed ex presidente della Provincia di Milano, finito nelle indagini per le tangenti nell'area Falck. Una semplice presa d'atto, tuttavia, non sarebbe stata sufficiente in quanto, formalmente, non avrebbe garantito da un'eventuale decisione di Penati di ritirare la sua autosospensione.
«Ho fatto tutti i passi indietro doverosi, necessari a scindere nettamente la mia vicenda da quella del Pd, compresa l'autosospensione e questo senza attendere la decisione del partito. Questo per potermi difendere meglio ed evitare problemi e imbarazzi al Pd stesso. Ribadisco che sono estraneo ai fatti contestati e sono certo che il corso della giustizia lo dimostrerà», ha commentato Penati, conosciuti gli esisti della Commissione. Commissione che, tuttavia, non ha mancato di sottolineare che le decisioni prese, «statuite dall'ordinamento del Pd», sono «fra le più rigorose presenti nel panorama politico italiano». «Non spetta al partito decidere se Penati sia innocente o colpevole» commenta Berlinguer ricordando che fino a sentenza «l'attività di Penati è fuori dal partito».
«Noi - precisa tuttavia - non ci tiriamo indietro rispetto ai giudici, non vogliamo eludere la magistratura anche se qualcuno in questo Paese lo fa». Allusioni respinte al mittente dalla maggioranza. Nel Pd «c'è una esercitazione giustizialista ad personam per far dimenticare ben altro» commenta il pidiellino Fabrizio Cicchitto mentre il leghista Marco Rondini taglia corto: «il Pd si conferma perfetto erede del Partito comunista italiano». Solidarizza, invece, il leader dell'Idv. «Io sono messo come Bersani. Le colpe ricadono sempre sui segretari», ironizza Antonio Di Pietro facendo notare che tutti possono sbagliare: «anche Gesù su 12 apostoli ne ha sbagliato uno». (Fonte L'Unità 05.09.2011)

Camusso: violata Costituzione. Lo sciopero è necessario
«Il governo sta violando la Costituzione». Susanna Camusso arriva alla Festa del Pd in corso a Pesaro poche ore dopo che a Roma è stato approvato un emendamento della maggioranza che introduce deroghe aziendali a leggi e contratti nazionali anche sul licenziamento. Per il segretario della Cgil si tratta di modifiche che «indicano la volontà di annullare il contratto collettivo nazionale di lavoro e di cancellare lo Statuto dei lavoratori, e non solo l'articolo 18, in violazione dell'articolo 39 della Costituzione e di tutti i principi di uguaglianza sul lavoro che la Costituzione stessa richiama».
Il tono è pacato ma i giudizi che dà del governo sono molto duri, soprattutto sul ministro del Lavoro Sacconi, che «ha come unico scopo la vendetta contro i lavoratori e i loro diritti». Prima di salire sul palco principale della Festa per un faccia a faccia col senatore del Pd Franco Marini, Camusso viene circondata da una piccola folla che la applaude e la incoraggia ad andare avanti, a non ascoltare chi dà alla Cgil la responsabilità della divisione del fron te sindacale. Raccomandazione vana, lei sorride, finalmente, perché da quando è arrivata a Pesaro ha una faccia scura che mal si concilia con la maglietta della Cgil rosso acceso che indossa. «Di minuto in minuto le ragioni dello sciopero generale della Cgil crescono», dice.
La giornata di lotta di domani è stata criticata da più parti, da governo e Cisl e Uil ma non solo per i tempi, per i modi. «Il tratto della manovra economica è di profonda iniquità sociale. Si continuano a far pagare i soliti noti, non si chiede un contributo a chi ha di più. Non c'è attenzione al lavoro, non c'è nulla per la crescita e quindi la disoccupazione continuerà ad aumentare. Cosa dobbiamo aspettare ancora?».
È ora di salire sul palco, ma continua. «Il governo, sconfitto sulle pensioni, vuole ora distruggere l'autonomia e l'autorevolezza del sin- dacato e, così come per le pensioni, i segretari di Cisl e Uil non si accorgo- no di quello che sta succedendo e parlano d'altro» Ragionamenti che ribadisce dal palco della Festa Pd, accusando il governo di avere come obiettivo quello di «dividere i sindacati e isolare completamente la Cgil» e non accettando di vedere addossata a Corso Italia la responsabilità di aver diviso il fronte sindacale (ieri è anche il segretario Cisl Raffaele Bonanni a dire che «Camusso fa il doppio del governo per dividere il sindacato»). Lo dice anche a Franco Marini, con il quale trova un punto d'intesa soprattutto sulla necessità di eliminare l'articolo 8 della manovra. Il senatore del Pd , distinguendosi in questo dalla Cisl che chiede soltanto di modificare quell'articolo, dice chiaro e tondo che «va stralciato». Poi però Marini aggiunge che «il governo avrebbe sofferto di più una grande manifestazione unitaria di Cgil, Cisl e Uil», che la scelta dello giornata di lotta di domani è stata “precipitosa” e forse si poteva fare di più per cercare una convergenza (Lama, per l'ex segretario della Cisl, avrebbe fatto di più) e soprattutto che un minuto dopo lo sciopero i sindacati dovranno lavorare per ricucire.
La replica di Camusso fa scattare un primo lungo applauso: «È chiaro che un sindacato diviso è più debole e tutto ciò che posso fare per restituire unità lo farò, ma stando a fianco dei lavoratori». Ancora applausi quando si domanda retoricamente «che senso ha fare sindacato se non si scende in piazza, se non si cerca di cambiare i provvedimenti che vanno contro i lavoratori» e che «tutti devono avere rapporti trasparenti col governo». Un riferimento agli incontri individuali avuti da Sacconi con gli altri leader sindacali. Marini dice che sono stati smentiti, facendo rumoreggiare la platea. «Li ha confermati Angeletti», fa notare Camus- so. «E comunque se si vuole ricostruire tutti i firmatari dell'accordo del 28 giugno dicano che non applicheranno l'articolo 8 della manovra, non si possono tenere i piedi in due scarpe». E ancora una volta la platea dimostra con un lungo applauso di condividere.(Fonte L'Unità 05.09.2011)

Vendola: “È peggio di tangentopoli”
Parla il leader di Sinistra e libertà: "Oggi i partiti vogliono stare al tavolo con i poteri forti". Rilancia la sua candidatura per le primarie e risponde alle critiche: dal sistema Tarantini al caso Tedesco
Arriva a Tilt, l’affollatissimo campeggio organizzato dai giovani delle fabbriche e di Sinistra e libertà a Roseto degli Abruzzi, sottoponendosi a un’ora e mezza di domande senza filtro pescate a caso da un’urna. Rilancia la sua candidatura per le primarie, spiega come dovrebbe essere secondo lui il centrosinistra, risponde alle critiche, comprese quelle del nostro giornale: l’ospedale del Mediterraneo progettato con il San Raffaele, il caso Tedesco e il sistema Tarantini.
Presidente Vendola, prima le domande difficili. Che c’azzecca la sanità pugliese con don Verzé?
Cominciamo bene. Taranto è una delle città più belle del Mediterraneo, ma anche delle più avvelenate, che convive con il più alto tasso di incidenza tumorale, anche infantile. Ho fatto un sogno: non assistere alla posa della prima pietra di un grande polo della salute dall’oltretomba, ma vedere il taglio del nastro da vivo.
Anche la fretta può essere un peccato per un politico.
Forse. Ma se l’ho commesso non è per me, ma per ciò che mi sta a cuore: gli ammalati di tumore e i bambini di Taranto, costretti al turismo sanitario al Nord.
Perché proprio don Verzé, per fare questo ospedale?
Ho tanti difetti, ma nessun interesse. Sfido chiunque a dimostrare il contrario.
Bella risposta, ma non basta.
Con la trafila ordinaria ci avremmo messo vent’anni. Così, invece, si poteva sperare di riuscire in 5. Ho scelto quello che nel 2005 secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, ma ancora oggi, era il primo istituto di ricerca in Italia il San Raffaele.
Ma lei non lo sa che don Verzé è amico di Berlusconi?
Vuole una risposta brutale? Non me ne frega nulla. Anzi, lo considero persino positivo se, dopo una scelta che io ho fatto su base assolutamente tecnica, Berlusconi avesse sbloccato più volentieri i fondi. Resta la chiarezza di base: una convenzione pubblico-privato in cui il pubblico detta le regole, le tariffe, controlla e mantiene la proprietà. È poco?
Cosa succede dopo il crac del San Raffaele?
O questa Fondazione con il San Raffaele o un’altra se dovesse fallire dovrà sempre bandire una gara europea per i 150 milioni di euro stanziati per il progetto. In entrambi i casi, non un euro dei 250 milioni programmati va sprecato.
Lei non calca la mano sul caso Penati perché non vuole che si parli di Tedesco?
È vero il contrario. Siccome ho la coscienza a posto e non ho scheletri nell’armadio, considero il caso Penati un fatto grave, ma ho molto rispetto per la sofferenza del popolo del Pd.
Grave? Sia sincero nessuna indulgenza con Penati?
Io sono stato, fino alle primarie di Pisapia, il principale oggetto di polemica di Penati e del riformismo milanese. Ne vado per così dire orgoglioso. Vedo una differenza con Tangentopoli, e in peggio. Nel 1993 la politica usava gli affari per finanziarsi, e mantenere l’illusione della propria egemonia. Il sistema Sesto, se possiamo chiamarlo così, lascia intravvedere una mutazione genetica, anche rispetto all’analisi profetica dell’intervista di Berlinguer a Scalfari. Oggi sono i partiti indeboliti, e subalterni al sistema economico, che sognano di dotarsi di una propria interfaccia economica per stare al tavolo dei poteri forti e recuperare il gap.
Tedesco, rispondendo a Travaglio sulla web tv del Fatto, ha rivelato che lui le aveva segnalato il suo conflitto di interesse.
È vero. Gli ho anche detto di spogliarsi delle sue aziende.
Questo lo racconta anche Tedesco. Ma non è accaduto.
Tedesco all’inizio del suo mandato ha chiuso le sue società, e aveva amministrato dimostrando di conoscere tutto del sistema sanitario pugliese. Poi, però, ha rifondato nuove società affidate ai figli. Quando questo nuovo conflitto di interessi è esploso, ho posto la questione della sua sostituzione. Al punto che le stesse intercettazioni dell’inchiesta riportano il dialogo in cui Tedesco si lamenta con Emiliano dicendo che io lo voglio fare fuori. Però ho sentito a La7 che lo stesso Tedesco ha ammesso: ‘Non aver risolto il conflitto d’interessi allora, come diceva Vendola, è stato il mio più grande errore’.
E il suo vicepresidente, Frisullo, che si faceva offrire escort da Tarantini?
Appena l’inchiesta ha rivelato le sue relazioni l’ho mandato a casa. Quell’azzeramento oggi è una delle scelte più radicali e felici della mia carriera. Al contrario di altri, Tarantini non l’ho mai visto né conosciuto. Governare significa scegliere, decidere, e anche sbagliare.
Quindi ammette degli errori?
Certo. Ne ho fatti, me ne sono assunto ogni responsabilità, e ne ho spiegato i motivi. Ci sono quelli che denunciano l’impurità e vendono la purezza per mestiere. Io ho passato anni a denunciare il Palazzo, poi ho traversato la strada e ci sono entrato, facendo di tutto per trovare un equilibrio fra i compromessi del governo, e la volontà di non vendere mai l’anima.
Gli inceneritori della Marcegaglia dimostrano che lei fa compromessi con il potere?
Primo: io ho eliminato dai piani regionali tutti gli inceneritori pubblici, se non altro perché erano obsoleti, delle fetecchie progettati per bruciare il tal quale. I due piccoli termovalorizzatori, uno in costruzione del gruppo Marcegaglia, sono stati appaltati da Fitto. Ma il gruppo Marcegaglia ha vinto un ricorso al Consiglio di Stato. E pur essendoci una sentenza, che devo rispettare, non ho problemi a dire: mi sta persino bene che nel ciclo dei rifiuti pugliese ci siano inceneritori che bruciano il combustibile da rifiuto di qualità. La Puglia non doveva finire come la Campania. Interessi personali in questa storia? Zero.
Perché si dovrebbe votare Vendola premier?
Ho un’idea di come l’opposizione dovrebbe affrontare la sfida, diversa da quella degli attuali stati maggiori del centrosinistra. La destra ha fallito. Io non voglio più giocare in difesa. I voti si perdono con la politica che non sente i dolori e le speranze. Esempio? Stracciamo la Bossi-Fini.
Bersani non vuole firmare il referendum sul maggioritario, lei raccoglie le firme.
Lui dice: il sistema che esce dal quesito non è il migliore immaginabile. Giusto. Il problema è che l’attuale sistema, in cui la gente non sceglie, è il peggiore mai esistito. Io voglio che nella nuova coalizione il meraviglioso popolo dei referendum che ci ha portati alle vittorie di giugno, conti più di un partito.
Dicono che la sua sinistra radicale abbia ricette economiche vecchie.
Non so che significhi. So che quelle meravigliose della destra hanno portato l’Italia sull’orlo del baratro. So che la libertà non è una merce, che la giustizia non è un residuo archeologico e che – nel tempo della crisi e degli evasori, uguaglianza è la parola più giovane del mondo. (Fonte Il Fatto Quotidiano 04.09.2011)

La vendetta di Berlusconi contro le Coop
Il comunicato dell’Alleanza delle cooperative italiane, l’organismo unitario che raccoglie Confcooperative, Agci e Legacoop, è insolitamente allarmato. «La lezione della crisi ha fatto capire in tutto il mondo che le cooperative sono un modello d’impresa da valorizzare - dice Luigi Marino, presidente di Confcooperative e portavoce dell’Alleanza - sorprendentemente nel vertice di maggioranza di Arcore si è proposto un intervento che colpirebbe l’unica forma di impresa solidaristica».
Nella fase di crisi, prosegue la nota, le cooperative hanno privilegiato l’occupazione, che hanno continuato a incrementare, sacrificando la redditività dell'impresa, mentre «continuano ad assicurare i servizi di welfare e alla persona», nonostante «gli annosi ritardi di pagamento» della pubblica amministrazione, che si acuiranno in seguito ai tagli disposti per gli enti locali. «Ci pare di capire - aggiunge Marino - che alla base degli orientamenti del vertice di maggioranza continuano a esserci dati vecchi e informazioni di parte alimentati da concorrenti».
L’intervento fiscale, insiste l’Alleanza, significherebbe poco per la manovra da 45 miliardi, ma significa tanto per le cooperative per le quali avrebbe effetti gravissimi: ne bloccherebbe la capitalizzazione (come ieri ha ricordato anche la Banca d’Italia, a proposito delle cooperative di credito). «Dopo il vertice di Arcore - conclude la nota - speriamo che il governo in pieno spirito di responsabilità e di saggezza trovi la capacità e il coraggio di rivedere l’orientamento che avrebbe gravi conseguenze sulle cooperative, sull’economia del Paese e che colpirebbe proprio le imprese più deboli».
Quest’ultima affermazione, che il provvedimento finirebbe per colpire proprio le imprese più deboli, è l’unico punto del comunicato che non convince del tutto Mattia Granata, storico dell’Università di Milano - nonché membro della presidenza di Legacoop Lombardia - che all’economia sociale ha dedicato diversi libri (l’ultimo, «Sinistra e mercato», uscito l’anno scorso per Aliberti). «La cooperazione esprime tra le imprese più solide del sistema produttivo italiano, anche perché sono tra le più controllate», spiega Granata. «Quello che mi colpisce della decisione annunciata dalla maggioranza è proprio l’aspetto di politica industriale: in una fase di crisi come questa, andiamo ad azzoppare l’unico cavallo della scuderia che si è dimostrato ancora in grado di correre?».
Nel mondo della cooperazione, com’è comprensibile, i toni non sono sempre e ovunque così pacati. «Soltanto il fascismo è stato altrettanto punitivo nei confronti delle cooperative, che oggi hanno benefici fiscali solo per la parte di utili destinati a riserva indivisibile e necessari per nuovi investimenti e nuova occupazione», dichiara per esempio Marco Minella, segretario generale di Camst, colosso bolognese della ristorazione. «Berlusconi e Bossi - sostiene in una nota - vogliono colpire un sistema di imprese che con grande impegno e originalità coniuga efficienza imprenditoriale e impegno sociale, capacità competitiva e massima attenzione all’occupazione giovanile.
Questo è il volto di questo governo in agonia culturale». D’altronde, come ricorda Granata, dagli anni 90 a oggi le agevolazioni fiscali per le coop sono state già ritoccate al ribasso diverse volte. «Ormai ne è rimasto ben poco, il minimo indispensabile perché si ottemperi all’articolo 45 della Costituzione». Articolo che recita: «La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità».
Questo è il motivo per cui le cooperative hanno goduto fino a oggi di un regime fiscale agevolato, che ha permesso loro di raggiungere livelli di capitalizzazione mediamente superiore a quelli delle altre imprese italiane (innanzi tutto perché vincolate al reinvestimento degli utili nell’azienda). E questa è anche la prima ragione per cui le coop hanno resistito meglio delle altre imprese alla crisi. Andare a toccare questo aspetto proprio ora, osserva Granata, dimostrerebbe quanto meno «scarsa lungimiranza». (Fonte L'Unità 31.08.2011)

Penati non si nasconde.L'ex sindaco di Sesto: «Rinuncio alla prescrizione».
No alla prescrizione. Lo ha annunciato Filippo Penati in una lettera al presidente della direzione provinciale del Partito democratico di Milano Ezio Casati e al segretario metropolitano del partito Roberto Cornelli.
«Se al termine delle indagini tutto non verrà chiarito, non sarò certo io a nascondermi dietro la prescrizione», ha dichiarato Penati, indagato nell'ambito dell'inchiesta ex-Falck e Marelli.
Intanto, è stata fissata per la serata del 30 agosto la riunione della direzione milanese del Pd: all'ordine del giorno, proprio le vicende dell'ex vicepresidente del Consiglio regionale.
Penati contrattacca: nel mirino stampa e Pasini
Nella lettera, Penati ha ribadito di essere «completamente estraneo» ai fatti che gli vengono contestati. «Non ho avuto in passato, e non ho oggi, conti all'estero o tesori nascosti», ha detto. «Non ho preso denaro da imprenditori e non sono mai stato tramite dei finanziamenti illegali ai partiti a cui sono stato iscritto».
Adesso, ha continuato, «ho un unico obiettivo: ristabilire la verità dei fatti, la mia onorabilità e ridare serenità alla mia famiglia. E ristabilire la mia onorabilità significa per me uscire da questa vicenda senza ombre e senza macchie».
«FALSITÀ E INCONGRUENZE». Penati si è poi scagliato contro le «evidenti incongruenze e falsità» apparse sulla stampa. «Ad esempio, quando Di Caterina asserisce di avermi anticipato fino al 1997, somme per oltre 2 miliardi di lire, che gli sarebbero state restituite nel 2001 dalla tangente di Pasini, versata su un suo conto in Lussemburgo. C'è da chiedersi come avrebbe fatto Di Caterina a sapere molti anni prima che Pasini avrebbe comprato le aree Falck con un'operazione così grande da poter sostenere tali esborsi», ha dichiarato l'ex vicepresidente del Consiglio regionale.
I DUBBI SU PASINI. «Se sono passati ben 10 anni e i reati si sono prescritti ciò è avvenuto perché il mio accusatore, Pasini, ha aspettato tutto questo tempo prima di dichiararsi vittima di concussione. In tutto questo tempo ha trovato il modo non solo di continuare a fare affari, come è normale per un imprenditore, ma anche di candidarsi a sindaco di Sesto per Forza Italia, An e Lega, senza sentire il dovere di dire una sola parola circa le accuse che solo oggi mi rivolge».
Indagato anche nel '99 per abuso d'ufficio: assolto
Penati ha ricordato che già nel 1999 fu indagato per abuso in atti d'ufficio per le bonifiche di un'altra parte delle aree ex Falck. In quell'occasione, chiese il rito abbreviato con successiva assoluzione senza cercare «espedienti processuali né benefici di leggi ad personam per trascinare il processo fino alla prescrizione».
«A tutti voglio ribadire che non accetterò, in alcun modo, un esito che lasci dubbi e zone oscure e a tutti voglio garantire che farò quanto necessario perche ciò avvenga», ha concluso.
LA STOCCATA DI VELTRONI. Walter Veltroni ha accolto positivamente la decisione di Penati di rinunciare alla prescrizione: «È uno strumento che il Pd ha condannato quando è stato utilizzato dalla destra». Secondo Veltroni, «non c'é dubbio che il Pd si sta comportando in modo completamente diverso dal Pdl ma questo non deve essere un'attenuante e bisogna andare fino in fondo, rispettare la magistratura e applicare gli strumenti dello statuto».
«SALVAGUARDARE IL PROCESSO». Sulla stessa lunghezza d'onda Emanuele Fiano, responsabile del Forum sicurezza del Pd. Secondo Fiano, le parole di Filippo Penati «sono importanti perché annunciano che l'ex presidente della Provincia di Milano non intende evitare il processo avvalendosi della prescrizione. E altrettanto giusto è che Penati chieda alla politica e al Partito democratico di salvaguardare le sue garanzie di indagato per permettergli di difendersi all'interno del contesto del processo».
APPLAUDE BERSANI. È intervenuto sul tema anche il segretario del Pd Pier Luigi Bersani: «È una vicenda certamente dolorosa però a poco a poco si vedrà la differenza», ha commentato. «Penati ha fatto tutti i passi indietro che poteva fare. Spero che prima o poi qualcuno di questi commentatori attenti che, giustamente, seguono questa vicenda chiedano anche: ma Berlusconi, Verdini, Scajola, Milanese, come si stanno comportando? Stanno facendo dei passi indietro?».
Cornelli: «Le indagini non coinvolgono il Pd»
In serata, durante la direzione provinciale del partito, il segretario del Pd milnaese, Roberto Cornelli, ha precisato che le indagini sul presunto giro di tangenti per la riqualificazione dell'ex area Falck «non coinvolgono in nessun modo il Partito democratico a nessun livello».
«I nostri bilanci», ha detto Cornelli, «sono assolutamente in regola e senza ombre, non abbiamo ricevuto finanziamentii lleciti, svolgiamo la nostra attività politica in modo trasparente, onesto e con passione». «Riteniamo la legalità una precondizione del fare politica», ha sottolineato, «e ci siamo dotati di regole interne e un codice etico che costiutiscono degli anticorpi rispetto a episodi di corruzione».
«NON RIMANGANO OMBRE». E la lettera di Penati va in questa direzione. «Risponde alle sollecitazioni di molti di noi che chiedevamo nel caso in cui le indagini non portino già a un'archiviazione per mancanza di riscontri, che Penati rinunciasse alla prescrizione per garantire l'onorabilità di se stesso e mantenere vivo il rapporto di fiducia con il partito e con gli elettori». «Penso che come partito», ha aggiunto Cornelli, «ci debba interessare che non rimangano ombre sulle vicende sollevate dalle indagini. E adesso occorre, da veri garantisti, che rispettiamo il cittadino Penati e il suo diritto di difendersi». (Fonte Lettera43 30.08.2011)

Violante: “Penati rinunci alla prescrizione”
Gasparri: "E' lo stesso sistema graziato da Di Pietro che va dalla Napoli degli anni '80 fino a Sesto". Veltroni annuncia querela. Pisapia smentisce pressioni sulla formazione della sua giunta
L’affaire delle tangenti per l’ex area Falck di Sesto San Giovanni è un terremoto politico non solo per Filippo Penati e il suo vice Giordano Vimercati, ma per tutto il Pd. Dopo la decisione del segretario del partito Luigi Bersani di convocare la commissione di garanzia per fare chiarezza e proteggere l’ “onorabilità e il buon nome del partito”, oggi è il giorno delle dichiarazioni politiche. A cominciare da quelle della maggioranza, con Maurizio Gasparri secondo il quale quello che emerge dall’inchiesta della Procura di Monza è un vero e proprio sistema: ”Si scrive Penati si legge Bersani. Il sistema di potere dei Ds-Pd è la continuazione delle tradizionali vicende che hanno visto il principale partito della sinistra al centro di un sistema finanziario ricco di risorse e povero di trasparenza”, dice il presidente dei senatori del Pdl.
Che poi continua con parole durissime: ” Bersani spera di farla franca come capitò ai suoi predecessori graziati dal Di Pietro magistrato che così si avviò verso la carriera ministeriale insieme alla sinistra a cui aveva garantito immeritata impunità”. Gasparri lancia accuse ben precise, che rimandano anche al passato: “Dall’Enimont e dalle coop al metodo Sesto gestito da Penati braccio destro di Bersani la storia non pare diversa”. E insiste: “Serve una campagna di verità. Bersani non si illuda di sfuggire alle sue colpe politiche e morali. Così come Penati e i compagni di Sesto non potranno evitare la realtà. C’è tutta una storia da riscrivere”.  E questa storia Gasparri la fa partire, con una curiosa allusione, “dalla Napoli degli anni ottanta”. Frasi pesanti che hanno fatto scattare subito una querela da parte di Walter Veltroni.
Ma dello stesso avviso è Fabrizio Cicchitto che con un esercizio dialettico travestito di garantismo sostiene la stessa tesi del suo omologo a Palazzo Madama: “La criminalizzazione di Penati è del tutto strumentale e ha il solo obiettivo di far scomparire un sistema di potere politico ed economico del Pci-Pds non colpito ai tempi di Mani Pulite”. Rispolverando il vocabolario di Tangentopoli, il presidente dei deputati Pdl aggiunge che “Penati non è né un mariuolo né un criminale solitario, ma uno dei punti di riferimento politici di questo sistema”. Con una differenza tra ieri e oggi, secondo Cicchitto: “Nel passato il Pci operava in modo più attento e accorto la differenziazione di ruoli fra chi faceva politica e chi gestiva gli affari”.
Ai due esponenti del Pdl replica il parlamentare Pd Francesco Boccia, che sottolinea la diversità dalla maggioranza: “Noi non ci sogneremmo mai di parlare di complotti o di cambiare le regole in corsa come ha fatto il centrodestra con la giustizia perché difendere il lavoro della magistratura vuol dire difendere la Costituzione”.
Eppure anche da alcuni storici nomi del partito arriva un monito importante. Luigi Berlinguer, presidente della Commissione di garanzia convocata per il prossimo 5 settembre, dai microfoni di Radio24 invita all’intransigenza: “La corruzione non deve minimamente sfiorare il Pd. Noi dobbiamo essere più rigorosi della moglie di Cesare”. E annuncia, per il 9 settembre, una riunione di tutti i presidenti delle commissioni regionali, “per discutere di correttezza e regole di comportamento, perché siamo un partito che combatte la corruzione politica.”
Ma la questione è di immagine o di principio? E’ per la seconda opzione il costituzionalista ed ex presidente della Camera Luciano Violante, che invoca la rinuncia alla prescrizione del reato di corruzione da parte dell’ex capo della Segreteria politica di Bersani. “Non possiamo chiedere ai membri di partiti avversari di dimettersi o rinunciare alla prescrizione e poi non fare altrettanto con i nostri”, spiega in un’intervista al Corriere della Sera, aggiungendo che “in alternativa Penati dovrebbe dimettersi anche dal Consiglio regionale, perchè così dimostrerebbe di non voler più utilizzare la fiducia ricevuta dai cittadini che lo avevano scelto”. Stesso parere viene espresso anche dal vicesegretario nazionale del Pd Enrico Letta e dal parlamentare Luigi Zanda, che aggiunge: “Se Penati ha sbagliato, peraltro in anni in cui il Pd nemmeno esisteva, è giusto che paghi per intero il suo conto con la politica e la giustizia anche uscendo dal partito e rinunciando alla prescrizione”.
Intanto la polemica lambisce anche il sindaco di Milano Giuliano Pisapia, candidato Sel supportato dal Pd alle elezioni amministrative. Dagli atti della Procura di Monza emergono contatti tra Penati, il presidente del Consorzio Trasporti Pubblici dei Comuni del Nord Milanese Antonio Rugari e Piero Di Caterina, che ha un contenzioso con Atm. In particolare, proprio Di Caterina  telefona a Rugari “per manifestare l’intenzione di contattare quelli che sarebbero stati nominati assessori nella nuova giunta milanese, con l’evidente scopo”, si legge nella richiesta dei pm, “di risolvere il contenzioso con Atm per la suddivisione degli introiti”. Subito dopo, Penati riceve questo sms da Rugari: «Ciao Filippo, considerata come è andata a Milano, credo che si possa tentare di risolvere la questione di Piero (Di Caterina, ndr ), prima che si vada oltre certi limiti e si degeneri. Magari ci possiamo vedere per capire come possiamo agire».
La replica di Pisapia però non tarda ad arrivare: “Nel formare la mia giunta ho preso le decisioni in totale autonomia e non ho mai avuto incontri, colloqui, suggerimenti, e tanto meno pressioni dirette o indirette, da parte di Filippo Penati, come da nessun altro”. (Fonte Il Fatto Quotidiano 29.08.2011)

Prodi: «Basta parlamento di nominati: voto referendum»
Romano Prodi firmerà il referendum sulla legge elettorale promosso da Arturo Parisi. L'ex premier lo ha scritto in un messaggio sul suo sito internet: «È tempo di restituire ai cittadini italiani il diritto di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento. Tutti hanno toccato con mano quanti guasti abbia prodotto un Parlamento di “nominati”, determinando una forte perdita di credibilità nelle istituzioni, e il loro allontanamento dai cittadini».
Per Prodi, «di fronte alla grave crisi economica e sociale che scuote il mondo e l`Europa, l`Italia appare più fragile e a rischio anche perché il Parlamento e i parlamentari non sembrano disporre agli occhi dei cittadini della pienezza della legittimità e di quel rispetto dei quali oggi ci sarebbe bisogno. Noi sappiamo da sempre che all'origine di questa situazione sta la legge elettorale che dai suoi stessi autori è stata definitivamente denigrata con la qualifica di “porcata”. Abbiamo perciò bisogno di una nuova legge elettorale e occorre assolutamente approvarla prima di nuove elezioni».
«La legislatura - ha concluso Prodi - è nella sua fase finale, il tempo stringe e sarebbe bene dunque che il Parlamento provvedesse. Ma se l'adozione di una nuova legge risultasse oggi impraticabile, per abrogare la legge Calderoli ben venga un referendum che, ripristinando il 'Mattarellum', solleciti il Parlamento a sostituirla per tornare ad un sistema elettorale rispettoso dei diritti dei cittadini e coerente con una democrazia bipolare. Sono questi obiettivi cui ho sempre ispirato il mio impegno politico e istituzionale. Anche adesso, che ho lasciato la politica attiva, non ho cambiato idea. Per queste ragioni, al mio rientro a Bologna, martedì, mi recherò in Comune a firmare per il referendum». (Fonte L'Unità 28.08.2011)

Camusso: «Sciopero contro manovra bugiarda»
Cappellino rosso indossato al contrario, sotto il solleone di piazza Navona, Susanna Camusso inaugura la mobilitazione contro il decreto-manovra chiamando a raccolta la Cgil davanti al Senato. Un presidio molto affollato (saranno state circa mille persone) per un mattino feriale di fine agosto in un caldo infernale. Il motivo di tanta fretta è presto detto: “Siamo in una situazione di emergenza, senza precedenti”. “E per questo si è deciso per lo sciopero generale del 6 settembre perché come Cgil ci vogliamo prendere le nostre responsabilità, quelle che portiamo avanti da 3 anni dicendo che la crisi è gravissima, mentre il governo diceva che tutto va bene, ribadendolo fino all'avvilente incontro del 4 agosto, pochi giorni prima essere commissariato da Germania e Bce e annunciare una manovra durissima che si somma con quella di aprile”.
Perché la prima operazione che il segretario generale della Cgil vuole fare è quella di riepilogare i fatti di questo “agosto incredibile”. Ripartendo dalla parola “responsabilità”, quella “dimostrata firmando con mediazioni molto faticose l'accordo con Cisl, Uil e Confindustria del 29 giugno contro gli accordi separati e la posizione unitaria delle parti sociali nell'incontro con il governo, che non ci ha minimamente ascoltato e che, con questa manovra, ha costruito una nuova classe sociale: quella di chi paga le tasse regolarmente, l'unica colpita da questa manovra”.
Gli aggettivi per definirla sono tanti e ripetuti: “sbagliata, ingiusta, bugiarda (due volte, Ndr), ideologica, che divide il paese”. L'applauso più forte Camusso lo ottiene quando ricorda l'articolo 8 del decreto con “l'attacco al lavoro e alla libertà di licenziare modificando l'articolo 18” e quando ricorda “la volontà di cambiare l'anima del paese cancellando 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno”. Per tutti questi motivi la Cgil propone la sua contromanovra, intitolata: “Equità, crescita, occupazione, risanamento dei conti e sviluppo per contrastare la crisi”.
Una contromanovra “con gli stessi saldi e pure qualcosa di più che va dedicato alla crescita”, basata principalmente su un'imposta ordinaria dello 0,5 per cento a salire progressivamente sui patrimoni oltre gli 800 mila euro (“sul modello francese”) e una straordinaria che però non si basi solo sul reddito, ma “con un criterio misto patrimonio-reddito”, sulla tassazione sui capitali rientrati (“visto che la Banca d'Italia stima in 60 miliardi quelli non rientrati neanche con lo scudo”) e sulla lotta all'evasione fiscale (“tracciabilità fino a 500 euro”). Sul tema delle pensioni la “prima preoccupazione deve essere quella di assicurarla ai giovani che così non l'avranno”.
E dunque si pensa alla re-introduzione della tassa di successione destinando le entrate ad un piano straordinario per il lavoro e i giovani. Sul tema dell'abolizione delle province, Camusso parla di “demagogia del governo che attacca gli enti locali e non il palazzo”. Propone “l'abolizione dei vitalizi dei parlamentari” e “l'accorpamento di province e regioni e comuni con il criterio dell'efficienza dei servizi”. No invece alla “privatizzazione dell'acqua e dei servizi”, alla “svendita del patrimonio pubblico”, sì “all'accorpamento delle municipalizzate in perdita”. Il 6 settembre dunque si va in piazza “con uno sforzo organizzativo fortissimo” e con “100 manifestazioni sul territorio”.
Sullo sciopero risponde alle critiche di Cisl e Uil dicendo che “uno sciopero postumo non l'ho mai visto”, richiamando la “legittimità della Cgil a fare politica quando la politica cambia la condizione delle persone” e avverte il governo “a non accelerare il calendario parlamentare per approvare la manovra prima dello sciopero perché la mobilitazione andrebbe avanti più forte di prima”. (Fonte L'Unità 24.08.2011)

Nuova Pansac, paghe ancora bloccate
Aumenta l’incertezza tra i cento operai in cassa integrazione
Si spera ancora, in attesa di notizie che però non arrivano, allo stabilimento della Nuova Pansac di Summaga. Gli stabilimenti del gruppo rimasti attivi tornano alla produzione, ma il futuro di quello di Portogruaro è ancora oscuro. Da mesi ormai campeggia all’esterno del capannone un fantoccio crocifisso, che ben simboleggia lo stato d’animo dei 100 lavoratori in cassa integrazione. La poca chiarezza e l’incertezza generale non aiutano certo a favorire la speranza. Sia gli stipendi sia l’anticipo della cassa integrazione dell’Inps del mese di luglio, così come i rimborsi sul 730, sono bloccati. Una situazione che interessa tutti gli stabilimenti. E anche se sono state fugate le preoccupazioni sul mancato pagamento, le sicurezze devono ancora arrivare. «Mancano le spettanze di luglio - spiega David Camuccio, segretario Filctem-Cgil - ma tra poco mancheranno anche quelle di agosto. In queste condizioni non possiamo certo stare tranquilli neanche per quello che riguarda la cassa integrazione». E’ stata inoltre confermata l’intenzione di trasferire i macchinari da Portogruaro a Mira, anche se sulla questione sindacati e Comune hanno chiesto un incontro specifico per discutere della cessione dello stabilimento, chiedendo a Confindustria un maggior coinvolgimento, soprattutto per la ricerca di partner interessati. «L’azienda dice che non trova acquirenti - conclude David Camuccio - ma non si può certo affermare l’intenzione di vendere la propria auto se la si lascia nascosta in garage». (Fonte La Nuova Venezia 24.08.2011)

Onorevoli, un solo stipendio: siamo a 5mila firme
La prima firma è quella di Stefano Sassu, di Quartu Sant'Elena (CAGLIARI), che nello spazio per i commenti ha voluto scrivere solo: “Condivido!”. A Stefano fanno compagnia altre 5mila persone. Internauti, cittadini, lettori che hanno aderito in queste ore all'appello lanciato dall'Unità “Onorevole, un solo stipendio”. Una battaglia affinché, nel corso del mandato parlamentare, agli eletti sia impedito di percepire altri stipendi o di svolgere un altro incarico.

LEGGI IL TESTO DELL'APPELLO

FIRMA ANCHE TU

In molti firmano, tantissimi scrivono le loro opinioni, migliaia stanno condividendo l'appello sui social network. «Ritengo sia una proposta seria – scrive Giovanni Giudetti sulla nostra pagina Facebook, www.facebook.com/unitaonline – Ma dovrebbe prevedere anche il divieto di condurre in Parlamento un'attività che favorisca qualche personaggio più o meno politico: ad esemprio Ghedini & C. che curano contemporaneamente la difesa del cosiddetto 'premier' in Tribunale e la stesura di provvedimenti giurido-giudiziari a favore dello stesso. Ciò conferma quanto affermato dalla Minetti (nota igienista dentale) a proposito della sua nomina a consigliere regionale lombardo: 'quello' ci colloca nelle istituzioni, così siamo a sua disposizione, ma a carico dei contribuenti».
Per Pierluigi Pirotta, l'eliminazione del doppio stipendio, è una conditio sine qua non perché «la funzione democratica del pubblico amministratore richiede impegno e serietà, costanti sempre 365 giorni all'anno sia verso le parole spese in pubblico , sia verso gli impegni presi nel collegio elettorale». (Fonte L'Unità 22.08.2011)

Bersani: tassare responsabili di bolla finanziaria
Sarà un autunno caldo per le proteste? Ospite a Sky Tg24, Pier Luigi Bersani segnala che «c'è molta tensione soprattutto in alcune aree del paese». Detto questo, torna su due punti della manovra su cui il governo non esclude modifiche.
IVA GIA' LA PIU' ALTA D'EUROPA
«Sull'Iva e il Tfr non ho preclusioni ma l'Iva è già la più alta d'Europa e il rischio è di inflazione mentre il Tfr è una questione delicata che non si può affrontare in un momento in cui una manovra è urgente». Quanto alla “Tobin Tax”, la rivendica ma bisognava agire prima: «E' una delle proposte del Pd: la scomposizione della bolla finanziaria cade sui debiti che colpiscono welfare e occupazione. Non è giusto che una parte di questi debiti venga assorbita da chi ha provocato questo tsunami per alleggerire l'economia reale? Sono d'accordo su una tassa sulle transazioni finanziarie anche con una bassa aliquota. Il fatto che si cominci ora a parlarne in Europa segnala un ritardo». E le Province? Si può pensare a un «dimezzamento», non alla loro abolizione perché «poi quando c'è una frana qualcuno bisogna che ci vada».
TASSA SU CAPITALI SCUDATI: 20% O POCO MENO
Quanto alla tassa per i capitali all'estero, deve essere sul 20% o poco meno, altrimenti è una beffa: «Possiamo fare uno sconto ma uno o due % sembra un altro condono». E in questo scenario per il segretario dei Democratici avverte «un disagio, uno scoramento, la paura nell'opinione pubblica che può determinare una distanza dal sistema politico-istituzionale. Invito a dare un occhio a quello che succede nel mezzogiorno, la gente teme per il lavoro, i servizi...».
PD: NO IN TUTTI I MODI A NUOVO CONDONO FISCALE
Contro l'ipotesi di un nuovo condono fiscale il Pd è pronto a opporsi con ogni mezzo mentre è favorevole all'«una tantum» sui condonati per reperire risorse da trasferire ai Comuni e ai pagamenti dovuti dalla Pubblica amministrazione alle piccole imprese: lo scrive il segretario Pierluigi Bersani nella sua pagina su Facebook intervenendo così nella discussione che si è aperta sulla questione se sia illegale chiedere un contributo straordinario ai condonati mentre sarebbe legale chiederlo ai tassati.
«Attendo con ansia - scrive Bersani - che qualcuno si confronti con me pubblicamente su questa tesi. Porterò un elenco sterminato di casi in cui si sono introdotte deroghe al patto fiscale e al patto di cittadinanza (naturalmente per le persone normali che non occultano i loro redditi né le loro condizioni di vita e di lavoro). Aggiungerò la dimostrazione di come i condonati siano facilmente raggiungibili e di come si possa preservare il loro anonimato. Naturalmente una siffatta misura mina la praticabilità futura di simili condoni. Appunto. Noi non abbiamo mai fatto condoni e non ne faremo. Sono regali che incentivano l'evasione. Con la nostra proposta non avremmo dunque, fra le centinaia di deroghe che il legislatore ha introdotto, finalmente una deroga che incentiva un principio di legalità? Vogliono riflettere su questo i critici in buona fede?».
Quanto poi all'ipotesi di un nuovo condono, Bersani invita il governo a pensarci «molto bene» perché il Pd è pronto a opporsi «all'ennesimo scandalo con ogni mezzo a disposizione». «L'una tantum che proponiamo - spiega il segretario Pd - vogliamo dedicarla ad un piano immediato di piccole opere nei Comuni e ai pagamenti della Pubblica Amministrazione alla piccola impresa, così da dare finalmente un po' di respiro alla congiuntura economica, di cui nessuno parla. Tutte le altre misure che proponiamo sono strutturali, per l'equità fiscale e la crescita. Vorremmo fossero prese sul serio nel loro insieme, come è giusto fare per un progetto responsabile e alternativo». (Fonte L'Unità 18.08.2011)

Centrali a biomassa Portogruaro contro Fossalta
Due amministrazioni in sintonia per quanto riguarda l’orientamento politico, ma che divergono del tutto sul tema delle centrali a biomassa. Portogruaro e Fossalta hanno avviato un primo incontro per confrontarsi circa le ricadute ambientali che avrà l’insediamento e l’attivazione della centrale a biomasse nella frazione di Villanova, vista la vicinanza tra i territori. Secondo i piani della Zignago Power, la centrale di Villanova dovrebbe entrare in funzione tra un paio di mesi. Mentre l’impianto è stato avvallato dall’amministrazione fossaltese, Portogruaro ha osteggiato la costruzioni di centrali a biomassa sul proprio territorio. «Siamo consapevoli - ha detto il sindaco Antonio Bertoncello (nella foto) - che l’amministrazione di Fossalta abbia valutato dati e caratteristiche dell’insediamento, e per questo Portogruaro ha pieno rispetto delle decisioni assunte che derivano da valutazioni diverse. L’assenza di un piano energetico sta creando situazioni di tensione non solo nel nostro territorio». «E’ di una gravità inaudita - attacca però Andrea Buffon, segretario del circolo di Rifondazione Comunista, gruppo tra i primi e tra i più attivi contro la proliferazione delle centrali -, che tale incontro si svolga a giochi già fatti, quando la centrale è quasi ultimata. Era necessario, e doveroso, che tale incontro si svolgesse quando la centrale era ancora in discussione perché, come ben si sa, l’inquinamento atmosferico non rispetta i confini amministrativi. Se poi si aggiunge a questo il fatto che i due Comuni sono entrambi retti da maggioranze a guida PD da diversi anni, sorge spontaneo il dubbio che il grave ritardo sia voluto, studiato ma, soprattutto, concertato». (Fonte La Nuova Venezia 03.08.2011)

Bersani contro le favole di Silvio: «Sulla crisi mente da tre anni»
Bersani smonta uno per uno gli ultimi tre anni del governo Berlusconi. Anni in cui il premier ha continuato a dire ininterrottamente che «andava tutto bene», prima negando del tutto la crisi provocata dai subprime statunitensi, poi minimizzando, e infine sfuggendo del tutto all'evidenza dei fatti. «Io non sono molto fiducioso, ma se devo metterci una piccola speranza è che almeno stavolta ci sia un'analisi veritiera e che non si racconti la solita favola. Per noi questa è la premessa». Dice il segretario del Pd a proposito del confronto di domani alla camera con Berlusconi.
«Basta - aggiunge il segretario Pd - con questa giaculatoria che l'opposizione deve proporre». Il premier ogni tanto ci prova ad accusare gli avversari di scarsa collaborazione, ma è un'accusa stanca, un refrain vuoto e privo di senso. «Cosa vuoi collaborare se sono tre anni che il governo dice che andiamo meglio degli altri – dice Bersani – e non si accorge che perdiamo il triplo degli altri. Se uno comincia a ragionare allora si può discutere. Dovevano ascoltarci in questi tre anni, non chiederci ora collaborazione». (Fonte L'Unità 02.08.2011)

«Grande alleanza, chi se ne frega se Fini è diverso»
Alle prossime elezioni serve una grande alleanza di tutte le opposizioni, come si fece durante la Resistenza, perché bisognerà ricostruire il paese e perciò «chi se ne frega» se Fini è diverso da noi. Dario Franceschini ribadisce la necessità che la prossima sia una «legislatura costituente» che dovrà essere composta da uno schieramento il più ampio possibile e che perciò veda insieme Pd, Idv, Sel, ma anche il Terzo polo. «Attenzione perché nel 2006 eravamo avanti di 12 punti e abbiamo vinto per soli 24mila voti - ricorda il capogruppo del Pd alla Camera intervenendo al seminario di Area democratica -, discutevamo su chi faceva questo e quell'altro, con questa legge elettorale rischiamo che chi vince col 38% ottiene il premio di maggioranza ed elegge il capo dello Stato. Questo rischio giustifica la necessità di alleare tutte le opposizioni per battere Berlusconi». Secondo Franceschini quindi bisogna «imparare dalla storia. Chi faceva la Resistenza non si chiedeva a quale partito appartenesse e il Pd deve tenere aperta questa proposta che serve per ricostruire il paese dalle macerie del berlusconismo». Il capogruppo del Pd si rivolge a Nichi Vendola, presente al dibattito insieme a Benedetto Della Vedova di Fli: «Sappiamo che ci sono distanze eccome, ci sono problemi eccome, ma chi se ne frega dele differenze di fronte alla gravità della situazione e all'esigenza di ricostruzione. Tutte queste forze devono stare insieme in una legislatura costituente e solo dopo potranno tornare a scontrarsi con nuovi leader in modo normale e democratico». A chi gli ricorda che le coalizioni ampie e diverse hanno già fallito con l'esperienza dell'Unione, Franceschini replica: «L'Unione era fatta di undici partiti pieni di contraddizioni, il nostro compito per la nostra legislatura è avere un'area sociale la più ampia possibile», perciò «noi insisteremo» anche perché «ci sono ragioni numeriche a sostenerci. Se in Puglia l'Udc fosse andato con la destra - dice rivolto a Vendola - non è detto che avresti vinto».
La replica di Vendola: «Grande alleanza? Mio dissenso è totale»
«Il mio dissenso è totale». Nichi Vendola boccia senza mezzi termini la proposta di Dario Franceschini e del Pd di una 'grande alleanza' di tutte le opposizioni, da Sel fino a Fini, per battere Berlusconi alle prossime elezioni, proposta rilanciata dal capogruppo del Pd alla Camera durante un dibattito al seminario di Area Democratica al quale doveva essere presente anche il presidente della Camera che ha mandato a rappresentare Fli il capogruppo Benedetto Della Vedova.
«Una unità più larga sulle regole del gioco è naturale e ovvia - concede il leader di Sel - perchè le regole non possono essere proprietà di una parte, anzi chi ragiona su un nuovo sistema elettorale pensando alle proprie convenienze sbaglia, ma se di fronte alla crisi del berlusconismo noi non diciamo che c'è un'alternativa chiara di politica economica e sociale rischiamo di rendere torbido il quadro».
«Rispetto Della Vedova ma il suo progetto è alternativo al mio e non so come possiamo camminare insieme - prosegue il governatore della Puglia - se la politica si presenta come un pasticcio gattopardesco rischia grosso. Se non ci sarà una contesa politica forte, tutta la politica sarà travolta e anche qui ci saranno piazze Taharir o puerta del Sol. Il dolore potrebbe espolodere in odio verso una politica che non può chiudersi nel fortino invocando la responsabilità nazionale».
La platea dei Democratici lo premia con l'applauso più convinto che scatta quando Vendola dice: «Di fronte al dolore drammatico della crisi sociale, che può portare a movimenti di piazza anche in Italia, la politica non se la cava chiudendosi nel fortino e invocando la responsabilità nazionale. Per me- dice Vendola- la responsabilità nazionale oggi è colpire la rendita, la ricchezza e la speculazione». Il pubblico del Pd applaude a lungo. «Io- aggiunge Vendola a proposito del tema delle regole richiamato da Franceschini- le regole vorrei farle con la destra di Benedetto Della Vedova, ma perchè spero che lui sia il mio avversario politico». (Fonte L'Unità 29.07.2011)

Bersani: «Basta fango sul Pd»
Questa volta non usa metafore, Pier Luigi Bersani. Mentre il partito è agitato dal fantasma di una nuova «questione morale» e mentre arrivano le lettere con cui Filippo Penati annuncia le dimissioni da vicepresidente del Consiglio regionale lombardo e l’autosospensione da tutte le cariche nel partito, il segretario fa sapere che il Pd non si farà trascinare in una spirale perversa che ne offuschi «il buon nome». L’ha detto l’altro giorno alla Festa dell’Unità di Roma, lo va ripetendo dentro il partito. «Basta fango sul Pd».
Non ha dubbi, Bersani, ed è determinato a dimostrare che «la diversità dei democratici non è iscritta in una qualche differenza antropologica, ma si vede chiaramente, e si vedrà nei nostri comportamenti». Il messaggio è duplice. È ovvio che l’inchiesta della Procura di Monza ed il caso Tedesco stiano continuando ad agitare nel profondo le acque dei democratici. D’altra parte, però, si tratta di mandare un preciso segnale dentro e fuori il partito. «È ovvio che abbiamo fiducia nella giustizia», spiega il segretario indicando già in questo una diversità. «Ed è altrettanto chiaro che Penati hadimostrato senso di responsabilità compiendo i suoi due passi indietro, così come non c’è dubbio che, a meno che non vi sia fumus persecutionis, chi ha responsabilità politiche è uguale ad un qualsiasi altro cittadino. Detto questo, difenderemo l’onorabilità del Pd, la difenderemo con forza e nei confronti di chiunque pensi di metterla in discussione ».
Anche in tribunale, se necessario: «Perché il Pd - che, unico in Italia, sottopone il suo bilancio ad una società di certificazione indipendente - non ha nulla a che vedere con le vicende di cui parla la Procura di Monza».
Il ragionamento di Bersani è chiaro: sì, certo che le inchieste in corso turbano il Pd. Ma dev’essere altrettanto chiaro che il Pd non accetterà lezioni da chi vuole scaricare le colpe del «disastro» italiano sull’intera classe politica, e non sulle forze di governo. Lui ha chiesto, anche dal palco della festa di Roma, «intransigenza e rigore» ai democratici. «Così saremo più forti nella battaglia culturale contro l’antipolitica».
Intanto al Nazareno si aspettano ancora le dimissioni da senatore Alberto Tedesco - che qualcuno nel partito considera «un bubbone da estirpare», ma che da qualche mese è fuori dal Pd - quelle di Penati sono arrivate a stretto di giro di posta. Ieri l’ex presidente della Provincia di Milano ha preso carta e penna due volte. La prima per annunciare al segretario la propria autosospensione da tutte le cariche nel Pd, a cominciare da quella nella direzione nazionale. Poche ore dopo per ufficializzare le sue dimissioni da vicepresidente del consiglio regionale. Insomma, Penati, indagato nell’inchiesta sulle tangenti per le aree Falck di Sesto San Giovanni, «di fronte all’enorme risalto » della vicenda, che rende «improbabile pensare ancora ad una sua rapida chiusura», ha deciso di compiere un gesto inequivocabile, netto. Lo fa cercando di liberare il partito da impacci e imbarazzi,maaltempo stesso imposta i suoi «due passi indietro»come un avvio di contrattacco. «Rilevo che non cessano le ricostruzioni parziali, contraddittorie e false indotte da altre persone coinvolte nella vicenda», scrive nel nota, diffusa anche sul sito www.filippopenati.it. Una difesa che è anche un j’accuse: Penati parla di «una montagna di calunnie », che vengono «da due imprenditori inquisiti in altre vicende giudiziarie che cercano così di coprire i loro guai con la giustizia». L’ex responsabile della segreteria di Bersani afferma di «non aver mai preso soldi da imprenditori » e di «non esser mai stato tramite di finanziamenti illeciti ai partiti a cui sono stato iscritto». Si mostra sicuro di sé. «Sono convinto che riuscirò a chiarire tutto, forte della consapevolezza di non aver commesso alcun reato», scrive. E conclude: «Non voglio che la mia vicenda e la martellantecampagna mediatica creino ulteriori problemi al mio partito».
Nel quale, in effetti, la discussione è ovviamente molto accesa. Su Tedesco Rosy Bindi haavuto ieri parole dure: «Ho visto morire la Dc perché c’erano i corrotti, non voglio vedere il mio nuovo partito turbato da un ex socialista ». Parlando col Tg3, Enrico Letta decide di andare oltre: «Esiste la necessità di dimostrare che noi siamo diversi dagli altri, che per noi la questione morale, la questione delle regole, l’etica, sono una questione essenziale. Così dobbiamo fare e così stiamo cercando di fare». Ne è convinto anche Dario Franceschini. Sentir parlare di questione morale, dice il capogruppo alla Camera, «mi indigna personalmente e politicamente. In un grande partito con migliaia di amministratori e di quadri ci possono essere degli episodi, ma l’atteggiamento del partito è stato chiaro sia nelle scelte di Penati, sia nel voto sull’arresto di Tedesco. Un atteggiamento esattamente opposto alla destra». Aggiunge Franceschini che «è ingiusto e insopportabile mettere politicamente e umanamente sullo stesso piano idue schieramenti: non si può mettere un deputato del Pd che fa il suo lavoro sul piano di Milanese o di Caliendo. Sono due mondi completamente diversi». Da parte sua, Sergio Chiamparino, come sua abitudine, è più tranchant: «La diversità non è undato di appartenenza, ma una conquista». E non è una metafora. (Fonte L'Unità 26.07.2011)

Errani: «Noi e loro, ecco in cosa siamo diversi»
E'in atto un attacco contro la politica, in generale, senza distinzioni», dice Vasco Errani paventando gli effetti negativi di un’operazione che «favorisce inevitabilmente la destra» e mette a rischio la «qualità della democrazia».
Per il presidente della Regione Emilia Romagna, gli esponenti della maggioranza che citano i casi riguardanti Alberto Tedesco e Filippo Penati per denunciare una questione morale nei confronti del Pd hanno l’obiettivo di «nascondere la grave questione sociale di cui è responsabile il governo».
Ma c’è o no una questione morale nel Pd, presidente Errani?
«Non c’è. Ci sono singoli casi».
Che pongono o no un problema?
«Il punto fondamentale è che la nostra diversità non ha un carattere genetico. La diversità si definisce nei comportamenti. La nostra differenza rispetto alla destra è che il Pd, sia sul caso Tedesco che nell’inchiesta riguardante Penati, ha detto che non c’è fumus persecutionis e che la magistratura deve svolgere il suo lavoro. E su questa linea ha poi tenuto comportamenti coerenti».
Dice che è stato un comportamento coerente anche non votare a favore della soppressione delle Province, mentre si fa un gran parlare di costi della politica?
«Guardi, è giusto che la politica, a tutti i livelli, affronti con chiarezza questo tema e dia un segnale coe- rente di sobrietà. Noi come Emilia Romagna lo abbiamo fatto, eliminando i vitalizi per i consiglieri regionali, ed è stata una scelta giusta. Sulla questione delle Province il Pd ha avanzato proposte chiare proponendo una riforma istituzionale organica, che punta a ridurre i costi ma anche a garantire un efficace esercizio dei poteri istituzionali. La demagogia, l’attacco alla politica, senza distinzioni, la delegittimazione generale, hanno come unico esito quello di favorire la destra. Una destra, del resto, che sta facendo di tutto per nascondere la grave questione sociale di cui è responsabile il governo».
Perché sostiene che l’antipolitica giova alla destra?
«Perché una politica totalmente delegittimata dà spazio a un modello populista e proprietario delle istituzioni. E così facendo colpisce la qualità della democrazia. Il Pd su questo deve condurre una energica battaglia culturale».
Come, in concreto?
«Il Pd deve costruire, come sta facendo e come ha fatto con il referendum, un rapporto molto stretto con la società civile. Anche continuando la sua azione di innovazione del partito. Bersani giustamente ha lanciato la conferenza sul partito, che dovrà portare a una costruzione dal basso del Pd e a un rinnovamento della classe dirigente. Con i partiti personali e con il populismo non si compiono di certo passi avanti ma rischiamo di costringere l’Italia ad un pericoloso passo indietro».
Sul federalismo, secondo lei che è presidente della Conferenza delle Regioni, abbiamo fatto passi avanti o indietro?
«Con questa manovra è stata messa la parola fine al federalismo fiscale. Questa è una responsabilità grave del governo, che ha approvato soltanto misure socialmente inique e assolutamente centraliste. Tanto che è stato messo discussione non solo il federalismo fiscale ma un’esperienza autonomista che storicamente, pensiamo in primo luogo ai Comuni, ha dato moltissimo all’Italia. Ma soprattutto con questa manovra non è stata compiuta nessuna scelta su una questione decisiva per l’Italia, la crescita e il problema del lavoro per i giovani».
Teme che gli amministratori locali, costretti a imporre ai cittadini tagli e nuove tasse, siano anch’essi colpiti da un sentimento di antipolitica?
«Il rischio c’è ma noi dobbiamo trovare il modo di costruire un rapporto serio con i cittadini, per spiegare come stanno effettivamente le cose. Bisogna fare precise scelte per ridurre i costi di gestione, ma è necessario anche evidenziare le responsabilità del governo sul fatto che dopo questa manovra sono in discussione servizi fondamentali, come l’assistenza, la sanità, le politiche giovanili e sociali».
Dal suo osservatorio bolognese, cosa dice dei ministeri al Nord voluti dal Carroccio?
«È il segno drammatico delle difficoltà e delle contraddizioni della Lega. Prima bisognava smontare i ministeri per dare funzioni al territorio. Oggi non trovano di meglio da fare che mettere i pattini sotto i ministeri nel tentativo di nascondere la crisi di governo e il fallimento sul federalismo. Ma penso che questo fallimento sia chiaro a tutti, compresi gli elettori leghisti».
Sarà chiaro, ma la maggioranza in Parlamento c’è: non c’è niente che possa fare l’opposizione per accelerare la crisi?
«La battaglia principale del Pd è liberare il Paese da questo governo al più presto. Prima il governo Berlusconi se ne va, meglio è per la nostra società. Il primo problema è il governo, che non ha credibilità internazionale né politiche per la società italiana».
Per il Terzo polo e anche per personalità del Pdl come Pisanu sarebbe auspicabile un governo di larghe intese: secondo lei? «La via maestra sono le elezioni politiche, per ridare la parola ai cittadini. Salvo, se ci sono le condizioni, dar vita a un governo che abbia in primo luogo l’obiettivo di approvare una legge che dia agli elettori la possibilità di scegliere i loro rappresentanti in Parlamento e anche da chi essere governati». (Fonte L'Unità 24.07.2011)

Bersani: «Chi è indagato faccia un passo indietro»
Il giorno dopo la notizia di Filippo Penati indagato con l’accusa di aver ricevuto tangenti nel 2001 e il giorno dopo il voto in contemporanea alla Camera e al Senato sull’autorizzazione all’arresto di Alfonso Papa e Alberto Tedesco, Pier Luigi Bersani lancia due messaggi. Uno una più corta e uno a più lunga gittata. Il primo, che cade nei confini democratici o giù di lì (Tedesco prima di passare al gruppo Misto quando è scoppiata la bufera sulla sanitopoli pugliese è stato eletto al Senato con la lista Pd): «Le regole devono valere per tutti, politici, cittadini e amministratori. Se uno è indagato è corretto che faccia un passo indietro, anche se è innocente, per non coinvolgere le istituzioni ».
Il secondo, a beneficio di chi addossa al Pd la responsabilità di aver salvato Tedesco dagli arresti domiciliari, forze del centrodestra e non solo: «Noi siamo abituati a tutti i mea culpa, però questa volta non ne dobbiamo fare perché siamo stati lineari e coerenti. Abbiamo detto alla Camera e al Senato che i deputati sono uguali agli altri cittadini». Bersani sa che il no all’autorizzazione all’arresto del senatore pugliese rischia di far pagare al Pd colpe non proprie, almeno finché non verrà dimostrato quello che Anna Finocchiaro definisce il «trucchetto » della Lega (annunciare il sì e votare poi a scrutinio segreto no), o finché non ci sarà una svolta nella vicenda. Svolta che ci potrebbe essere con le dimissioni da parte di Tedesco: «Non è più nel gruppo del Pd, poi bisogna riconoscere che ha fatto un discorso di grande dignità e ci si può aspettare che faccia un passo indietro dalle sue funzioni».
Bersani non intende aprire un processo a chi ha votato in modo diverso da quanto deciso nel corso dell’assemblea dei senatori Pd, anche se sottolinea che chi lo ha fatto «se ne prende la responsabilità». E se non lo fa è perché a impensierirlo è altro.
UN FULMINE A CIEL SERENO
La vicenda che coinvolge Penati preoccupa un po’ tutti, nel partito. Bersani la definisce «un fulmine a ciel sereno», sottolinea che si tratta di «una cosa di dieci anni fa su cui non abbiamo nozione» e ribadisce la formula di rito: fiducia che Penati dimostrerà la sua estraneità» e rassicurazione sul fatto che il Pd mantiene un «atteggiamento semplice e rigoroso»: «Non abbiamo mai messo un ostacolo alla magistratura, né mai parlato di complotto », dice arrivando alla Festa dell’Unità di Roma. Ma sul concetto insiste anche a un seminiario organizzato dal centro studi del Pd sotto il titolo «Democrazia, populismo e la risorsa partito».
Dice Bersani: «Sul tema della legalità serve trasparenza, onestà, sobrietà, bisogna dire parole chiare, essere intransigenti e rigorosi. Un deputato o un senatore o un amministratore non deve essere diverso da un marocchino. O cambiamo la legge per tutti o per nessuno. Ciascuno si prende le proprie responsabilità e la politica si deve prendere le sue». Concetti su cui il Pd da sempre insiste per combattere il centrodestra, e che ora non devono perdere di credibilità se pronunciati da esponenti di centrosinistra. Per questo nel partito ora tutti auspicano che la giustizia faccia in fretta il suo corso. Anche perché la fase che si apre andrà gestita senza sbagliareunamossa: «Avremo davanti mesi drammatici, crucialissimi e questo Paese non ha tante carte da giocare. Soprattutto guai pensare che basti buttar giù Berlusconi per risolvere i nostri problemi e uscirne. Dobbiamo farlo capire alla gente sennò passiamo ad un berlusconismo senza Berlusconi». Non a caso già l’altro giorno Bersani aveva detto all’intero gruppo dirigente riunito al Nazareno che il Pd è «una sorta di bene pubblico»: «Stiamo attenti a maneggiarlo con cura». (Fonte L'Unità 22.07.2011)

Tedesco: «Da Bindi orribile moralismo, si dimetta lei»
«La Bindi? Ma si dimetta lei! Il suo moralismo mi fa orrore, e non da oggi. Sono vent'anni che la vedo invocare manette e galera con un livore indegno di una persona civile». A puntare il dito contro la presidente del Pd Rosy Bindi è Alberto Tedesco, senatore del gruppo misto, intervistato oggi da diversi quotidiani.
«La Bindi non ha letto una sola pagina della richiesta di arresto, non sa niente della mia vicenda. Parla a prescindere», afferma Tedesco. «Lei chiede le dimissioni a me? Ma si guardi intorno! Le chieda al parlamentare più assenteista del mondo, Gaglione, che lei ha imposto in lista. Insomma, ci vuole un minimo di coerenza, e soprattutto un pò di rispetto umano per le persone». L'ex assessore pugliese alla Sanità ribadisce che non si dimetterà dal Senato. «Se lo facessi darei ragione a chi crede che il parlamentare ha una funzione criminogena», spiega. «Se dovessero dimettersi tutti quelli nelle mie condizioni, il Parlamento sarebbe desertificato. Basta con questa gogna». Al Senato, prosegue, «mi hanno eletto migliaia di elettori, come migliaia sono le testimonianze di solidarietà che mi arrivano dall' altro ieri. A loro devo rispondere, quindi niente dimissioni». Tedesco si dice «sollevato» per l'esito del voto a palazzo Madama, ma «molto rammaricato per il collega Papa: mi farebbe piacere andare a trovarlo in cella». La carcerazione preventiva, sostiene, «è intollerabile, roba da inquisizione. Andrebbe mantenuta solo nel caso si produca un danno irreparabile alla società e alla persona umana. Non è il caso mio nè di Papa».

«Sono inopportune e inaccettabili nei toni e nella sostanza le parole del senatore Tedesco espresse stamani sui più importanti giornali italiani» afferma Enrico Letta, vicesegretario del Pd, e aggiunge: «Difendo convintamente Rosy Bindi dagli attacchi contenuti nelle interviste di oggi, così come trovo fuori luogo le parole nei confronti di Debora Serracchiani. Ci si sarebbe aspettato che il senatore Tedesco, il giorno dopo del voto al Senato, pensasse ai danni pesanti che il Pd in questa vicenda ha già subito e si comportasse di conseguenza». (Fonte L'Unità 22.07.2011)

...per vedere cosa aveva detto Debora Serracchiani clicca qui...

...ma come aveva risposto, su La Repubblica, il senatore Tedesco alla Serracchiani ??? con un semplice "Serracchiani? E' una giovane che non ha ancora capito bene il suo ruolo"...

Penati si autosospende dalla vicepresidenza del Consiglio regionale lombardo
L'esponente del Pd: "Sono totalmente estraneo ai fatti, ma voglio evitare imbarazzi all'istituzione"
Filippo Penati si autospende dalla carica di vicepredsidente del Consiglio regionale della Lombardia. L’esponente del Pd, accusato dalla Procura di Monza di aver preso tangenti in campo urbanistico, ha scritto una lettera al presidente del consiglio, il leghista Davide Boni: “”A seguito del mio coinvolgimento nella vicenda giudiziaria relativa all’area  Falck di Sesto San Giovanni”, afferma,  “desidero ribadire la mia totale estraneità ai fatti. In merito anche alle notizie apparse sulla stampa, voglio precisare che non ho mai chiesto e ricevuto  denaro da imprenditori. Voglio altresì ribadire la mia assoluta fiducia nell’operato della  magistratura”.
L’ex presidente della Provincia di Milano ha deciso comunque di lasciare la carica istituzionale “per profondo rispetto dell’istituzione nella quale sono stato eletto e per evitare ogni  imbarazzo al Consiglio”. (Fonte Il Fatto Quotidiano 21.07.2011)

Milano, Filippo Penati indagato per corruzione
Il vice presidente del Consiglio regionale è accusato di concussione e finanziamento illecito ai partiti Al centro una tangente da 4 miliardi di lire per una speculazione nell'area ex Falck: 15 gli indagati
Corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti. Tre reati e una tangente da 4 miliardi di lire spalmata nell’anno dal 2001-2002. Sul registro degli indagati (in totale sono 15) un nome su tutti: quello del vice presidente del Consiglio regionale lombardo Filippo Penati.  L’indagine, coordinata dal procuratore di Monza, Walter Mapelli, nasce dal caso della mancata bonifica del quartiere milanese di Santa Giulia. Nel mirino dei magistrati ci sono eventuali illeciti commessi nella gestione dell’area Falck di Sesto San Giovanni, comune alle porte di Milano.
Il quadro, riassunto nel decreto di perquisizione, racconta di mazzette (solo promesse o addirittura pagate) per oliare il rilascio di alcune concessioni o per riscrivere secondo criteri decisi a tavolino il documento che regola l’urbanistica del comune di Sesto. Comune di cui Penati è stato sindaco dal 1994 al 2001. Mentre fino al 2004 è stato segretario della fedeazione provinciale milanese dei Democratici. Quindi è stato eletto presidente della Provincia dal 2004 al 2009.
Qui, però, emerge la prima ombra. Se i reati contestati risalgono al 2001, almeno due (corruzione e finanziamento illecito) su tre sono andati in prescrizione. Resterebbe in piedi quello di concussione. E, dunque, escludendo che gli sviluppi di oggi siano stati raggiunti attraverso le intercettazioni, appare plausibile che ci sia qualche imprenditore, costretto a pagare, che sta parlando. Oltre al vice presidente del Consiglio regionale risulta indagato anche un assessore al Comune di Sesto San Giovanni.
L’area finita sotto la lente degli investigatori riguarda buona parte delle zone ancora occupata dai padiglioni industriali. L’area in questione ha una lunga storia di compravendite. I lotti di proprietà della Falck a fine anni Novanta vengono, infatti, acquistati dall’imprenditore sestese Giuseppe Pasini, il cui gruppo però fallisce. Nel marzo 2005 La Risanamento, società del gruppo Zunino, si impegna ad acquisire, per 88 milioni di euro, il 100% di Immobiliare Cascina Rubina, azienda del Gruppo Pasini e proprietaria dell’area ex Falck. L’operazione, secondo la società (poi coinvolta nell’inchiesta sulla bonifica di Santa Giulia) dovrebbe permette alla società immobiliare di inserire nel proprio portafoglio un’area industriale dismessa dall’estensione di 1.300.000 metri quadrati sita nel comune di Sesto San Giovanni dove sorgevano, un tempo, le Acciaierie Falck.
Nel 2010 l’area passa ufficialmente di mano. Dopo un mese di rinvii tecnici, Risanamento chiude l’operazione, vendendo l’asset di Sesto San Giovanni (Milano) alla cordata Sesto Immobiliare, capitanata dal costruttore Davide Bizzi. E all’orizzonte si intravede l’apertura, entro il 2013, del più grande cantiere d’Europa. A sbloccare la vendita da 405 milioni di euro. In quell’anno la cordata di Bizzi versa l’85% del prezzo complessivo, vale a dire 345 milioni: di cui circa 274 milioni attraverso l’accollo del debito di Cascina Rubina nei confronti di Intesa Sanpaolo (circa 274 mln) e la restante parte in ‘cash’ (71 milioni). Gli altri 60 milioni verrano pagati dopo aver ottenuto le approvazioni, rispettivamente, al programma di intervento da parte del Comune di Sesto San Giovanni e al progetto definitivo di bonifica dal Ministero dell’Ambiente.
Seguendo, però, la linea tracciata dagli investigatori il nodo dell’inchiesta si gioca tutto a cavallo del 2000, quando lo stesso Penati è ancora sindaco e nel momento in cui, acquistate le aree, il gruppo Pasini progetto la riqualificazione poi abortita a causa del fallimento della società. Attualmente Giuseppe Pasini è consigliere comunale. Nel 2007 ha corso per la poltrona di sindaco.
“Abbiamo appreso con grande dolore che sono in corso due inchieste che riguardano la nostra città, quella su vicende che sarebbero avvenute tra il 2001 e il 2002 per quanto riguarda le aree ex Falck e che avrebbero portato all’invio di un avviso di garanzia all’ex sindaco Filippo Penati e altre che riguardano l’avviso di garanzia inviato all’assessore Pasqualino Di Leva per vicende legate a concessioni edilizie negli anni 2004-2008″. Questa parte della note del Sindaco di Sesto San Giovanni Giorgio Oldrini. “Le notizie che abbiamo in questo momento sono del tutto frammentarie e imprecise – ha concluso Oldrini -. Ribadiamo comunque la nostra fiducia nell’operato della magistratura e ci auguriamo che tutti possano rapidamente dimostrare la loro assoluta estraneità ai fatti”. (Fonte Il Fatto Quotidiano 20.07.2011)

Costi della politica, Bersani: «Basta parole»
«Il Pd è un bene comune». Pier Luigi Bersani ha tenuto a sottolinearlo nel suo intervento alal direzione nazionale del Partito democratico. «Il Paese è nei guai», ha ammonito il segretario, «servono la forza e le idee del partito democratico».
Poi il segretario Pd affronta il dossier costi della politica. «Basta parlare bisogna fare», ha detto a proposito della necessità dei tagli. «Sappiamo che senza sobrietà della politica - ha spiegato il segretario del Pd -, senza buona politica non si va da nessuna parte. Oltretutto abbiamo una destra che davanti all'ipotesi di una nostra vittoria alle prossime elezioni non esita a gettare fango nel ventilatore».
«Bisogna tirare una linea e presentare proposte concrete perchè effettivamente il problema esiste. Dunque dobbiamo essere fermi nel determinare interventi, ma poi bisogna tirare la riga e da lì difendere a spada tratta la buona politica dall'antipolitica», ha detto il leader Pd invitando «a fare in fretta, perchè solo se intervieni sulle tue cose, come per esempio il vitalizio e gli stipendi dei parlamentari, solo così puoi parlare e intervenire sui privilegi degli altri, che nella società italiana sono moltissimi».
Il segretario è poi tornato a bocciare i due referendum, uno a firma Passigli, l'altro Parisi-Veltroni, di riforma della legge elettorale, invitando tutti a sostenere la proposta del partito. «È importante che oggi approviamo la nostra proposta che ha caratteri abbastanza comprensivi sia di questioni di sistema sia di questioni più politiche, uno strumento che non chiude le porte nella discussione con le altre forze politiche, accompagna il bipolarismo, garantisce un buon equilibrio fra maggioritario e proporzionale e che ciascuno partito possa presentarsi con il proprio volto», ha spiegato. Nel frattempo, ha ricordato, «sono state avviate le procedure per la presentazione di due referendum. Uno proposto da Passigli, l'altro che punta al ripristino del mattarellum. In entrambe i casi, sia pure per ragioni diverse, gli esiti non sono coerenti con le proposte del Pd». Dunque, è stato il suo invito, «credo che sia da sostenere la nostra proposta». (Fonte L'Unità 19.07.2011)

«Il Pd apra ai movimenti Un'alleanza per vincere» di Massimo D'Alema
Gli eventi degli ultimi mesi possono essere interpretati come tappe di un cammino che, anche se forse non avrà uno sbocco politico immediato, segna tuttavia il verificarsi di un mutamento di prospettiva.
Nonostante i colpi subiti, la maggioranza che sostiene attualmente il governo Berlusconi è ancora al suo posto e resiste, sebbene con difficoltà, alle molteplici richieste di cambiamento. Questo però non deve impedirci di spingere lo sguardo al di là della contingenza politica per disegnare un progetto per il futuro del paese, per provare a delineare una nuova prospettiva. In questo momento la crisi si presenta non solo come l’appannarsi di una leadership politica, ma anche come una crisi di sistema con tutti i suoi tipici ingredienti: la grave crisi economico-finanziaria che rischia di investire direttamente anche l’Italia, quella del sistema politico-istituzionale, del Parlamento, dei soggetti politici che hanno segnato la vita della Seconda Repubblica, anche se con alcune eccezioni, prima tra tutte il Partito Democratico. E in questi momenti critici si profila anche un serio problema di etica pubblica, con il conseguente protagonismo giudiziario simile, per alcuni versi, a quello che ha contrassegnato la stagione del 1992. Siamo di fronte a una crisi di sistema nella quale, però, non emerge ancora con chiarezza un’alternativa, una via d’uscita.
Ragionare sul futuro può essere allora fondamentale per dare forza a un progetto che sia in grado di raccogliere intorno a sé il consenso di una parte importante del paese, quella parte che nelle ultime due tornate elettorali ha mostrato chiari segni di volontà di cambiamento. Nella società si avverte, a mio avviso, un grandissimo bisogno di politica. Una politica che sappia ascoltare le richieste che vengono dai movimenti che si sono sviluppati in questo ultimo periodo e le istanze della società. Proprio le ultime elezioni amministrative hanno visto infatti una vittoria della politica al di là di ogni previsione; in molti casi la vittoria è andata a personalità che si sono dimostrate più affidabili, più credibili, maggiormente in grado di raccogliere la fiducia dei cittadini.
Questo nuovo desiderio di politica rappresenta uno dei nostri punti di forza rispetto al 1993, che non deve tuttavia farci dimenticare i tanti punti di debolezza. Allora, infatti, per arginare il rischio di una caduta del sistema politico italiano potemmo contare sull’impegno di quelle forze della Prima Repubblica che erano in grado di dare un contributo positivo alla vita del paese. Nella difesa degli interessi dell’Italia fu fondamentale, ad esempio, il ruolo dei sindacati. Oggi, purtroppo, molte di queste forze non sono più coese. Tra i punti che considero più allarmanti, in vista dello sforzo di rimettere insieme il paese, vi è proprio la condizione dei sindacati, in particolare per quanto riguarda le loro divisioni interne. Ma un ruolo importante ebbe anche una parte della borghesia. Pensiamo, ad esempio, a organismi come la Banca d’Italia in quanto luogo di formazione di una classe dirigente capace di dare un alto contributo alle istituzioni.
Allora il centrosinistra si costruì grazie alla convergenza della parte migliore del mondo politico con quella parte della società – compreso il mondo dell’economia nelle sue diverse componenti – che era animata da senso dello Stato. Su quali forze può contare, oggi, il paese? Un dato positivo è rappresentato, ad esempio, dal processo di unificazione di alcune organizzazioni espressione dei cosiddetti ceti medi: mondo cooperativo, piccola e media impresa, artigianato. C’è una realtà vitale, costituita dalle numerose medie imprese italiane che hanno saputo innovare e affermarsi nel mercato globale. Se ci soffermiamo su questi elementi positivi vediamo che anche oggi, nell’economia, ci sono forze su cui il paese può contare.
C’è, soprattutto, un elemento di novità importante: un rinnovato spirito pubblico manifestato dai tanti movimenti scesi in piazza in questo ultimo periodo.
Movimenti che, sono convinto, non hanno nulla a che fare con quella che viene definita l’antipolitica, ma dimostrano un forte senso di attaccamento alle istituzioni e una domanda di partecipazione alla vita pubblica, alla politica come difesa dei beni pubblici.
Certo sono all’opera anche i “cattivi maestri”, i fautori dell’antipolitica, ma la partita è aperta, soprattutto per quanto riguarda le nuove generazioni. Una parte consistente di esse non è pregiudizialmente contraria a una forza che, come il PD, si caratterizza per i suoi tratti di novità e per la capacità di saper ascoltare, capacità che deve essere in grado di dimostrare sempre di più.
Nel 1996 vincemmo con un’operazione politica: con una vittoria della politica malgrado le tendenze prevalenti dell’opinione pubblica. Noi costruimmo una maggioranza per governare grazie alle divisioni tra Berlusconi e Fini da una parte e la Lega dall’altra. Forze che, insieme, avrebbero preso il 54% dei voti.
Penso che oggi a sostegno di Berlusconi e dei suoi alleati non ci sia più il 54% del popolo italiano. La novità di oggi è che si può e si deve fare un’operazione che prenda le mosse soprattutto dalle istanze della società civile, tenendo conto che potenzialmente c’è una maggioranza democratica nel paese.
Ci sono finalmente le condizioni per giocare una partita aperta e, malgrado si siano indeboliti alcuni strumenti – dicevamo dei sindacati –, la possibilità di far emergere una maggioranza sociale e politica c’è. E ci sono anche altre forze coesive da mettere in campo: le classi dirigenti locali, ad esempio, gli amministratori, soggetti attraverso i quali, pur nel quadro di un federalismo le cui attuazioni appaiono sempre più disastrose per il paese, lanciare segnali di solidarietà, di coesione, a cominciare da una grande campagna di sostegno per Napoli. Bisogna lanciare dei messaggi di coesione e di solidarietà facendo leva sulla partecipazione giovanile e aprendo, nello stesso tempo, un dialogo con la Chiesa cattolica, con quella parte sociale della Chiesa che ha sempre rappresentato e rappresenta un fattore fondamentale di tenuta della società italiana.
Dobbiamo puntare, insomma, su tutte le componenti migliori che abbiamo di fronte, ricercando il rapporto diretto con i cittadini, con le nuove generazioni, grazie anche alle possibilità offerte dalla rete e dai nuovi media, che dobbiamo imparare a utilizzare meglio.
Ma la partita, vista in questo modo, non è perduta. Dobbiamo fare uno sforzo di coordinamento delle istanze migliori, cercando di costruire una maggioranza democratica. In questo sforzo comune, dobbiamo valorizzare la novità di una società che si è messa in movimento e che mostra di voler essere protagonista del cambiamento. E questa novità rappresenta, per il centrosinistra, una risorsa fondamentale per vincere le sfide che avremo di fronte. (Fonte L'Unità 19.07.2011)

Fenomeno Spidertruman: i segreti di Montecitorio
Si fa chiamare Spidertruman e su internet è ormai il "nuovo vendicatore del Palazzo", incoronato da migliaia di iscritti a Facebook che ne condividono i post e dagli internauti che col passaparola stanno moltiplicando le visualizzazioni del suo blog. Spidertruman è un anonimo ex precario di Montecitorio , licenziato dopo 15 anni di lavoro, che ha deciso di vendicarsi pubblicando su Facebook tutti «i segreti della casta».
La pagina, “I segreti della pagina di Montecitorio”, appunto, in appena un paio di giorni di vita ha superato i 30 mila “likers”, e ora, subodorando che qualcuno la possa far chiudere, il suo creatore ha anche aperto l'omonimo blog. Non che la “battaglia” di Spidertruman sia nuova sotto il cielo del web. Beppe Grillo e molti altri autoproclamatisi “giustizieri” del Palazzo cavalcano l'onda da anni, ormai. La novità dell'ultimo uomo mascherato sta nel fatto che è un insider – o almeno così dice di essere. Uno che nelle stanze di Montecitorio e di Palazzo Madama ci ha lavorato per anni, e che adesso ha deciso di tirare fuori dal cilindro dati e informazioni più o meno segrete che stuzzicano i lettori e fanno rizzare qualche capello tra i parlamentari.
Il primo post è stato una specie di guida del perfetto deputato, intitolata “Come far viaggiare gratis anche amici e parenti”. «Lor signori non solo si fanno i viaggi gratis – scrive Spidertruman il 16 luglio – ma con quei viaggi accumulano punti su punti che poi utilizzano per far viaggiare gratis anche mogli, amici e parenti sui voli Alitalia». Si prosegue con altre note in cui si denunciano «le scorte blu che accompagnano le mogli degli onorevoli a fare la spesa», «le condizioni di favore di Tim e altre compagnie telefoniche», i costi (per i cittadini) dei barbieri di Montecitorio e via denunciando, in un crescendo di commenti e “mi piace”.
Ora, è facile prevedere che uno dei nuovi giochi dell'estate sarà quello di scovare la vera identità di Spidertruman. Ma sarà il solito guardare al dito e non alla luna che quel dito indica. Giorni fa a sbertucciare l'intero sistema politico italiano ci ha pensato il Wall Street Journal. Lo ha fatto nel solito modo in cui lo fanno i giornali stranieri quando parlano del nostro Paese: snocciolando dati per dare un tocco di serietà alla faccenda, e aggiungendo ironia a piene mani. Il quadro che ne emergeva era quello di un paese da farsa. Il problema è che l'Italia si sta avvicinando sempre di più ai meccanismi dell'avanspettacolo. La vicenda di Spidertruman e del suo rosario di lamentazioni e denunce, al netto dei risolini sotto i baffi e dei ghigni da vendetta, una cosa può fare, e seria: ricordare all'Italia di scegliersi un'altra parte, possibilmente in una rappresentazione di se stessa che non sia più quella della farsa. (Fonte L'Unità 17.07.2011)

...è assolutamente consigliato una visita al blog in questione: troverete le rivelazioni di Spider Truman a cliccando qui...

Bindi: «Bene i tempi ma scelte inique e salva-caste»
Intervista a Rosy Bindi da Il Corriere della Sera 15.07.2011
«È la manovra più iniqua e dannosa che si potesse adottare».
Eppure, presidente Rosy Bindi, è anche grazie al Pd se oggi sarà approvàta a tempo di record.
«Noi siamo responsabili dei tempi, il contenuto invece è tutto loro. Non solo noi voteremo contro, ma faremo di tutto per spiegare al Paese che questa manovra fa vera macelleria sociale. Dopo aver messo a rischio la scuola pubblica ora il governo mette a rischio la salute pubblica, rende i poveri più poveri e dà il colpo di grazia a quel poco di ceto medio che era rimasto nel Paese».
Tremonti e Berlusconi vi avevano offerto garanzie nel merito? Vi sentite ingannati dal governo?
«Noi abbiamo risposto all`invito del capo dello Stato. Abbiamo offerto la nostra disponibilità, chiedendo però come premessa le dimissioni dei governo e un`ammissione di responsabilità da parte del premier e del ministro dell`Economia. Se l`Italia è stata sottoposta all`aggressione dei mercati è perché la politica di questo governo non ha più nessuna credibilità. Sono inaffidabili».
Col senno di poi fareste diversamente?
«Se noi non avessimo consentito l`approvazione in una settimana, comunque lo avrebbero fatto entro il mese. Con il Paese esposto alle speculazioni era necessario dare un segnale ai mercati. Detto questo, è quanto di più distante da quel che avremmo voluto. La manovra salva tutte le caste, non tassa le rendite e non prevede una sola misura di crescita. Invece di far pagare chi si è arricchito, aumenta le diseguaglianze».
Dimissioni, e poi?
«L`unico gesto di responsabilità che Napolitano può chiederci è quello di sostenere un governo affidato a una personalità che goda di prestigio internazionale e di riconoscimenti in sede europea».
Una figura come Mario Monti?
«È evidente che Monti rientra in questo profilo, ma i nomi li fa il presidente della Repubblica. Io me ne guardo bene».
Griderebbero al ribaltone...
«Non sarebbe il governo dei ribaltone. Ma gli attuali ministri devono starne fuori. Questo si può chiedere a un`opposizione che, andando contro i propri interessi di parte, ha dimostrato di avere a cuore gli interessi del Paese. Il governo riconosca che è il primo responsabile, approvi la manovra e si dimetta. E un atto di responsabilità dovuto al Paese, noi lo abbiamo fatto e adesso tocca a loro».
È proprio sicura che il centrosinistra non abbia colpa alcuna del dissesto dei conti pubblici?
«Non è un caso che le speculazioni finanziarie siano arrivate adesso. Oltre ai problemi di Berlusconi e del ministro Romano, abbiamo il responsabile dell`Economia lambito da vicende non edificanti che riguardano persone a lui molto vicine. Citando Tito Livio, Tremonti ha detto che resterà al suo posto "ottimamente". Ma chi può stare bene in un momento come questo?».

Manovra, Marcegaglia: “Solo aumento tasse Inaccettabile nessun taglio a costi politica”
Il presidente di confindustria Emma Marcegaglia boccia le modifiche apportate dal governo nella manovra economica. Senza mezze misure. “Siamo d’accordo sul fatto che i saldi andavano aumentati, ma da quello che si capisce l’aumento dei saldi è fatto tutto sotto forma di aumento delle tasse”, ha detto Marcegaglia. “Un calo delle detrazioni fiscali vuol dire aumento delle tasse, manca tutto quello che riguarda i costi della politica”. E sul tema delle liberalizzazioni: “Speravamo che dopo l’annuncio di ieri mattina da parte di Tremonti di un inserimento importante di provvedimenti di liberalizzazioni si andasse avanti in questo modo – ha aggiunto – ma ci pare, per quello che leggiamo, di aver visto una norma molto più blanda perché c’è stata l’opposizione da parte dei vari rappresentanti delle professioni in Parlamento”.
Sotto accusa la decisione di non intervenire con tagli alla Casta: “E’ inaccettabile. Ci siamo un po’ stufati: c’è un Paese che va a rotoli e un gruppo di persone che continua a governare tutelando se stesso”, ha detto il numero uno di Confindustria. “La manovra va approvata, non ci sono dubbi, ma i problemi ci sono nel momento in cui viene approvata una manovra così pesante, che porta sacrifici a tutti, a pensionati, lavoratori pubblici, imprese. Di fronte a una manovra di sacrifici veri come questa, quello che è inaccettabile è che dal punto di vista dei costi della politica è stato deciso di non fare niente. Non vogliamo fare demagogia, ma proprio perché si vanno a chiedere sacrifici a tutti, non è accettabile che la politica dica di non poter fare niente. Dobbiamo dire a voce alta, insieme ai lavoratori, insieme a tutti coloro che hanno a cuore il Paese, che siamo arrabbiati e non possiamo avere un pezzo di Paese che fa sacrifici e un altro pezzo di Paese che in un momento come questo non fa niente”.
“Mi auguro che l’approvazione della manovra dia il senso che l’Italia è un Paese stabile e che quindi non ci siano di nuovo attacchi speculativi sui mercati”, ha aggiunto Mercegaglia. E sulla possibilità che dopo l’approvazione della manovra il governo possa dimettersi per lasciare il posto a un esecutivo tecnico, ha commentato: “Non sta a noi dire cosa succederà dopo. Vediamo cosa succederà in questi giorni sui mercati”.
Il presidente di Confindustria ha commentato anche la marcia indietro dell’esecutivo sulle liberalizzazioni degli ordini professionali, dopo lo scontro di ieri interno alla maggioranza. “Purtroppo abbiamo un Parlamento pieno di avvocati e notai. E questi signori cosa hanno detto? Noi non vi votiamo la manovra”, ha detto Mercegaglia. “Speravo che in un momento così difficile tutti dimostrassero un senso del bene comune, avendo a cuore l’interesse generale, ma questo non sta succedendo: pagano i soliti noti, gli altri stanno protetti, non ne vogliono sapere di cambiare. In un momento difficile come questo bisogna fare un passo avanti in tema di liberalizzazioni, sono quelle riforme strutturali che non costano niente in termini di bilancio dello Stato, ma possono dare stimolo alla crescita, possono ridurre tariffe su cittadini e imprese, dare spazio a nuovi imprenditori in questi settori oggi protetti”. (Fonte Il Fatto Quotidiano 14.07.2011)

Bindi: «Berlusconi si dimetta. Governo di emergenza senza i ministri attuali»
Intervista a Rosy Bindi di Maria Zegarelli - L'Unità 12.07.2011
Certo, il voto anticipato resta la «strada maestra», il governo «responsabile di questa grave vulnerabilità del Paese» dovrebbe dimettersi «un attimo dopo aver approvato la manovra».Ma se in questo momento delicatissimo, il Presidente della Repubblica dovesse chiedere senso di responsabilità «noi del Pd saremmo pronti anche a sostenere un esecutivo tecnico, di alto profilo, scevro da qualunque accusa di ribaltone». Rosy Bindi, presidente dei democratici, rilancia il governo «di responsabilità nazionale» ma ad un patto: che non ci siano gli attuali ministri. Nessuno.
Napolitano un primo appello lo ha già fatto: coesione nazionale in vista dell`approvazione della manovra. Il Pd che farà?
«Noi siamo disponibili, come è sempre stato, ad accogliere l`invito del Presidente della Repubblica, mosso dall`interesse nazionale del Paese. Faremo la nostra parte anche questa volta, ma è chiaro che questo governo deve riconoscere le sue responsabilità. Se siamo in questa situazione, davvero preoccupante, è per responsabilità del presidente del Consiglio, del ministro dell`Economia, di tutto il governo e di tutta la maggioranza».
Alla fine la crisi c`era e l`Italia oggi rischia grosso.
«In questi anni sono stati sordi a qualunque proposta che abbiamo avanzato, a partire dalle critiche che abbiamo mosso in maniera non pregiudiziale sugli interventi economici. Critiche mosse con il supporto degli osservatori internazionali, della Banca d`Italia e dei centri d`osservazione economica internazionale. La loro risposta è stata quella di votare ogni volta manovre sbagliate coni voto di fiducia. A questo si aggiunge il tracollo finale della credibilità del governo di questi giorni: se il presidente del Consiglio ha smesso da tempo di essere un interlocutore internazionale - sia per le sue vicende personali, sia per la sua incapacità a governare il Paese - adesso è finita anche l`era Tremonti. Fino a una settimana fa sembrava che potesse essere il garante in Europa e sulla scena internazionale, oggi è evidente a tutti la sua perdita di credibilità politica e morale».
Si riferisce anche alle vicende giudiziarie che hanno coinvolto Milanese?
«Mi riferisco ai fatti che lo vedono in qualche modo coinvolto e sui quali non è riuscito a dire parole nette e chiare e mi riferisco alle vicende politiche. Se prima dava l`immagine del ministro che riusciva a tenere insieme tutta la maggioranza, rappresentando anche la Lega, è evidente che oggi non è più così. Dopo l`Eurogruppo ci ha fatto da fideiussore la Germania dicendo che il nostro Paese non rischia: Tremonti è uscito da quell`incontro senza dire una parola».
Voi del Pd avete definito questa manovra irricevibile. Come vi comporterete in Aula dopo l`appello del Colle?
«Noi faremo le nostre proposte, con un raccordo con tutte le altre opposizioni. Da una parte l`incontro Bersani-Casini, dall`altra il senso di responsabilità dimostrata da Di Pietro, sono basi importanti per un coordinamento sulle proposte. Spetterà alla maggioranza decidere se accoglierle».
Voterete la manovra?
«Sarebbe una contraddizione votarla nel momento in cui diciamo con convinzione che la responsabilità di quello che sta accadendo è tutta sulla spalle della maggioranza. Non faremo ostruzionismo, presenteremo le nostre proposte, se verranno accolte valuteremo il comportamento, ma è evidente che la maggioranza non potrà recepire emendamenti che ne stravolgono l`impianto generale. Quindi voteremo contro».
Una volta approvata la manovra cosa succede?
«Noi chiediamo sin da ora che una volta votata la manovra si dimettano».
Per andare al voto?
«Per noi quella resta la strada maestra per passare a un governo politico stabile. ma se le condizioni, soprattutto quelle dei mercati, non lo consentono e il Presidente della Repubblica dovesse chiamarci a un governo della responsabilità, penso che il Pd non si possa sottrarre».
Un governo tecnico?
«Se la situazione economica è così disastrosa da non poterci permettere tre mesi di campagna elettorale potremmo essere pronti a sostenere un governo di responsabilità nazionale. Ma a tre condizioni: che a guidarlo sia una personalità che gode di prestigio internazionale; che non ne faccia parte alcun ministro di questo esecutivo e che nessuno possa additarlo come il governo del ribaltone. Dovrebbe avere l`appoggio delle forze politiche responsabili ma i partiti dovrebbero stame fuori».
Pensa ad un esecutivo guidato da Mario Monti?
«Monti è un nome autorevolissimo, ma la decisione spetta al Quirinale».
Il nuovo governo dovrebbe avere tra gli obiettivi la legge elettorale. Quale?
«Una legge che restituisca ai cittadini la possibilità di scegliere i parlamentari. Noi del Pd partiremo dalla nostra proposta, maggioritario con doppio turno, decisione che dovrà essere sancita nella Direzione del 19 luglio. Ma è evidente che se dovesse restare in piedi il referendum Passigli, allora io sono tra coloro che saluta con favore l`iniziativa di chi oggi ha depositato i quesiti per il ritorno al Mattarellum».

Se non ora quando, a Siena tornano le donne
Sono oltre 1.200 i partecipanti attesi all'incontro nazionale «Se non ora quando» in programma a siena sabato e domenica. Dopo aver rinunciato alla prima sede del Santa Maria della Scala per l'alto numero di adesioni, l'evento si terrà al Prato di Sant'agostino.
«Con l'aiuto prezioso del sindaco - spiegano le organizzatrici - abbiamo individuato una piazza, a 150 metri dal Duomo dove c'è l'ombra e potremo sistemare 1200 sedie, che dovrebbero essere sufficienti a far stare sedute quasi tutte».
Le donne e gli uomini che arriveranno a Siena rappresenteranno gli oltre 120 comitati locali scaturiti dalla mobilitazione nazionale del 13 febbraio per parlare del futuro dell'Italia e del ruolo che le donne avranno. Il programma prevede gli interventi, tra le altre, di Linda Laura Sabbadini, direttrice centrale dell'Istat, dell'economista Tindara addabbo sulla valutazione delle politiche pubbliche e sociali di genere, e un dibattito aperto: uomini e donne che si sono riconosciuti nella mobilitazione trasversale e apartitica del 13 febbraio potranno prendere la parola per scrivere, insieme, l'agenda delle richieste femminili per l'italia di domani.
I temi intorno a cui si svilupperà l'appuntamento sono corpo, maternità, lavoro e rappresentazione. I lavori si apriranno sabato 9 con la proiezione di un video sulla manifestazione di febbraio e l'intervento di rappresentanti del comitato nazionale «Se Non Ora Quando», seguite poi dall'economista Tindara Addabbo, da Linda Sabbadini dell'Istat e da Sabina Castelfranco della Stampa estera.
Proseguiranno nel pomeriggio con uno spazio dedicato ai comitati locali e brevi interventi - fra gli altri - di Lorella Zanardo (il corpo delle donne) e di alcune politiche come Flavia Perina e Pina Buongiorno, Livia Turco e Susanna Camusso. Previsto un flashmob in Piazza del campo alle 19.
Domenica si discuterà di come strutturare la rete delle donne in Italia: la chiusura (prevista per le 13.30) è affidata a Cristina Comencini. Per chi non sarà a Siena, sarà possibile seguire l'evento sul web con una diretta streaming su Radio Articolo 1, su www.esemplaretv.com, tramite il blog di Se non ora quando (60 mila accessi a giugno), la pagina Facebook Se Non Ora Quando (5 mila amici e 45.829 contatti a giugno) e l'account twitter comitato13febbraio2011.
Sabato sera si terrà la grande festa delle donne di «Se non ora quando» per le strade di Siena.
Ai partecipanti arriva il saluto del presidente della provincia di Siena Simone Bezzini (pd): «Una mobilitazione giusta, trasversale e senza colore politico, che è riuscita a coinvolgere un numero crescente di persone che si sono riconosciute nell'urgenza, che la frase di primo levi racchiude, di far sentire la propria voce e assumersi la responsabilità del proprio futuro. Non c'è tempo da perdere, sono d'accordo, perchè un'Italia dove c'è più rispetto e opportunità per le donne, è un'Italia che funziona meglio, è un Paese migliore».
*Comitato Se non ora quando
Tornano le donne del 13 febbraio. Non siamo più solo noi, donne di snoq, le promotrici di quella straordinaria e inedita giornata di mobilitazione nazionale, a considerare questa data uno spartiacque fondamentale dell’avvio del cambiamento nel nostro Paese. La centralità politica delle donne nel determinare il cambiamento che stiamo vedendo nei risultati delle elezioni amministrative, nei referendum, dice molto di quanto quella giornata, con la partecipazione di donne e uomini di ogni età e condizione, cultura, appartenenza, ha segnato l’avvio del risorgimento civile, etico e democratico di questa fase storica dell’Italia. Una partecipazione popolare guidata da donne! Attorno alle parole e ai contenuti di quella giornata, si sono riconosciute quel milione di persone che hanno riempito le piazze e che hanno rappresentato il Paese che vorremmo.
È apparso chiaro che la forza e la determinazione espressa dalle donne il 13 febbraio, ha rappresentato il più profondo sommovimento culturale, civile ed etico per cambiare questo Paese. Ha creato fiducia, speranza. Reso credibile e possibile cambiare lo stato di cose in questo Paese. Ha sbloccato il Paese. Ha dato energia e voglia di riprovare a partecipare per cambiare a tanti che si erano assuefatti allo stato di cose esistenti. Quel «basta» collettivo , urlato nelle piazze, allo stato di cose esistente, nel Governo del Paese, nella cultura dominante, nell’arretratezza della convivenza civile, nelle drammatiche condizioni di lavoro e di vita di tante donne , ha riacceso il futuro con luce differente. Una straordinaria voglia di cambiare il Governo complessivo del Paese, della rappresentazione e uso del corpo delle donne nell’immagine pubblica e nella comunicazione.
Una rinascita del valore della differenza di genere, della libertà e dell’autonomia delle donne. Un risveglio che chiama in modo nuovo alla responsabilità la politica, le imprese, le organizzazioni sociali e ogni decisore pubblico. Una responsabilità che deve proporre il cambiamento della precarietà del lavoro che è prevalentemente femminile e del sud d’Italia. Siamo il Paese che ha la più bassa occupazione femminile. Siamo al penultimo posto rispetto ai Paesi europei.Siamo il Paese che considera la maternità un ‘rischio’ anziché un valore sociale per l’insieme della società. Che vede, come certifica per la prima volta l’Istat quest’anno, 800.000 donne che lasciano il lavoro alla nascita del primo figlio. Un Paese che ha scaricato sulle donne e sulla famiglia, la crisi economica e quindi ha fatto regredire tutta la società. Un paese, che ha assistito pochi giorni fa, alla notizia di una azienda che ‘mette fuori le donne’ perché tanto loro hanno altro da fare a casa e tiene gli uomini al lavoro retribuito.
E gli uomini , accolgono come normale questa scelta dell’azienda, e quindi non sostengono la lotta delle donne che difendono il loro diritto al lavoro. È a questo Paese che le donne di SENONORAQUANDO, hanno detto basta! E, ora, dopo il 13 febbraio, quelle donne e quegli uomini, quelle ragazze e quei ragazzi, vorrebbero andare avanti per costruire una società diversa, un Paese diverso, un Paese per donne. Consapevoli che un Paese per donne è un paese in cui anche gli uomini possono vivere meglio. È necessario, per cambiare davvero questo Paese, per avere un futuro credibile e positivo per tutti, per superare la pesante crisi economica e sociale, rimettere al centro il valore del lavoro e la priorità del lavoro delle donne. L’occupazione femminile deve diventare la priorità dell’Italia. La sfida dell’innovazione, della modernità, della valorizzazione delle competenze per qualificare il cambiamento passa da qui!
Questa è l’opzione per lo sviluppo sostenibile, per la crescita e l’equità e la giustizia sociale. Per una società e una democrazia duale, di donne e uomini, in ogni ambito della vita politica, culturale e nel lavoro. Che riscopra e attui i contenuti della Costituzione Italiana anche a questo fine, come ci ha ricordato il Presidente della Repubblica in occasione dell’8 marzo.
Quella partecipazione ha consegnato alle promotrici una responsabilità enorme, importante. Si sono avviate nuove connessioni tra le donne nelle diverse realtà del Paese, tra associazioni che da anni elaborano e agiscono per questo cambiamento. Tra nuove associazioni, tra le giovani generazioni che hanno scoperto l’importanza dell’impegno e della partecipazione diretta. C’è il desiderio e la ricerca di una nuova dimensione collettiva dell’impegno, dello stare insieme. Il “noi” che sostituisce, con grande gioia, l’io solitario. E le donne di senonoraquando hanno reso visibile e possibile questo “noi”‘. Ogni realtà si è ritrovata dopo il 13 febbraio. Ha creato rete, dialogo, connessione. Ogni luogo ha avuto nuova linfa, forza, energia. Le parole delle donne hanno riacquistato un senso profondo, qualificato. Con il 13 febbraio si è rotta la solitudine delle “appartenenze” di molte realtà e di molte donne.
Nessuna appartenenza in cui ciascuna vive e opera è più sufficiente a contenere il desiderio di partecipare a cambiare questo Paese; per costruire un Paese per donne. Una nuova stagione del movimento delle donne italiane non solo è ora possibile, ma è la condizione e la speranza per un futuro migliore per tutti gli italiani. Per contribuire a questa speranza, abbiamo organizzato l’appuntamento di Siena del 9 e 10 luglio. Questa la nostra lettera: «Il 13 febbraio abbiamo riempito le piazze per difendere la nostra dignità di donne e riscattare l’immagine del Paese. La mobilitazione ha contribuito a portare tante donne al governo delle città e a risvegliare uno straordinario spirito civico. Ma sono solo i primi segnali. La fotografia dell’ultimo rapporto Istat ci conferma che l’immagine deformata delle donne, così presente nei media e nella pubblicità, è solo l’altra faccia della diffusa resistenza a fare spazio alla libertà femminile. I dati ci dicono che le donne italiane studiano, si professionalizzano, raggiungono livelli di eccellenza in molti campi. Ma sono donne, vogliono esserlo, e questo basta, nel nostro Paese, perché non entrino nel mercato del lavoro (il 50% è senza occupazione) o perdano il lavoro, spesso precario, se scelgono di diventare madri. Sembrava fino a ieri che dovessimo aver solo un po’ di pazienza, che la società italiana, forse più lentamente di altre, avrebbe accolto la libertà femminile. Ma così non è. Occorre prenderne atto. Vogliamo difendere noi stesse, il nostro presente e il nostro futuro perché una cosa è chiara: un Paese che deprime le donne è vecchio, senza vita, senza speranza. Mettiamo a punto le nostre idee. Rilanciamo, forti delle nostre diversità, un grande movimento», Vi aspettiamo a Siena. Un incontro per confrontarci, ascoltarci. Per scegliere insieme le nostre parole, i contenuti, le azioni. Per riconoscerci e costruire insieme la nostra forza. Per avere un Paese per donne e quindi per vincere. (Fonte L'Unità 07.07.2011)

Province, no all'abolizione. Sinistra divisa, critiche da Renzi
Le province non si toccano. Grazie alla convergenza dei voti di Pdl e Lega e con l'astensione del Partito democratico, l'Aula della Camera affossa la proposta di legge costituzionale dell'Italia dei Valori per la loro eliminazione.
Ma la bocciatura, che arriva in coincidenza con le polemiche sul rinvio alla prossima legislatura dei tagli ai costi della politica, scatena la polemica all'interno delle opposizioni, visto che non solo il partito di Antonio Di Pietro ma anche il Terzo Polo ha votato a favore dell'abolizione delle province e il Pd si è astenuto.
La Camera ha subito respinto il mantenimento del primo articolo del testo, che cancellava con un tratto di penna le parole «le province» dal Titolo V della Costituzione (225 i voti contrari, 83 quelli a favore, 240 gli astenuti). A quel punto, il relatore Donato Bruno ha chiesto il rinvio del testo in commissione. D'accordissimo il ministro Roberto Calderoli. Per l'esponente leghista «molte province devono essere effettivamente riviste e soppresse», ma per farlo è necessario «l'abbinamento fra una riforma costituzionale e una legge ordinaria».
La linea dell'astensione del Pd è stata un punto di mediazione raggiunto dopo un serrato dibattito interno. In assemblea, da una parte c'era chi, come Veltroni e Bindi, voleva eliminare le province per tagliare i costi della politica ; e, dall'altra, chi difendeva la posizione storica del partito, che vuole una riduzione delle province ma non una loro abolizione 'tout court'. In aula il capogruppo Dario Franceschini ha illustrato la posizione dei democratici e accusato Di Pietro di volere un voto «non utile per la politica ma solo per andare sui giornali».
Di Pietro ha deciso di andare comunque alla conta. «Vogliamo un voto per capire chi ha il coraggio di passare dalle parole ai fatti», ha detto in aperta polemica con il Pd. Poi, incassata la sconfitta, ha commentato con amarezza il risultato: «Si è verificato un tradimento generalizzato degli impegni e dei programmi elettorali fatti da destra a sinistra. In aula si è verificata una maggioranza trasversale: la maggioranza della 'castà. Mi dispiace molto perchè il Pd ha perso l'occasione per fare una cosa saggia, visto che se avessero votato a favore il governo sarebbe andato in minoranza».
Anche il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini, non ha avuto parole tenere per il Pd : «Si è persa un'occasione», ha detto Casini preannunciando una nuova proposta di legge del Terzo Polo.
Il Pd ha risposto con un irritato Pier Luigi Bersani: «Non ci facciano, per favore, tirate demagogiche: noi abbiamo una nostra proposta che prevede di ridurre e accorpare le Province ma bisogna anche dire come si fa, perchè le Province gestiscono un certo numero di cose importanti, come ad esempio i permessi per l'urbanistica».
Imbarazzo si coglie anche nella Lega, che ha rilanciato preannunciando con Calderoli l'arrivo di un disegno di legge che dimezzerà il numero dei parlamentari e darà vita al Senato federale.
«A chi mi chiede delle Province dico che ieri il Pd ha perso un'ottima occasione per dare un segnale al Paese. E mi dispiace molto». Lo afferma il 'rottamatorè Matteo Renzi, sindaco di Firenze, sulla sua pagina Facebook, riferendosi all'astensione del Pd ieri in Parlamento sull'abolizione delle Province. «Io avevo proposto di abolire le Province anche quando ero presidente - aggiunge Renzi - e non era tema di moda. Ma ieri avevamo da battere un rigore e non l'abbiamo neanche calciato!». (Fonte L'Unità 05.07.2011)

Notte sul web contro la delibera ammazza-Internet
Non sarà una vigilia tranquilla per l'Agcom: sarà, piuttosto, la "Notte della Rete". A 24 ore dall'approvazione della Delibera definita "ammazza-Internet" dai blogger italiani, artisti, esponenti della rete, leader politici, cittadini e utenti del web si troveranno a Roma per una no-stop contro il provvedimento. Come noto, domani 6 luglio l'Autorità per le Comunicazioni si appresta a votare una delibera con cui si arrogherà il potere di oscurare siti internet stranieri e di rimuovere contenuti da quelli italiani, in modo arbitrario e senza il vaglio del giudice. Su internet oltre 130.000 cittadini hanno espresso il loro dissenso via email all'Agcom e cresce di ora in ora il passaparola su Facebook, una mobilitazione on-line e off-line che ha già dimostrato con il referendum quanto possa risultare incisiva.
La protesta continua anche fuori dal web: "La notte della rete", il 5 luglio alla Domus Talenti a Roma, è una no-stop in cui si alterneranno cittadini e associazioni in difesa del web, politici, giornalisti, cantanti, esperti: tutti contro il bavaglio alla rete. L'iniziativa sarà preceduta da una serie di flash-mob. Luca Nicotra, di Agorà Digitale e tra gli organizzatori dell'evento, chiede un ripensamento all'agenzia: "Agcom deve porre in moratoria la regolamentazione o metterà a rischio non solo la libertà di espressione, informazione e accesso alla conocenza, ma lo stesso funzionamento democratico delle istituzioni".
Fra i presenti già confermati: Olivero Beha, Pippo Civati, Antonio Di Pietro, Dario Fo, Alessandro Gilioli, Peter Gomez, Beppe Giulietti, Giulia Innocenzi, Gianfranco Mascia, Roberto Natale, il Piotta, Franca Rame, Guido Scorza, Mario Staderini.
Bersani: «L'Agcom si fermi, la libertà in rete è ossigeno per le democrazie»
"L'Agcom si fermi e consenta una riflessione più ampia. La libertà della rete è ossigeno vitale per le nostre democrazie". Questo il monito di Pier Luigi Bersani, alla vigilia della delibera sul diritto d'autore che l'Agcom si appresta ad approvare il prossimo 6 luglio, che introduce la possibilità di chiudere i siti internet in via amministrativa. "In particolar modo nel nostro Paese – prosegue il segretario del Pd – catalogato delle agenzie internazionali agli ultimi posti quanto a libertà e pluralismo dell'informazione e gravato da un conflitto d'interessi esasperante. Per questo chiediamo con forza che venga fugato ogni dubbio che il varo imminente della nuova disciplina sul diritto d'autore, in relazione alle tecnologie dei nuovi media, da parte dell'Agcom possa interferire in alcun modo con la liberta' di espressione dei cittadini della rete. Il diritto d'autore - conclude Bersani - deve essere difeso e tutelato, la democrazia italiana non può permettersi bavagli di alcun genere, e vigileremo sui tentativi diretti o surrettizi di introdurli". (Fonte L'Unità 05.07.2011)

Manovra, colpo alle pensioni. Tagli alle rinnovabili
STRETTA SULLE PENSIONI
Confermato per il biennio 2012-2013 il blocco della rivalutazione delle pensioni «dei trattamenti pensionistici superiore a cinque volte il trattamento minimo di pensione Inps».
«Per le fasce di importo dei trattamenti pensionistici comprese tra tre e cinque volte il predetto trattamento minimo Inps l'indice di rivalutazione automatica delle pensioni è applicato nella misura del 45%». È quanto prevede il testo della manovra consegnato al Quirinale. Il taglio del 30% di «tutti gli incentivi, i benefici e le altre agevolazioni» presenti in bolletta torna nel testo della manovra inviato al Quirinale.
AUMENTA L'ETA' PENSIONABILE PER LE DONNE
Confermato l'intervento per l'aumento dell'età pensionabile delle donne nel settore privato. Si parte dal 2020 con un mese in più oltre i 60 anni per arrivare al 2032 con l'ultimo scaglione. È quanto si legge nell'articolo 18 del testo della manovra inviato al Quirinale.
TAGLI ALLE RINNOVABILI
«Allo scopo di ridurre il costo finale dell'energia per i consumatori e le imprese - dice l'articolo 35 - a decorrere dal primo gennaio 2012 tutti gli incentivi, i benefici e le altre agevolazioni, comunque gravanti sulle componenti tariffarie relative alle forniture di energia elettrica e gas naturale, previste da norme di legge o da regolamenti sono ridotti del 30 per cento rispetto a quelli applicabili alla data del 31 dicembre 2010».
L'entità degli incentivi, dei benefici e delle agevolazioni sarà rideterminata dal ministero dello Sviluppo su proposta dell'Autorità per l'energia entro 90 giorni.
SFORBICIATA AI FONDI CONSOB
Tagli del 20% a partire dal prossimo anno ai fondi della Consob, delle altre autorità indipendenti, del Csm e della Corte del conti. Lo prevede il testo della manovra trasmesso al quirinale. «A decorrere dall'anno 2012 - è scritto nell'articolo 5 del capitolo dedicato alla riduzione dei costi della politica e degli apparati - gli stanziamenti del consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (cnel), degli organi di autogoverno della magistratura ordinaria, amministrativa, contabile, tributaria, militare, nonchè delle autorità indipendenti, compresa la consob, sono ridotti del 20 per cento rispetto all'anno 2011».
RIDOTTI I VOLI DI STATO
I voli di Stato saranno limitati soltanto alle cinque massime cariche dello Stato, ossia al Presidente della Repubblica, ai Presidenti di Camera e Senato, al Presidente del Consiglio e al Presidente della Corte Costituzionale. Lo prevede la manovra, nel testo inviato al Quirinale. Nell'articolo, si sancisce che le eccezioni a questa regola «devono essere specificatamente autorizzate, soprattutto con riferimento agli impegni internazionali e rese pubbliche sul sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri, salvi i casi di segreto per ragioni di Stato».
TAGLI AL FINANZIAMENTO PARTITI
«Un ulteriore taglio del 10%» al finanziamento dei partiti politici «cumulando così una riduzione complessiva del 30%». Lo prevede l'art. 6 della manovra inserito nel capitolo dei «tagli alla politica» del decreto della manovra che è stato consegnato al Quirinale.
IL SUPERBOLLO
A partire dal 2011, «per le autovetture e per gli autoveicoli per il trasporto promiscuo di persone e cose è dovuta una addizionale erariale della tassa automobilistica, pari ad euro 10 per ogni chilowatt di potenza del veicolo superiore a 225 chilowatt, da versare alle entrate del bilancio dello Stato». Lo prevede il testo della manovra inviato al Quirinale.
STANGATA IRAP
Stangata Irap per banche e assicurazioni. Per gli istituti di credito e per le altre società finanziarie l'Irap sale al 4,65% mentre per le assicurazioni passa al 5,90%. È quanto riporta la bozza del decreto con la manovra consegnata al Quirinale.
STANGATA SUI DEPOSITI TITOLI
Il bollo che si applica alle comunicazioni relative al deposito di titoli può salire infatti fino a 380 euro se ha un ammontare complessivo a cinquantamila euro ed è gestito da una banca. L'importo varierà infatti in base al valore del «conto»: dai 120 euro annuali per le comunicazioni di intermediari finanziari ai 150 per i conti inferiori ai 50 mila euro relativi a comunicazioni di depositi titoli presso banche, fino ai 380 euro annuali se si supera questa soglia. È quanto si legge nel testo della manovra inviato al Quirinale. (Fonte L'Unità 04.07.2011)

Camusso: in piazza il 15 non toccate le pensioni
La Cgil «ha preannunciato una mobilitazione del 15 del sindacato pensionati: sarà una mobilitazione di tutti i territori per le pensioni, ma anche per la sanità è sui temi della crescita».
Lo ha detto la segretario generale della Cgil, Susanna Camusso confermando la mobilitazione del sindacato sui temi della manovra economica. La segretario della Cgil ha quindi sottolineato l'iniquità della manovra per quanto riguarda il taglio alle rivalutazioni pensionistiche:«quando si parla dei mille e quattrocento euro si parla di mille euro netti. Sono le pensioni di operai, impiegati che spesso hanno raggiunto i 40 anni di lavoro, quel famoso ceto medio che bisognerebbe salvaguardare sul piano dei redditi e quindi dei consumi. Si tratta di un ceto che è stato già penalizzato con riduzioni delle pensioni che spesso gli servono anche a proteggere figli disoccupati».
Per trovare risorse per fare la manovra «noi diciamo da lungo tempo innanzitutto che per prendere soldi bisogna rimettere in moto la crescita. E poi si deve prendere a chi guadagna di più, osserva ancora il segretario della Cgil che aggiunge: «non è vero che non ci sono situazioni dove non si potrebbero trovare risorse quando il 10% famiglie italiane detiene il 47% della ricchezza nazionale».
Per questo, conclude Camusso, «noi diciamo che serve un riequilibrio. Si colpisca chi ha determinato questa crisi e si utilizzino le risorse per far stare meglio chi sta peggio e per far ripartire la crescita». (Fonte L'Unità 03.07.2011)

Governo battuto, Berlusconi furioso con i suoi
«Di-mi-ssioni di-mi-ssioni». Le urla che si levano dai banchi dell’opposizione risuonano fin fuori l’Aula. Metà pomeriggio. Attorno a Montecitorio c’è una Roma che sotto il sole rovente festeggia i Patroni San Pietro e Paolo. Dentro il Palazzo va in scena lo psicodramma di una maggioranza che non c’è. Il governo è appena stato battuto sull’articolo 1 della legge Comunitaria, che contiene i provvedimenti per conformare l’ordinamento italiano agli obblighi previsti dall’Unione europea. A niente è servito il primo campanello d’allarme, in mattinata, quando la Camera ha respinto la proposta di stralcio di 12 articoli avanzata dal governo perché la conta si è conclusa con una parità di voti.
Dai cellulari dei parlamentari Pdl partono telefonate e sms ai colleghi di partito per colmare i vuoti. Ma dopo poche ore la situazione è anche peggiore. La presidenza mette ai voti l’articolo 1, il cuore del provvedimento, che contiene la delega al governo per l’attuazione delle direttive comunitarie ma anche una norma sulla responsabilità civile dei magistrati. «È aperta la votazione... è chiusa la votazione». E poi i risultati sul tabellone: 270 no contro 262 sì.
Scoppia la bagarre, con i parlamentari dell’opposizione che urlano «dimissioni» e quelli presenti nei banchi del centrodestra che un po’ rispondono polemicamente, un po’ rimangono pietrificati. Il capogruppo del Pd Dario Franceschini prende la parola: «La maggioranza prenda atto che non esiste più numericamente, né nel Parlamento né nel Paese. Lo deve fare per rispetto degli italiani, che devono essere governati». Il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto minimizza: «È solo un incidente». Lo dice anche il leader della Lega Umberto Bossi, «un incidente, non un segnale politico». Ma l’irritazione nel Carroccio è alle stelle. E non si capisce solo dalla battuta con cui il Senatur completa la frase: «Io c’ero, altri erano al bar»
. Il fatto è che a scorrere la lista degli assenti tra i banchi del centrodestra spiccano i nomi di 27 parlamentari (l’11% del gruppo) del Pdl, da Claudio Scajola a Guido Crosetto, da Mario Valducci ad Aldo Brancher, da Niccolò Ghedini a Denis Verdini. E 6 deputati (il 20% del gruppo) dei Responsabili, da Massimo Calearo a Domenico Scilipoti a Francesco Pionati, che poi se la prenderà con la presidenza dicendo che non gli è stato consentito di votare. Ma due vicecapogruppo del Pdl e il presidente della Commissione sul federalismo fiscale Enrico La Loggia se la prendono anche con il «quarto gruppo» che oltre a Pdl, Lega e dei Responsabili spunta nella maggioranza: «quello degli irresponsabili». Nei capannelli di parlamentari di centrodestra che si formano in Transatlantico le discussioni sono piuttosto a tinte fosche.
BERLUSCONI FURIOSO
Paolo Bonaiuti chiama Silvio Berlusconi per informarlo dell’accaduto. Poco dopo il premier varca il portone di Montecitorio scuro in volto. Chiama a rapporto i vertici del Pdl e segue una strigliata. «Inaccettabili» definisce le assenze. Poco importa che i banchi vuoti siano dovuti a strategie per condizionare sul decreto rifiuti o sulla manovra, o che siano dovute, come provano a giustificarsi i suoi, alla festa romana o alla preparazione del consiglio nazionale del Pdl che dovrebbe eleggere Angelino Alfano segretario. «Così si rischia di far saltare il governo», ammonisce il premier. Per Pier Luigi Bersani c’è poco da accanirsi: «Non stanno più in piedi, non reggono più». Ora il governo studia se presentare un decreto per recuperare la legge, ma resta il fatto, come sottolinea l’eurodeputato David Sassoli, che «con questo governo non riusciamo a recepire le direttive europee». E che, come calcola il capogruppo del Pd nella commissione per le politiche comunitarie Sandro Gozi riferendosi alle sanzioni che rischiamo di pagare all’Ue, «l’incapacità della maggioranza di approvare la legge comunitaria costa agli italiani oltre 600 mila euro al giorno». (Fonte L'Unità 30.06.2011)

Di Pietro: «Nella Manovra c'è il processo breve»
Nella manovra economica il governo avrebbe inserito, di fatto di nascosto, la norma sul processo breve. Lo denuncia il presidente dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, in una nota: «Che c'azzecca con la Manovra il processo breve per garantire l'impunità al presidente del Consiglio? Berlusconi e la sua maggioranza non hanno capito che 27 milioni di italiani hanno detto basta alle leggi ad personam? C'è un limite oltre il quale la politica diventa criminale e va fermata ad ogni costo, prima che sia troppo tardi. Ci auguriamo che prevalga il senso di responsabilità nei confronti del Paese e che questa maggioranza ritiri questa norma così vergognosa e da criminali. L'Italia dei Valori si opporrà a questo scempio della Costituzione».
Nella bozza della manovra c'è un ampio pacchetto di norme che riguarda la giustizia. Tra queste, vi è buona parte delle misure contenute nel ddl sul processo breve, la cui versione originaria, poi abbandonata in favore della prescrizione accorciata per gli incensurati (qual è guarda caso Berlusconi), prevedeva la norma transitoria che rischiava di mandare al macero migliaia di procedimenti pendenti in primo grado, incluso il processo Mills a carico del premier.
Secondo l'agenzia Ansa, pur riproponendo il tetto dei sei anni per la durata massima dei processi penali, civili, amministrativi e contabili, nella bozza della manovra non c'è al momento traccia di alcun intervento sulla prescrizione. Difficile trovare, scrive l'Ansa, almeno in questo punto, una norma 'ad personam'. A meno che, tra le pieghe di altre modifiche al codice di procedura penale (in particolare agli articoli 160 e 349 relativi all'efficacia del decreto di irreperibilità e all'identificazione della persona nei cui confronti vengono svolte le indagini) possa nascondersi un cavillo processuale spendibile in qualche eccezione sollevata dai legali del premier. (Fonte L'Unità 29.06.2011)

Anche i friulani nei comitati anti centrali
Comitati del Veneto orientale e del Friuli occidentale uniti per uno scopo comune: combattere contro la proliferazione delle centrali a biomassa. Si è tenuto nei giorni scorsi un incontro che ha visto accomunati i cinque comitati del portogruarese, quelli delle Province di Pordenone e Udine (S. Vito al Tagliamento, Zoppola, Codroipo, Sedegliano) e vari altri. «L’incontro - spiegano dal coordinamento dei comitati - è nato dalla crescente necessità di scambiare le proprie esperienze e di unire forze ed idee per intraprendere assieme un percorso comune. E’ eclatante il caso della Fire Energy Srl, costituita a Conegliano con un capitale versato di soli 10.000 euro, che ha mirato a Sedegliano - Codroipo per impiantarvi una centrale - a alegna - di 7,5 MWe (100.000 tonnellate annue). La stessa società - spiegano i comitati - ha dichiarato che reperirà parte del legname da bruciare (circa il 50%, cioè 500.000 quintali) nei territori di Portogruaro e di Latisana, che lo ricordiamo, già ospiteranno 7 od 8 centrali, per oltre 30 MWe, in una zona in cui la biomassa semplicemente non c’è!». (Fonte La Nuova Venezia 29.06.2011)

Sindacati e imprese ci provano: accordo su contratti.
Alla fine l’intesa unitaria è arrivata. Confindustria e sindacati hanno siglato un documento comune sulla validità dei contratti e la rappresentatività delle sigle sindacali. La firma è arrivata dopo un confronto «disteso» e attento, che in quasi sei ore ha affrontato i nove punti della bozza presentata dagli industriali e in parte modificata da Cgil, Cisl e Uil.
Sul tavolo i temi caldi del confronto di questi mesi: dalle nuove regole per la rappresentanza sindacale, alle garanzie di efficacia per gli accordi firmati dalla maggioranza dei rappresentanti dei lavoratori, fino ad una definizione degli ambiti di interesse dei contratti nazionali e di quelli aziendali. Non si è parlato di deroghe, un termine che non compare nel testo e che non piace alla Cgil e alla Fiom.
I metalmeccanici lo hanno ribadito lunedì al direttivo di Corso Italia, dove Susanna Camusso ha chiesto e ottenuto il mandato a trattare e a chiudere la partita sui contratti. Il segretario delle tute blu, Maurizio Landini, il portavoce della minoranza «La Cgil che vogliamo», Gianni Rinaldini e quello della «Rete 28 aprile», Giorgio Cremaschi, avevano espresso il loro «no» all’ipotesi di raggiungere un’intesa con Confindustria, soprattutto se questa avesse in qualche modo avallato le richieste della Fiat, che spinge sull’associazione degli industriali perché non vengano messi in discussione gli accordi separati firmati con Cisl e Uil negli stabilimenti di Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco. Un fronte che si riaprirà comunque il 16 luglio, giorno in cui potrebbe arrivare la sentenza sul ricorso presentato dalle tute blu Cgil contro la newco costituita dal Lingotto nello stabilimento campano.
Il tavolo di ieri aveva come obiettivo dichiarato la firma di un accordo e il superamento delle divisione nate con la riforma del modello contrattuale del 2009, non firmata dalla Cgil. Un risultato importante, auspicato dal ministro Tremonti che ha ringraziato «Raffaele Bonanni, Luigi Angeletti, Susanna Camusso ed Emma Marcegaglia, per quello che hanno fatto nell’interesse del Paese». Ogni virgola del testo sottoposto alle parti è stata pesata e valutata. La linea seguita per riscrivere le regole delle future relazioni industriali è quella della piattaforma confederale del 2008, che si richiama al modus operandi utilizzato nel pubblico impiego.
Quindi la rappresentatività dei sindacati viene tarata sommando il numero certificato degli iscritti a quello delle rsu elette in fabbrica. L’ipotesi di un’intesa aziendale verrebbe così validata dall’ok della maggioranza delle rsu, là dove ci sono. Nelle imprese dove sono presenti solo le rsa - nominate dai sindacati - l’accordo dovrebbe passare il vaglio del voto dei lavoratori. L’ipotesi è che se la rsa dovesse arrivare a un’intesa aziendale, basterebbe l’opposizione di una sola sigla o di una percentuale dei lavoratori in fabbrica per metterlo ai voti. L’altro punto caldo del confronto era la separazione degli ambiti tra contratto nazionale e aziendale, col primo che dovrà definire le regole del secondo. (Fonte L'Unità 29.06.2011)

“Subito le primarie regionali” Prodi torna e detta la linea al Pd
Il segretario regionale del Pd in Emilia Romagna ha già recepito i consigli del Professore: "Nelle prossime settimane inizieremo a studiare un sistema perché la scelta sia dal basso". Poi una tirata d'orecchie agli alleati
“Non è un caso che in ogni competizione elettorale si moltiplichino le lamentele sulle candidature a cui i cittadini sono chiamati a dare il proprio voto perché si sentono espropriati, nelle loro scelte, da decisioni che vengono prese con criteri assolutamente arbitrari e non comprensibili”. Le parole sono di Romano Prodi e lo spartito su cui risuona l’ennesimo monito di “democrazia dal basso” è quello delle primarie.
Prodi non si riferisce alle primarie nazionali per la scelta del leader del centrosinistra, dibattito che da ieri è tornato ad accendersi infuocato tra Vendola e Di Pietro con in mezzo l’utile silenzio del Pd. Il professore parla di primarie regionali. Ovvero della possibilità di selezionare i candidati che diventeranno lista “bloccata” alle prossime (tra tre mesi, un anno, due anni?) elezioni per il rinnovo di Camera e Senato.
Anche se, sulla testa dell’intero schieramento del centrosinistra, pesa il macigno del famigerato “porcellum”: la legge elettorale approvata nel 2005 che abolisce i collegi elettorali uninominali e il voto di preferenza, a livello di circoscrizioni regionali.
Un modo per aggirare il “porcellum” e ristabilire un legame tra territorio ed eletti è il tasto su cui l’ex presidente del consiglio, l’unico che ha sconfitto Berlusconi due volte alle elezioni, batte e ribatte da tempo, rilanciando l’Emilia-Romagna come un “laboratorio della nuova classe dirigente del Pd”.
“Mi rendo conto che tutto ciò significa avere il coraggio di scontentare molti e avere la forza di scomporre e ricomporre il proprio elettorato”, continua Prodi, “ma comprendo anche che la crisi economica sta cambiando percezioni e mentalità. Essa rende più accettabili le proposte innovative e coraggiose che il centro-sinistra deve elaborare per essere ritenuto in grado di governare la nostra società. Un compito difficile, tutto in salita e, in una prima fase, addirittura contro corrente. Tuttavia chi non è capace di nuotare contro corrente non sarà mai in grado di risalire un fiume”.
L’esperimento delle primarie per eleggere “dal basso” i candidati da inserire nel listino voluto dal “porcellum” non è una vera e propria novità in regione. Ad esempio nel 2006, nella provincia di Modena e di Reggio Emilia, il Pd locale indisse una consultazione aperta ai propri iscritti per poi segnalare i vincitori alla segreteria regionale.
“Fu una sperimentazione che andò a buon fine”, racconta l’attuale segretario provinciale del Pd reggiano, Roberto Ferrari, “a Reggio le primarie si svolsero in una giornata e si rivolsero agli iscritti del Pd per scegliere un uomo e una donna da inserire nella lista regionale. Andarono a votare parecchie migliaia di persone. Oggi spero che questo modello venga preso in considerazione dalla segreteria regionale per studiarne un’applicazione in vista delle prossima tornata elettorale”.
“Per quel che mi riguarda i partiti vengono votati per le idee e i programmi che propongono, ma di fronte a questa legge elettorale, come dice anche Prodi, dobbiamo assolutamente intervenire”, spiega Stefano Bonaccini, segretario regionale del Pd, “intanto voglio ricordare che il Pd ha inventato le primarie per la scelta dei sindaci in molte amministrazioni. Tema, quello delle primarie, di cui molti parlano, anche tra i partiti del centrosinistra con cui siamo alleati, senza mai usarlo nel selezionare la propria classe dirigente o i nomi di chi concorrerà alle elezioni nazionali”.
Frecciate di fuoco, quelle di Bonaccini ai propri alleati, anche se i problemi in casa propria non sembrano essere da meno: “Credo che il Pd debba impegnarsi in una riforma che va nel solco delle primarie per almeno tre motivi: per le diverse sensibilità culturali che compongono il nostro partito, per la variegata rappresentanza territoriale che lo contraddistingue, per la presenza obbligatoria di donne negli organi istituzionali dove si prendono decisioni amministrative”.
Anche se i problemi all’apparenza insolubili rimangono sempre gli stessi: quale metodo usare e in che tempi. “A livello di metodo, quindi di divisione dei collegi in cui eleggere i vari candidati provinciali, potremmo partire dalla riproposizione dei vecchi collegi del “mattarellum”. Ad ogni modo nelle prossime settimane cominceremo a studiare un sistema per l’Emilia Romagna per poi presentarlo alla prossima assemblea regionale del Pd e prendere una decisione al più presto”.
“Dietro alle primarie regionali del Pd ci sono troppi supporter dell’ultimo minuto”, chiosa il professore Gianfranco Pasquino, “l’importante però è provvedere ad una cosa. Impedire la classica candidatura paracadutata dall’alto, una vera sciagura per il Pd che si può aggirare con un solo requisito, quello della residenza nel collegio d’elezione del candidato”.
La partita sembra essere ancora lunga e complicata. Ma il fischio d’inizio è già stato dato. (Fonte Il Fatto Quotidiano 28.06.2011)

Bersani chiude a Berlusconi: «Dialogo è parola fumosa»
«La parola dialogo, è una parola fumosa, c'è un posto che si chiama parlamento e li ci sono le nostre proposte. Ad esempio sull'emergenza rifiuti in Campania abbiamo chiesto un decreto ma siamo totalmente inascoltati». Così Pierluigi Bersani, leader del Pd, a margine della conferenza stampa di presentazione della nuova rivista online del partito, a proposito della proposta di collaborare con le opposizioni lanciata ieri dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.
La Campania è un tema centrale per il segretario del Pd: «Se il governo non è in grado di risolvere l'emergenza rifiuti a Napoli deve andare a casa, non si può mollare sui livelli minimi di civiltà ». «È una vergogna» che non scatti la solidarietà quando a subire questi disagi ci siano anche dei bambini, ha detto Bersani che ha parlato di «una vera e propria barbarie». Il leader del Pd ha ricordato la grave emergenza che aveva colpito Milano negli anni '90: «Quando furono loro nei guai, c'era un sindaco leghista che parlò direttamente con me: mi presi i rifiuti in Emilia Romagna, affrontai la polemica scoppiata nella mia regione perché volevo e dovevo dare una mano». Ora «sono il primo a dire che la Campania deve arrivare all'autosufficienza nel ciclo dei rifiuti», ha aggiunto il leader del Pd ricordando che su questo argomento in questi giorni è stata presentata una proposta di legge dal Pd: «Noi siamo un partito di governo che è temporaneamente all'opposizione».
Ipotecata quindi ogni idea di governo di emergenza. «Un governo di emergenza? ma di cosa stiamo parlando...», dice Bersani, rispondendo al leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini che ha proposto un governo di emergenza in alternativa al voto. Per Bersani «se stessimo parlando di Berlusconi che fa un passo indietro, allora il Pd direbbe 'vediamo'. ma siccome siamo in un periodo ipotetico del terzo tipo, mi chiedo se non sia meglio andare a votare, piuttosto che perdere un sacco di tempo inutilmente. almeno l'appuntamento elettorale può consentirci di fare il punto e riprogrammare la ripartenza necessaria al paese». Viceversa «un tramonto del berlusconismo così estenuante può essere pericoloso: lo dice lo stesso Casini - conclude il leader Pd - quando spiega che se non si riesce a fare un governo è meglio andare a votare». (Fonte L'Unità 27.06.2011)

In pensione a 67 anni, sindacati in rivolta.
Sindacati sul piede di guerra contro l'innalzamento dell'età pensionabile a 67 anni nel 2020, che secondo indiscrezioni sarebbe contenuta nella manovra di Tremonti.
Le notizie ,emerse dal cantiere sulla manovra, su un aumento dell'età pensionabile attraverso un'accelerazione dell'adeguamento alla speranza di vita, rappresenta per il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, «un tentativo di fare cassa, come sempre, con il Welfare».
A margine dell'ingresso all'assemblea di Confcommercio, la  leader del sindacato di corso D'Italia ha sottolineato: «È un'idea di manovra del tutto recessiva e non utile per il Paese, con un accanimento contro le donne».
Il leader della Cisl rincara. Le pensioni non devono essere toccate nuovamente e bisogna invece tagliare sui costi della politica, ha detto  Raffaele Bonanni dopo le indiscrezioni su un aumento dell'età pensionabile nella manovra. «C'è già stata una stretta sulle pensioni - ha detto Bonanni - e c'è invece da stringere sui costi della politica, dell'amministrazione e su tanti altri costi prima di arrivare a questo». «Lo diciamo - ha aggiunto Bonanni arrivando all'assemblea annuale di Confcommercio - forte e chiaro al ministro Tremonti».
«Così si risanano i conti pubblici, ma si perseguitano gli onesti, le lavoratrici e le famiglie. Non è accettabile». Così il segretario generale dell'Ugl, Giovanni Centrella, commenta l'eventualità di un aumento dell'età pensionabile da inserire nella manovra. «Continuando ad affossare la parte sana del Paese - prosegue Centrella - quella che colma le lacune del welfare, che fa girare il mercato interno e che assicura entrate certe allo Stato, non solo si commette una grave ingiustizia, ma si impoverisce e si deprime un intero sistema.
Marcegaglia invece è dìaccordo. «Aumentare l'età pensionabile? Credo sia corretto. Tutta Europa si sta muovendo in questa direzione. Si tratterebbe solo di anticipare di alcuni anni una riforma che é già stata definita l'anno scorso. Credo che questo sia un punto importante che da credibilità alla manovra strutturale, ha detto la presidente di Confindustria.
Per Confindustria alzare l'età di pensione e «contenere» le retribuzioni pubbliche sono le misure per riprendere il treno dello sviluppo e, contemporaneamente, perseguire il risanamento dei conti pubblici. Negli scenari economici del centro studi, gli industriali, ribadendo che «per l'italia non c'è scelta tra il risanamento dei conti pubblici e la più elevata crescita economica» indicano due strade principali per raggiungere entrambe gli obiettivi.
Il ministro del Lavoro frena: l 'ipotesi di anticipare dal 2015 al 2013 l'età pensionabile alle aspettative di vita sono solo voci, ha detto Maurizio Sacconi, arrivando all'assemblea di confcommercio. «Sono voci», ha risposto il ministro ai giornalisti che gli chiedevano un commento.
Anticipare al 2013 l'aggancio dell'età pensionabile alla speranza di vita. L'adeguamento, previsto dalla manovra dello scorso anno e definita dallo stesso ministro Giulio Tremonti in più occasioni «la più grande riforma delle pensioni d'Europa» scatterebbe dunque dal 2013 anzichè dal 2015.
Sarebbe questa una delle misure allo studio in vista della manovra da 40 miliardi di euro (più 3 miliardi sul 2011 per il rifinanziamento di alcune spese inderogabili). È quanto si apprende da fonti parlamentari vicine al governo. Tra le misure che riguardano la previdenza, figurerebbe anche l'innalzamento della contribuzione per i collaboratori al 33%, misura che potrebbe valere a regime 350 milioni di euro l'anno.
Altra misura allo studio riguarderebbe il blocco della rivalutazione automatica per le cosiddette pensioni d'oro (quelle 8 volte superiori al minimo), misura che potrebbe dare un gettito di almeno 140-150 milioni di euro l'anno.
Resta infine anche la questione dell'innalzamento dell'età pensionabile delle donne che lavorano nel settore privato a 65 anni che potrebbe però essere realizzata in un tempo lungo, dieci o quindici anni, e quindi, riferiscono le stesse fonti, non sarebbe utile a fare cassa subito. (Fonte L'Unità 23.06.2011)

Bersani lancia la sfida a Maroni: «Come fate a stare con il miliardario?»
«Non voglio fare alleanze con la Lega. Vorrei solo chiederle come faccia a stare ancora con il miliardario...». Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani è categorico quando dal palco del convegno sulla sicurezza a Roma («La sicurezza è diritto di libertà»), seduto accanto al ministro dell'Interno Roberto Maroni, prende ufficialmente le distanze dal Carroccio. Con il partito di Bossi il Pd è sempre stato aperto al confronto, assicura, ma parlare di alleanze è altro. Soprattutto in un momento come questo in cui lo scenario politico non sembra avere contorni molto definiti. E le distanze tra le due forze politiche non sembrano dettagli.
Bersani e Maroni, sul palco del Residence Ripetta, si confrontano su sicurezza, immigrazione, Pontida, trasferimento dei ministeri al nord, intervento della Nato in Libia. Ma senza trovare, almeno per ora, punti di incontro. Il ministro dell'Interno sulla sicurezza difende l'operato del governo. È vero che ci sono stati dei tagli, ammette, ma i risultati in termini di contrasto alla criminalità sono stati «ottimi». I tagli, invece, per Bersani, sono stati così ingenti da creare fortissimi disagi tra le forze dell'ordine. E i due esprimono distanza anche sull'immigrazione. Secondo l'esponente del Carroccio, l'esecutivo non ha fatto altro che rispettare le normative Ue anche sulla proroga della detenzione nei Cie. Per il segretario del Pd, che rifiuta l'etichetta di 'buonistà, si dovrebbe puntare, invece, a un modello di integrazione tutto italiano che garantisca il rispetto dei diritti umani e si dovrebbe diffondere una politica della «tranquillità» e non della «paura». Ma l'affondo di Bersani è anche sul trasferimento dei ministeri al Nord («operazione di accattonaggio») e su Pontida dove si è vista «solo una folla che non ha capito bene ancora dove andare». Maroni ribatte, spiega che «Pontida è Pontida» e che nessuno può parlarne senza esserci stato« e punta i piedi sull'intervento in Libia: »ce ne dobbiamo andare«. Il confronto tra i due prosegue, ma senza asprezze. Solo con un po' d'ironia. L'Italia, sorride il segretario Democratico, deve riconquistare un prestigio internazionale per poter davvero incidere anche sul fronte diplomatico perché non è detto che se «a Bergamo i problemi sono risolti allora tutto vada bene».
Alla domanda su quanto potrà durare ancora il governo Berlusconi, Bersani però non ha dubbi: «La disgregazione è vicina» e la maggioranza non è più quella che è uscita dalle urne. Domani, insiste riferendosi al voto di fiducia sul Dl Sviluppo e a quello sulla verifica al Senato, si «certificherà il ribaltone». Ma non ci saranno, assicura, né spallate, né accordi di palazzo. L'assicurazione di Bersani sul fatto che non è in vista alcuna alleanza con la Lega non dovrebbe risultare sgradita a Sel che da tempo invita i Democratici a prendere le distanze dal partito di Bossi. Ma è proprio con Sel che si apre un botta e risposta su un altro fronte: quello delle primarie. E a dare il via è Massimo D'Alema che in un'intervista avverte Nichi Vendola: le primarie non servono per scegliere il capo della sinistra, ma il candidato che potrebbe essere chiamato a governare l'Italia. E per il Pd quel candidato è e resta Bersani. Tocca a Gennaro Migliore rispondere: le primarie, precisa, si fanno per individuare chi dovrà essere il leader della coalizione «con un programma di profonda innovazione politica e in grado di ricostruire il Paese dalle macerie». Proprio per questo, aggiunge, le chiediamo da un anno. (Fonte L'Unità 21.06.2011)

Genova, Pd al lavoro sul lavoro. Ma Cofferati critica Veltroni...
È appena arrivato a Genova il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, che partecipa oggi e domani alla Conferenza nazionale per il lavoro organizzata dal partito nel capoluogo ligure.
Entrato nella sala dove si svolge il dibattito, Bersani è salito sul palco ed ha salutato con un bacio il sindaco di Genova, Marta Vincenzi, che stava parlando alla platea. L'arrivo del segretario è stato accolto con un lungo applauso dagli oltre 60 delegati del partito. Il suo intervento è previsto domani pomeriggio, a conclusione dei lavori.
Coordinare iniziative nazionali, regionali e locali per agevolare l'occupazione e, in particolare quella giovanile e femminile. Sono gli obiettivi «indispensabili» di una politica italiana per il lavoro e su cui il Pd lancia un piano nazionale per l'occupazione.
Altre iniziative, secondo il Pd, vanno attivate anche a livello europeo dove, si dice in occasione della Conferenza nazionale del lavoro di Genova, si dovrebbe rilanciare il tema del lavoro dei giovani e delle donne puntando su investimenti per l'occupazione, l'ambiente e l'innovazione.
In questo caso le risorse per queste azioni andrebbero raccolte con l'emissione di eurobonds e l'introduzione di specifici strumenti fiscali a livello europeo come la Financial transaction tax. In Italia, invece, le fonti di finanziamento delle politiche sull'occupazione possono rimanere le stesse che sono attualmente in vigore per la formazione professionale.
Il Pd rilancia il contratto di apprendistato come canale prioritario di accesso al lavoro stabile e chiede di invertire i vantaggi che ora agevolano il lavoro precario. Per il Pd vanno inoltre sostenute le pensioni dei lavoratori giovani mentre, per incentivare l'occupazione delle donne vanno potenziati i servizi in grado di conciliare lavoro e maternità.
Per incentivare l'imprenditorialità giovanile il Pd chiede di defiscalizzare i primi tre anni di attività.
E soprattutto il Pd chiede l'introduzione di un salario minimo, basato sui minimi dei contratti nazionali, e destinato a tutti coloro che lavorano al di fuori dei contratti nazionali vigenti. Serve anche una riforma degli ammortizzatori per garantire un'indennità di disoccupazione anche al lavoro autonomo e a tutte le tipologie contrattuali.
Per gli autonomi e i professionisti andrebbe inoltre introdotto uno statuto dei lavoratori mentre l'indennità di maternità andrebbe universalizzata e, infine, ripristinate le norme di contratto alle «dimissioni in bianco».
«È urgente definire le regole per la rappresentatività sindacale. Lo sostiene il Pd che, in occasione della Conferenza per il lavoro di Genova, chiede che la riforma della rappresentanza sia, soprattutto, volta a garantire l'esigibilità degli accordi sottoscritti e validati dai lavoratori. Fondamentale, anche, «garantire la piena agibilità fiscale anche per le organizzazioni non firmatarie degli accordi».
Rappresentanza e rappresentatività sindacale, democrazia nei luoghi di lavoro e pieno coinvolgimento dei lavoratori nella validazione dei contratti sia nazionali sia di secondo livello sono i criteri che, secondo il Pd, devono ispirare i principi di una riforma della rappresentatività
Alla vigilia dell'apertura della Conferenza non sono mancate le polemiche. L'ex segretario della Cgil, Sergio Cofferati, critica il documento ispirato da Ichino e firmato da Veltroni dal titolo: Pd, sul lavoro non c'è un pensiero unico. «E' evidente che convivono orientamenti diversi - dice l'ex sindaco di Bologna - Quello di Veltroni più di altri è di natura schiettamente liberaldemocratica e non ha niente a che spartire con qualsivoglia linea riformista. Rirpopone un impainto fatto proprio dai Paesi del Nord Europa che è fallito».
Il segretario nazionale Fiom si è concentrato sui contratti. «Non c'è bisogno di trenta contratti di lavoro, quando in Italia ce ne sono quattro, confermando il contratto a tempo indeteterminato, è più che sufficiente. Il problema è uscire dalla precarietà, non bisogna girarci attorno», ha detto Landini, a margine della Conferenza Nazionale per il Lavoro per Pd a Genova. «Quando hai 4 milioni di persone che non hanno diritti - ha aggiunto - e non hanno una prospettiva di lavoro, tu sei di fronte ad una situazione che va radicalmente affrontata».
A chi gli a chiesto cosa ne pensasse della proposta del senatore del Pd Pietro Ichino, Landini ha risposto: «Non mi convince tutto, quasi tutto».  (Fonte L'Unità 17.06.2011)

Referendum, ecco ora che cosa cambia
Tra rimedi e scappatoie: legge sull'acqua e prescrizione breve
E adesso che i referendum sono passati, cosa cambia davvero? Le reazioni a catena dei quattro sì anticipano qualcosa di nuovo sul futuro dell’Italia. E del governo: a partire dal suo primo ministro.
Non c’è più il legittimo impedimento
“Qui a Milano vogliono fare quattro processi contemporaneamente. Ma dovranno adeguarsi un po’ anche loro alle esigenze del premier. E soprattutto della difesa”. Come ogni lunedì, giorno fissato per le udienze dei processi milanesi a carico di Berlusconi, ieri Niccolò Ghedini era in aula. Stakanovista, persino erculeo nel gestire tutti i filoni di difesa, deve anche pensare a fare il deputato. E adesso, senza legittimo impedimento, cosa cambierà? “Niente – cantilena Ghedini –, con la corte continueremo a comportarci secondo il principio della leale collaborazione suggerito dalla Consulta”. Insomma, chiedere di giustificare le assenze per impegni di governo ormai non si può più, e il rischio è che qualche processo possa andare a sentenza prima del previsto. A meno che, circumnavigando il referendum, si agisca su altri fronti. Per esempio, già oggi la conferenza dei capigruppo al Senato potrebbe decidere di calendarizzare in aula il disegno di legge sulla prescrizione breve: dopo tre letture è praticamente pronto per andare al voto al Senato (dove la maggioranza non ha problemi di quorum). Se dopo il 22 giugno la Camera si assestasse, magari puntellata da nuove nomine governative, le carte in tavola cambierebbero a favore di Berlusconi. Ancora una volta.
Niente nucleare: più rinnovabili e carbone
Al contrario, mani legatissime per esecutivo e Parlamento sulla questione nucleare. Almeno nei prossimi cinque anni non sarà possibile proporre né legiferare sul tema, rispettando la volontà popolare che si è appena espressa. Quindi, più investimenti sulle fonti energetiche tradizionali come carbone e gas (sempre caro a Berlusconi, specie quando arriva dall’amico Putin) e anche sulle rinnovabili. Sarà tutto un fiorire di – inquinantissime – centrali a carbone o sboccerà una vera passione ecologista? La Borsa di Milano ieri ha puntato sulla seconda ipotesi: in una giornata negativa per il mercato, Enel Green Power ha guadagnato bene, e tutto il comparto ha funzionato sull’onda del voto.
In difficoltà le utilities
Negativo invece in Piazza Affari l’andamento delle compagnie che gestiscono l’acqua: già nelle ultime settimane il mercato aveva subodorato la tendenza facendo perdere a titoli come Acea, Hera e Iren valori tra il 5 e il 10 per cento. “Ed è solo l’inizio – spiega Ugo Mattei, del Comitato acqua –. Nel momento in cui la Gazzetta Ufficiale pubblicherà l’esito del risultato, dandogli valore di legge, noi chiederemo ai Comuni un calo immediato del 7 per cento sulle bollette emesse dalle società secondo la previsione del decreto Ronchi. Dubito però sullo spirito collaborativo, i contratti firmati non prevedono l’ipotesi del cambio di legge in corsa, quindi le varie amministrazioni dovranno cercare una soluzione”. Per i comitati, dunque, è già ora di pensare al dopo: abolito il concetto di rendimento garantito sugli investimenti, cancellato il pericolo di obbligo di gara per i servizi pubblici (inclusi trasporti e rifiuti) o di rafforzamento dei privati nell’azionariato, si ragiona sulle prospettive. “Abbiamo restituito un pezzo di Italia agli italiani – chiude Mattei –. E vigileremo perché nessuno faccia marcia indietro. C’è il disegno della Commissione Rodotà in Senato, abbiamo una nostra proposta da offrire, l’importante è ci sia una volontà seria di affrontare queste tematiche. Nell’interesse comune, non di chi vuol far fruttare i capitali”. (Fonte Il Fatto Quotidiano 14.06.2011)

Corruzione, il governo battuto due volte al Senato
La Lega: non si giura sulla Costituzione
Governo e maggioranza battuti al Senato per due volte sul ddl anticorruzione su cui erano appena iniziate le votazioni, conclusa con la replica del Sottosegretario Augello la discussione generale.
L'aula, a sorpresa, ha respinto con 133 voti contrari, 129 a favore e 5 astensioni l'emendamento presentato dal relatore di maggioranza Lucio Malan (Pdl), interamente sostitutivo del primo articolo della nuova legge. La seduta a palazzo Madama è stata immediatamente sospesa, dopo l'inattesa debacle del centrodestra nel ramo del Parlamento in cui è più forte, per decidere come proseguire i lavori sul provvedimento.
Riaperta la seduta, sono riprese le votazioni e di nuovo il centrodestra è stato battuto sull'approvazione dell'intero articolo uno. Gli emendamenti depositati per l'aula sul ddl anticorruzione, un articolato composto in tutto da 13 articoli, sono stati oltre duecento. Ragione per la quale si era concordato di avviarne questa settimana l'esame per giungere la prossima al voto finale.
L'emendamento di maggioranza respinto prevedeva la istituzione di un comitato coordinamento sulle iniziative contro la corruzione presieduto dal presidente del Consiglio.La Lega Nord ha votato contro un emendamento al ddl anticorruzione che obbliga coloro che occupano cariche pubbliche o assumono pubblici impieghi di giurare fedeltà alla Costituzione italiana.
Lo rendono noto i senatori del gruppo di Coesione Nazionale-Io Sud Pasquale Viespoli e Adriana Poli Bortone, firmatari della proposta di modifica.
«Il Senato - fanno sapere in un comunicato - ha approvato l'emendamento al ddl anticorruzione a prima firma Poli Bortone e Viespoli che obbliga coloro che occupano cariche pubbliche o assumono pubblici impieghi di giurare fedeltà alla Costituzione italiana. L'emendamento sottoscritto da tutti i gruppi parlamentari ha trovato il voto contrario della Lega Nord».
Il Pd è soddisfatto: «Abbiamo battuto il governo e la maggioranza su un punto qualificante, un emendamento che riorganizzava e riordinava il punto essenziale di questa disciplina contro la corruzione proposta dal governo, che è anche il punto in cui c'era maggiore dissenso», dice la presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro dopo la sconfitta del governo già sul primo articolo del ddl anticorruzione sul punto che istituisce un Comitato di coordinamento delle iniziative anticorruzione sotto il controllo del governo.
«Mentre loro propongono che contro la corruzione - spiega Finocchiaro - provveda un comitato presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, presieduto dalla stessa Presidenza, noi vogliamo un'autorità indipendente perchèper farlo capire a tutti: non vogliamo la volpe a guardia del pollaio».
«Il provvedimento è caduto, il governo lo ritiri». Non fa sconti la capogruppo del Pd, Anna Finocchiaro, che in Aula al Senato invita il governo a «rimangiarsì il ddl anticorruzione, visto che «è caduto il suo asse portante», con la doppia bocciatura da parte dell'Aula di due emendamenti all'articolo 1 che, di fatto, modificavano sostanzialmente il testo base.
Alle parole di Finocchiaro si è aggiunto anche il capogruppo Udc Giampiero D'Alia, secondo il quale «il governo non ha idea di come portare avanti la lotta alla corruzione, perchè quello che avete proposto voi è stato bocciato dall'Aula». Stessi toni, anche se più distesi, anche dal leader di Api, Francesco Rutelli. Più duro, il capogruppo dell'Idv al Senato, Felice Belisario: «L'unica cosa che questa maggioranza riesce a fare è prendere in giro opposizione e Paese. Stavolta - ha detto - l'opposizione vi ha dimostrato che non ci sta più, come ha fatto il Paese alle ultime elezioni». «La caduta del governo in Aula - ha concluso Belisario - ci dimostra che ormai siamo ai titoli di coda». Il governo ha chiesto tempo per riesaminare il ddl anticorruzione dopo che questa mattina l'Aula del Senato ha bocciato un emendamento del relatore che sostituiva l'articolo 1 della norma. Proposta appoggiata da Lega e Pdl. Federico Bricolo, capogruppo del Carroccio in Senato, ha detto che è «giusto riflettere e prendere tempo». Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl ha osservato che «è giusto concedere al governo tempo per vedere gli effetti del voto di oggi». (Fonte L'Unità 08.06.2011)

Referendum: tutte le risposte per gli scettici
Esiste il nucleare sicuro? Troppo facile rispondere: chiedete agli abitanti di Fukushima. Però, c’è un aspetto per il quale la lezione nipponica è determinante: ed è l’aspetto umano. Tecnici che non avvertono dei rischi segnalati per tempo, l’immensa difficoltà di uno dei paesi più tecnologici al mondo di affrontare l’emergenza, omissioni e omertà ad altissimo livello, scientifico e aziendale. E allora, la risposta potrebbe suonare così: anche se esistesse il nucleare sicuro (e non esiste), è l’umanità che è troppo «insicura» per poterselo permettere. Ma sono tante le domande che i referendum del 12 e 13 giugno portano con sé, dall’acqua privata o pubblica al legittimo impedimento. E meritano risposte precise. Proviamo a vedere, al di là di stereotipi e posizioni preconcette. E così torniamo alla nostra prima domanda.
Esiste un nucleare sicuro?
No, oggi sicuramente no. È di ieri la notizia che per la prima volta sono state rinvenute tracce di plutonio fuori dalla centrale di Fukushima. Probabilmente il territorio colpito non potrà essere abitato per almeno altri cinquant’anni. Si fa un gran parlare di centrali della quarta generazione, capaci di gestire la questione dello smaltimento delle scorie. Ma nel caso di un ritorno al nucleare quelle da costruire sarebbero impianti di terza generazione, ed è ovvio che l’onere dello smaltimento delle scorie si abbatterà sulla cittadinanza del territorio. È bene sapere che il 20 per cento dei reattori attualmente in funzione si trova in aree sismiche e che i danni per la popolazione derivanti da un incidente in una centrale nucleare si trascinano per generazioni: le mutazioni derivate dal disastro di Cernobyl, per esempio, si trasmettono geneticamente.
È vero che il nucleare permetterà ai cittadini di avere delle bollette più basse?
No. Un impianto nucleare costa tra gli 8 e i 10 miliardi di euro, e ovviamente sono imponderabili i costi legati allo smantellamento e la messa in sicurezza delle scorie, senza parlare delle conseguenze di eventuali incidenti. A parte il fatto che secondo i dati del dipartimento per l’energia degli Stati Uniti il nucleare è già il più caro (11,15 cent/kwh contro i 9,61 dell’eolico e gli 8,03 del gas), il nucleare viene considerato spesso una fonte per generare energia elettrica a basso costo. In realtà per individuare un quadro completo dei costi è necessario allargare la visione all’intero ciclo di produzione. Ossia, va considerato anche il costo dello smantellamento di una centrale, la bonifica del territorio e lo stoccaggio delle scorie radioattive. Basti sapere che per costruire la centrale nucleare Usa di Maine Yankee negli anni ‘60 sono stati investiti 231 milioni di dollari correnti. Per smantellarla sono necessari 635 milioni di dollari. Infine, gli esperti mettono l’accento sul fatto che i costi legati al nucleare rimarranno stabili o addirittura aumenteranno (si pensi, per esempio, al fatto che per un paese come l’Italia, che non ne dispone per conto proprio, sarà necessario importare l’uranio: che finirà, prima o poi, proprio come il petrolio). Questo mentre il costo, con investimenti inizialmente sostenuti, per il sostentamento le energie alternative, a cominciare dal fotovoltaico, nel tempo è destinato a diminuire.
Senza il nucleare siamo «meno europei»?
Beh, è un fatto che la Germania, governata dalla democristiana Angela Merkel, abbia appena deciso di abbandonare il nucleare, né è un caso se la Francia, che ospita attualmente 58 centrali nucleari attive, sia seriamente tentata di farne a meno: il 62% dei nostri vicini transalpini vuole che il paese ne esca progressivamente (in 25-30 anni), mentre il 15% vorrebbe un’uscita immediata.
Capitolo acqua. Quali sono i vantaggi per i cittadini se la gestione dei servizi idrici avrà una corsia preferenziale per i privati?
Nessuno. A parte la questione morale generale, secondo cui l’acqua di per sé deve rimanere il bene pubblico per eccellenza ed esser sottratto a logiche di mercato, è comunque assai dubbio che un suo parziale passaggio ai privati possa comportare un risparmio per la collettività. Vediamo perché. Tra gli altri, il referendum propone l’abrogazione del decreto per la parte che dispone che la tariffa per il servizio idrico sia determinata tenendo conto dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito. Detto così pare arabo, ma la sostanza è che la normativa permette al gestore del servizio idrico di ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito: ebbene, cominciamo col dire che non vi è nessun collegamento a logiche di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio stesso. Detto ancora più in chiaro, la bolletta includerà, oltre ai lavori ordinari, anche gli utili delle aziende. Ovviamente, tutto il costo della gestione del servizio, compresi gli investimenti, è scaricato in bolletta. Dopodiché, oggi come oggi l’acqua in Italia costa circa un euro ogni mille litri, accessibile alla quasi totalità della cittadinanza praticamente senza limiti. È vero che la rete idrica del Bel Paese perde circa 40 litri ogni cento (ogni giorno circa 104 litri per abitante, il 27% di quella prelevata), ma gran parte di ciò che si perde comunque rientra in falda, e dunque torna agli acquedotti. Certo, nel campo dell’agricoltura va perduto circa il 60%, ma è praticamente impossibile che un qualsivoglia privato possa o intenda affrontare una spesa per ristrutturare la rete idrica nazionale che secondo il Conviri (commissione nazionale di vigilanza sulle risorse idriche), supera i 64 miliardi di euro nei prossimi trenta anni.
È vero che laddove è stata attivata la gestione privata si sono abbassate le tariffe?
Ovvio che no. Anzi. Basta confrontare le tariffe della gestione privata con quelle pubbliche. Risultato? Nel primo caso sono aumentate del 12% rispetto alle previsioni, nel secondo il dato è rimasto quasi costante (solo l’1% in più). Per esempio, si segnalano significativi aumenti in bolletta in Calabria, ad Agrigento, a Latina, dove gli acquedotti sono passati ai privati. Le bollette di Milano e Roma, al contrario, nello stesso tempo sono rimaste quasi invariate.
Legittimo impedimento: è vero che esiste anche negli altri paesi europei?
No. Esiste l’immunità parlamentare, per esempio in Germania, Belgio, Paesi Bassi, Svezia e Regno Unito. In Francia e in Spagna è limitata ai reati commessi nell’esercizio della funzione. In Portogallo l’immunità non vale nei casi di flagranza di reato. In Italia il legittimo impedimento permette al premier di non presentarsi ai processi perché impegnato in attività di governo, preparatorie o consequenziali. La Consulta ha imposto modifiche di rilievo, conferendo il potere decisionale al giudice anziché al premier. Si vota per confermare la legge nella versione “riformulata” o cancellarla del tutto. (Fonte L'Unità 07.06.2011)

Arrestato l'ad di Riso Scotti Pavia, scandalo inceneritore
Angelo Dario Scotti, presidente e amministratore delegato del gruppo industriale Riso Scotti è da questa mattina agli arresti domiciliari. La Guardia forestale e la Dia, su ordine della procura di Milano, hanno dato il via questa mattina a un blitz che ha fatto scattare le manette ai polsi anche a tre funzionari del Gse (Gestore servizi energetici), la società pubblica che ha il compito di gestire gli incentivi per la produzione di elettricità da fonti rinnovabili.
Al centro dello scandalo, la centrale elettrica della Scotti a Pavia, dove secondo l'accusa al posto delle biomasse venivano bruciati rifiuti di vario tipo, alcuni dei quali classificati come pericolosi. L'operazione di oggi è la seconda tranche di un'indagine partita nell'autunno scorso, che già aveva coinvolto dirigenti e amministratori della Scotti e titolari dei laboratori di analisi a Pavia. (Fonte L'Unità 07.06.2011)

Bersani: Pd sarà primo partito, non rifarò l'Unione
Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, aprendo la riunione della direzione nazionale ha ricordato con soddisfazione l'esito delle elezioni amministrative: «Un risultato eccellente - ha detto - addirittura superiore a quello del 2006».
Bersani ha poi rilevato come il partito sia riuscito ad instaurare un buon rapporto con la società civile: «Siamo a nostro agio con i movimenti di riscossa civica. Ci siamo posizionati alla confluenza di movimenti con cui ci siamo sentiti a nostro agio e non siamo stati sentiti estranei. Movimenti che hanno visto protagonisti tante donne e tanti giovani.
«È emersa - ha detto ancora - una risorsa civica di cultura democratica. Una potenzialità da consolidare e sulla quale c'è parecchio lavoro da fare». Di fronte alla crisi di fatto del governo «la strada maestra» per il Pd «sono le elezioni anticipate».
Lo dice il segretario democratico Pier Luigi Bersani nella relazione che apre i lavori della direzione democratica. Bersani aggiunge tuttavia che i Democratici «sono disponibili a considerare eventuali condizioni per cambiare la legge elettorale». La maggioranza non è più quella uscita dalle elezioni, siamo al ribaltone e al teatrino della politica. Il governo si presenti dimissionario alla verifica parlamentare perchè la maggioranza non c'è più nel Paese e siamo all'assenza di governabilità».
È la richiesta che il segretario del Pd Pier Luigi Bersani fa al governo, nella sua relazione alla direzione del partito. «Per noi - sostiene Bersani - la strada maestra sono le elezioni ma siamo disponibili a considerare eventuali condizioni per cambiare la legge elettorale».
Il Pd non ripercorrerà la strada dell'Unione. Lo dice a chiare lettere il segretario democratico Pier Luigi Bersani parlando alla direzione del partito. Il prossimo governo, dice Bersani, sarà imperniato sulla «più grande forza riformista del paese».
Le alleanze «verranno decise sulla base di confronti sul merito delle principali riforme con tutte le forze dell'opposizione. Il Paese- aggiunge il segretario democratico- non ha bisogno di generiche carovane ma di una rotta decisa». «Il prossimo governo avrà la più grande forza riformista del Paese. Non ripercorreremo la strada dell'Unione perchè il Paese non ha bisogno di generiche carovane ma di una rotta decisa e questo significa che ci prenderemo la responsabilità di avviare confronti sul merito delle principali riforme con tutte le forze di opposizione».
È l'obiettivo che il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, indica alla Direzione del partito sostenendo che «all'Italia servono buone istituzioni, civismo e buona politica».
  Pier Luigi Bersani dà il via alla conferenza nazionale sul Partito democratico, spiegando che bisogna «in questo modo prepararsi all'autunno». Nelle amministrative, osserva, «abbiamo perso dove ci siamo divisi. Non deve più accadere».
Il segretario del Pd pensa a un percorso «largamente partecipato, non burocratico», che, tra l'altro, «metta in sicurezza le primarie». Il Pd «non è un'ipotesi da verificare, nè un campo di forze sottoposto alle intemperie». Lo dice Pier Luigi Bersani in direzione, ricavando un dato di sintesi dal voto alle amministrative.
«Siamo il partito riformista che volevamo e che intendiamo rafforzare. Ora- aggiunge il leader del Pd- vogliamo essere il primo partito italiano e il soggetto primario dell'alternativa democratica e riformista».
Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, convoca entro fine mese una nuova direzione «per mettersi all'altezza della situazione come partito e per avviare un percorso verso la conferenza nazionale che coinvolga circoli e movimenti». «Abbiamo perso amministrazioni - ammette Bersani parlando alla Direzione - per nostre frantumazioni e questo non potrà più accadere. Serve un partito più federale e più nazionale e un rapporto tra amministratori e gruppo dirigente».
Altro obiettivo del Pd, sostiene il segretario, è «mettere in sicurezza le primarie e rendere esigibili i codici etici».
non ha bisogno di generiche carovane ma di una rotta decisa».
«L'unica cosa giovane che vedo nel pdl sono i capelli di Berlusconi che ricrescono!», ha detto Bersani nella sua relazione alla direzione nazionale del partito. Pierluigi Bersani ha annunciato alla direzione del partito che il Pd avanzerà «proposte per ridurre i costi della politica».
«Avanzeremo proposte per una politica sobria e pulita. Vogliamo affrontare la questione con il nostro taglio e non con l'antipolitica e la demagogia: allineare i costi all'Europa, mettere in discussione istituti che non hanno cittadinanza in altri paesi Ue come i vitalizi». (Fonte L'Unità 06.06.2011)

«Elezioni strada maestra» «Questo è primitivismo politico»
"Mi aspettavo insulti da parte di Cicchitto ma sono rimasto perplesso dal fatto che l'Unità mi insultasse nel percorso indicato verso le elezioni. Si tratta di manifestazioni di primitivismo politico pericoloso. Massimo D'Alema critica così, nel suo intervento alla direzione del Pd, la posizione espressa dallo scrittore Francesco Piccolo sul quotidiano, a proposito dell'ipotesi prospettata dal presidente del Copasir, di un governo di transizione prima di tornare al voto. "È chiaro che - afferma D'Alema - la via maestra sono le elezioni ma non basta dirlo per ottenerle".
Il presidente del Copasir protesa per l'articolo di Piccolo dal titolo 'Le elezioni sono la strada maestra" (LEGGI L'ARTICOLO INTEGRALE) in cui si afferma che "la strategia di D'Alema non è soltanto disarmante, ma anche irrispettosa nei confronti degli elettori".
"D'Alema - si afferma nell'articolo - non può continuare a proporre governi di fine legislatura, facendo finta di aver dimenticato che un lungo governo di fine legislatura, capeggiato da lui, ha contribuito non poco a far andare le cose come sono andate".
"C'è una sola possibilità che Berlusconi esca dalla scena politica e sono le elezioni" afferma Piccolo che sottolinea come "alla base del pensiero di D'Alema c'è una fiducia minima verso il parere degli elettori e una sfiducia massima verso le altre forze politiche di sinistra che non siano il Pd".
LE ELEZIONI SONO LA STRADA MAESTRA Di Francesco Piccolo
La strategia di D’Alema non è soltanto disarmante, ma anche irrispettosa nei confronti degli elettori. D’Alema non può continuare a proporre governi di fine legislatura, facendo finta di aver dimenticato che un lungo governo di fine legislatura, capeggiato da lui, ha contribuito non poco a far andare le cose come sono andate.
I problemi che questa tornata elettorale ha causato ai partiti di governo, dimostrano una volta di più la seguente verità: c’è una sola possibilità che Berlusconi esca dalla scena politica, e sono le elezioni.
Soltanto una sonora sconfitta elettorale può essere decisiva, non tutte le altre questioni in cui sperano in molti. Ogni altra soluzione in questi diciotto anni lo ha sempre e soltanto rafforzato. Quindi, sia per coloro che sono ancora affezionati al senso della democrazia, sia per coloro che hanno come obiettivo la fine di Berlusconi con ogni mezzo, la strada maestra è identica: le elezioni politiche. In cui deve essere compresa la possibilità che gli italiani vogliano essere ancora governati da lui, perché è l’unico modo per scoprire se finalmente la maggioranza del paese ha deciso che questa epoca lunghissima è finita.
Alla base del pensiero di D’Alema c’è una fiducia minima verso il parere degli elettori, e una sfiducia massima verso le altre forze di sinistra che non siano il Pd. Ma se il Pd ha avuto un merito in questa tornata amministrativa, è stato quello di accettare senza risentimenti e senza guerre sotterranee i candidati scelti alle primarie, pur avendo subìto molte sconfitte per i candidati proposti dal partito. Insomma, ha mostrato di avere fiducia nell’elettorato, di volerne assecondare il bisogno di cambiamento. Non ha fatto molto altro. E adesso, invece di proseguire su questa strada, si propone un cuscinetto defaticante per riportare tutto alla normalità.
Ma forse, ormai, è sull’idea di paese normale che con D’Alema non ci si intende più. (Fonte L'Unità 05.06.2011)

I Rottamatori: "pernacchia" a chi ci dà per finiti
I 'rottamatori' del Pd sono in rivolta: non ci stanno a passare per gli sconfitti delle amministrative. Ormai orfani del loro portabandiera Matteo Renzi, sempre più freddo verso il movimento cui aveva dato impulso, i promotori di 'Prossima fermata Italia' hanno risposto a chi li dà per finiti con una pernacchia, anzi con il 'pernacchio' di Eduardo De Filippo nell'Oro di Napoli.
Prima alcune analisi delle amministrative e oggi l'intervista di Enrico Rossi oggi all'Unità hanno scatenato sia Francesco Nicodemo sia Pippo Civati. Qualcuno, ha ricordato Nicodemo sul sito di 'Prossima fermata Italia' riferendosi a Rossi, «si è subito affrettato a dire che in queste elezioni gli sconfitti sono i rottamatori, perchè (notare la finissima analisi politica) l'età media dei sindaci eletti è 52anni e 4 mesi. Come se qualcuno di noi non avesse ripetuto per mesi, come un mantra, che il rinnovamento non è mai stato una questione anagrafica, ma come sempre un problema di idee modi e contenuti».
«D'altronde noi siamo quelli che si oppongono ai polli di batteria, a velini/e e a segretari/e di ex ministri di cui il Pd ha riempito il Parlamento all'ultimo giro, seppur giovani, seppur carini/e», ha tenuto a sottolineare. «Prossima Italia ha svolto in meno di un anno un ruolo fondamentale e movimentista all'interno del Pd. Perchè siamo quelli che hanno difeso le primarie. Quelli che hanno provato a capire cosa c'è oltre il Pd. Quelli che hanno detto sì ai referendum prima degli altri. Quelli che non hanno messo in discussione la leadership di Bersani, piuttosto una linea politica folle e suicida (quella della Grosse Koalition)», ha elencato.
Duro con il presidente della Toscana, e non solo, anche Pippo Civati. «Cosa pensa che sia, la 'rottamazione', se non proprio partecipazione (primarie per scegliere i parlamentari, la prossima sfida) e ricambio di una classe politica che ha governato per tanti anni la sinistra italiana?», ha chiesto sul suo blog su cui ha anche elencato «le sfide» lanciate. Dalla stazione Leopolda di Firenze, nel novembre scorso, in poi «la domanda che ci poniamo è semplice: nella Terza Repubblica i protagonisti saranno quelli che provengono dalla Prima, o vogliamo immaginare qualcosa di diverso? La domanda è ancora attuale. Anzi, lo è di più», ha assicurato. «Forse, invece di discutere attribuendo agli altri posizioni che non hanno mai sostenuto bisognerebbe ascoltare un pò meglio quello che dicono. E di proseguire sulla strada che hanno segnato gli elettori, non certo i dirigenti», ha ammonito.
Lunedì c'è la direzione nazionale del Pd e i rottamatori, con Civati, ci saranno. Pronti, a quanto riferito, a rinnovare le loro istanze. (Fonte l'Unità 04.06.2011)

Centrale Cereal Docks, ricorso al Tar. Ma l’iniziativa del comitato locale spacca il coordinamento
Finanziamenti poco chiari al comitato «No Cereal Docks», che si batte contro l’entrata in funzione della centrale a biomassa a Summaga di Portogruaro e che ha presentato un ricorso al Tar. L’accusa arriva proprio dagli altri comitati che lottano contro le centrali a biomassa. «Premesso che il comitato in questione ha totale libertà e diritto di agire legalmente contro la Cereal Docks - spiegano irritati dal coordinamento dei comitati - ci dichiariamo contrari al modo in cui l’azione è stata avviata per i seguenti motivi: non è stata data alcuna informativa ai rappresentanti degli altri comitati; non è stata fatta chiarezza sulla provenienza del finanziamento per sostenere il ricorso legale; i rappresentanti del Comitato “No Cereal Docks” devono chiarire una volta per tutte se intende adottare una linea comune assieme agli altri comitati e gruppi del territorio per opporsi alla costruzione e alla messa in funzione di tutte le centrali previste nel territorio del portogruarese. In attesa di chiarire con i rappresentanti del comitato “No Cereal Docks” la loro posizione al riguardo, il coordinamento dei comitati ritiene opportuno sospendere momentaneamente qualsiasi tipo di rapporto e collaborazione con il comitato in questione». «Siamo perplessi e amareggiati - rispondono preoccupati dal comitato di Summaga - Si tratta di un’uscita poco consona ai fini della nostra comune battaglia. Forse si tratta solo di un’incomprensione. Dati i tempi stretti per la presentazione del ricorso al Tar, non c’era spazio per una discussione più ampia. Il ricorso non è ancora neanche stato pagato: aspettiamo di capire se il Tar lo accoglierà. Comunque i soldi vengono raccolti tra i componenti del comitato, nessun finanziamento poco trasparente. Siamo il primo comitato sorto nel territorio contro queste centrali, ci siamo sempre comportati in maniera corretta». (Fonte La Nuova Venezia 03.06.2011)

Fincantieri ritira piano tagli. I sindacati: primo risultato
Fincantieri ritira il piano industriale presentato ai sindacati. «Se questa è la richiesta ritiro il piano». È quanto ha affermato l'amministratore delegato Giuseppe Bono al tavolo con il ministro dello Sviluppo Economico, Paolo Romani e i sindacati. Lo riferiscono fonti sindacali.
La decisione dell'azienda di ritirare il piano è arrivata dopo poco meno di un'ora di confronto con il ministro Romani e i sindacati. «Ritiro il piano e spero che così si possano esorcizzare le tensioni», così Bono ha spiegato la decisione di ritirare il piano industriale dell'azienda. «Il piano presentato nei giorni scorsi non era una novità per nessuno - ha detto Bono durante un tavolo con governo e sindacati - sono una persona che si assume le sue responsabilità, ma con gli attacchi subiti dal tutte le parti, da destra e sinistra, anche la mia forza viene meno». Alla notizia del ritiro del piano il corteo dei lavoratori della Fincantieri si sta preparando per tornare verso la stazione Ostiense, da dove era partito. I lavoratori hanno deciso di avviarsi verso la Piramide Cestia dove, secondo quanto si apprende dagli organizzatori, incontreranno i rappresentanti sindacali che hanno partecipato al vertice convocato dal governo al Ministero dello Sviluppo economico.
Anche Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, secondo quanto si apprende, dovrebbe illustrare ai lavoratori l'esito dell'incontro di oggi.
ll ritiro del piano di ristrutturazione deciso dai vertici di Fincantieri è «un primo risultato. Ora serve un piano garantito dal governo». Lo ha detto Giorgio Cremaschi, presidente del comitato centrale della Fiom, che sta sfilando con i lavoratori per le vie di Roma. «È una grande soddisfazione il risultato è stato raggiunto con la lotta di tutti i lavoratori, non solo di quelli degli stabilimenti a rischio chiusura. Ora - aggiunge - la vertenza non è finita. Serve un piano garantito dal governo con finanziamenti, investimenti e piani produttivi. Quello che fino ad ora non c'è mai stato».
Soddisfatto anche il ministro per los viluppo economico. «A fronte di una presentazione di un piano industriale che prevedeva la riduzione dell'attività cantieristiche soprattutto per Sestri e Castellamare, oggi l'azienda ha dichiarato la volontà di voler ritirare questo piano. Il Governo ha preso atto e ha apprezzato la decisione, ma con l'ipotesi di valorizzare le risorse e ottimizzare la parte industriale con la possibilità di aprire a nuovi mercati», ha detto Paolo Romani, parlando con i giornalisti a conclusione del tavolo di confronto tra Governo, azienda e sindacati sulla vicenda Fincantieri.
Romani ha annunciato che si apriranno due tavoli regionali, uno in Liguria e uno in Campania. «La prossima settimana - ha aggiunto il ministro - sarà firmato l'accordo di programma con la Liguria per il ribaltamento a mare di Sestri, un accordo pari a 280 milioni di euro. A Castellamare si apre un tavolo regionale per un'ipotesi di ristrutturazione. Se non si troveranno soluzioni condivise non si procederà nel frattempo alla chiusura di nessun cantiere». (Fonte L'Unità 03.06.2011)

Nucleare, sì al referendum. Bersani: trucchi caduti
Il 12 e 13 giugno si voterà anche per il referendum sul nucleare. L'ufficio elettorale della Corte di Cassazione ha stabilito, infatti, che le modifiche apportate dal governo alle norme sul nucleare non precludono la celebrazione della consultazione popolare. La Cassazione ha quindi confermato che i cittadini potranno esprimersi anche sul quesito depositato a suo tempo dall'Idv, che resta in campo assieme agli altri tre, due sull'acqua e uno sul legittimo impedimento di premier e ministri a partecipare alle udienze.
È stata così accolta l'istanza presentata dal Pd che chiede di trasferire il quesito sulle nuove norme appena votate nel dl omnibus: quindi la richiesta di abrogazione rimane la stessa, ma invece di applicarsi alla precedente legge si applicherà appunto alle nuove norme sulla produzione di energia nucleare (art. 5 commi 1 e 8).
Si brinda sotto il Palazzaccio
Un presidio organizzato dai Verdi ha accolto, stappando con una bottiglia di spumante, la decisione della Corte di Cassazione di andare alle urne per il nucleare. «Oggi - ha detto Angelo Bonelli dei Verdi - ha vinto la democrazia. Il problema è stabilire chi paga il costo di tutto questo. E io credo che lo debba pagare chi ci ha portato oggi a questa situazione con un provvedimento truffa. Per fortuna ci sono gli organi costituzionali a salvaguardia della democrazia».
Bersani: trucchi smascherati
«Notizia eccellente» è stata definita dal segretario del Pd Pier Luigi Bersani quella della ammissione del raferendum nucleare da parte della Cassazione. «I trucchi del governo sono stati ancora una volta smascherati. Ora - ha aggiunto Bersani - gli italiani hanno la possibilità di pronunciarsi con un sì contro il piano del governo, ed è necessario che il mondo dei media, a partire dal servizio pubblico, contribuisca a fornire ai cittadini il massimo dell'informazione necessaria. Il pd, che ha sempre contrastato le assurde scelte del governo sul nucleare, è impegnato con tutte le sue forze a sostenere la campagna per il sì e invita tutte le sue organizzazioni territoriali a mobilitarsi in occasione del 12 e 13 giugno».
Finocchiaro, pd: bellissima notizia
«Questa mattina riceviamo la bellissima notizia che la Cassazione ha stabilito che le modifiche apportate dal governo alle norme sull'energia nucleare non precludono lo svolgimento del referendum». Lo dice Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd, sottolineando che «avevamo sostenuto, anche attraverso la presentazione di una memoria alla Cassazione, che c'erano tutte le ragioni perchè il referendum sul nucleare si svolgesse». Per Finocchiaro «hanno vinto la Costituzione e i diritti dei cittadini italiani. Questa decisione fa giustizia delle vergognose manovre che il Governo aveva messo in campo per evitare che i cittadini italiani si esprimessero su una scelta così fondamentale. Berlusconi e la sua maggioranza, che si richiamano al popolo e alla sua volontà quando fa loro comodo, ora temono le urne e il giudizio popolare. Il voto di domenica scorsa è stato un segnale forte che è venuto da tutta Italia: i cittadini italiani bocciano le scelte di questo Governo». «Ci auguriamo che anche dalla consultazione referendaria, che riguarda anche scelte molto importanti sull'acqua e sulla legge che riguarda il legittimo impedimento, venga un segnale altrettanto univoco e forte. Il Pd si impegnerà affinchè questo avvenga facendo una forte campagna per sostenere il si ai 4 quesiti referendari», conclude. (Fonte L'Unità 01.06.2011)

All’estero tutti d’accordo: “Mr. B alla fine”
Il settimanale The New Yorker prende atto della fine del premier: "Gli italiani ne hanno abbastanza di Silvio Berlusconi e del suo edonismo?", si chiede Ariel Levy. Il presidente del Consiglio è paragonato a Hugh Hefner, 85enne inventore delle celebri "conigliette". E anche nel resto della stampa estera viene messo in relazione il rapporto malato tra sesso e potere
“Basta Bunga Bunga”. Con questo titolo, il prestigioso settimanale The New Yorker prende atto (o forse auspica) la fine del Cavaliere. Il sommario si chiede: “Gli italiani ne hanno abbastanza di Silvio Berlusconi e del suo edonismo?”. Autrice dell’articolo, pubblicato ieri e disponibile online è Ariel Levy, una redattrice del New Yorker che ha passato anni a studiare “cultura dell’apparenza” e “oggettivazione del corpo femminile”, negli Stati Uniti ed altrove.
Sei anni fa la Levy ha pubblicato un libro intitolato “Female Chauvinist Pigs” (Maiali, femmine, scioviniste), che si concentra su “Le donne e l’ascesa della cultura volgare”. Proprio per l’esperienza in questo settore, le è stato chiesto di scrivere la “Lettera dall’Italia” già passata sotto gli occhi di migliaia di americani, che forse trovano azzeccato il paragone con “un Hugh Hefner in declino”: il riferimento è al fondatore della rivista Playboy, che ora ha 85 anni.
Il lunghissimo articolo – il New Yorker ospita ogni settimana pochi pezzi, che occupano parecchie pagine e sono di ottima fattura – ricorda che Nadia Macrì, una delle ragazze che avrebbe avuto una relazione sessuale con Berlusconi, è ora una star di un film pornografico “Bunga Bunga 3d“. La Levy si concentra dapprima sulle donne protagoniste della vicenda: Paola Boccardi, avvocato di Ruby, Ilda Boccassini, pubblico ministero. Poi il racconto si allarga con riflessioni sull’Italia, la sua storia, la sua società.
La giornalista americana ha parlato direttamente con diversi protagonisti: Giuliano Ferrara, la stessa avvocatessa Boccardi, Emma Bonino, Fedele Confalonieri. Quest’ultimo racconta che, se una volta Berlusconi era un donnaiolo, adesso appare “un pò in rovina, come un edificio”. La metafora è accompagnata da una risata. C’è anche il racconto sull’attrice Veronica Lario, sui suoi seni e su come il giovane Cavaliere se ne innamorò. Confalonieri è tra gli intervistati che parla di più alla Levy: paragona la Boccassini a Kenneth Starr, il procuratore americano che indagò Bill Clinton per la relazione con Monica Lewinsky.
Se il New Yorker dedica una lunga riflessione a Mr.B, le altre testate americane si limitano alla cronaca delle elezioni e alle previsioni per il futuro. L’Associated Press, la maggiore agenzia di stampa americana, coalizzata con la tedesca Deutsche Presse-Agentur e ripresa da quotidiani locali a stelle e strisce (qui da un giornale californiano), inizia l’articolo sostenendo che “la sconfitta di lunedì mette in dubbio l’abilità del governo italiano di arrivare alla fine del mandato che termina nel 2013″.
In Gran Bretagna, i sudditi di sua maestà hanno letto che “Silvio Berlusconi fronteggia un’umiliazione perché i milanesi appoggiano un sindaco di sinistra”. Così titolava il sito del progressista Guardian, secondo cui “alcuni avversari politici, questi risultati segnano l’inizio della fine” per il Cavaliere. Sul nuovo primo cittadino di Milano, il giornale ricorda che “la sua vittoria è ancora più notevole perché non era la scelta della corrente principale del partito democratico”, e che il passato dell’avvocato “si tinge nel radicalismo: una volta Pisapia ha difeso il partito separatisto curdo”. Il giornale britannico The Telegraph, più conservatore, dedica a Berlusconi un articolo e diversi video con Ruby come protagonista.
Il settimanale Der Spiegel, nel suo sito internet in inglese, ospita una riflessione su “sesso e potere”. Corredano l’articolo foto di Dominique Strauss-Kahn, Bill Clinton e del nostro premier, con statue classiche, seminude, sullo sfondo. Gli uomini in posizioni di comando, è la tesi dello scienziato olandese intervistato, hanno una libido che difficilmente si può frenare. L’esperto, Johan van der Dennen, ricorda Henry Kissinger – “il potere è un grande afrodisiaco” – e anche il senso comune: “Alla fin fine – sostiene – il potere comuque corrompe, se mi perdonate il cliché”. (Fonte Il Fatto Quotidiano 31.05.2011)

Enrica Pontello esclusa dal Consiglio.
Concordia Sagittaria: Concordia, il tribunale ha respinto il ricorso
Enrica Pontello, candidata sindaco della lista civica di centro nelle ultime elezioni amministrative, resta fuori dal Consiglio comunale di Concordia Sagittaria. Così ha deciso il Tribunale di Venezia, respingendo il ricorso del suo legale, l’avvocato Mariagrazia Romeo, che chiedeva la sua rentegrazione sulla base della considerazione che l’esponente politica avesse rimosso le cause di incompatibilità con la carica che ricopriva. Il 19 gennaio scorso, il Consiglio comunale di Concordia aveva dichiarato decaduta Enrica Pontello per la sussistenza di una causa di incompatibilità. La legge afferma che uno dei motivi di decadenza è l’esistenza di liti o cause pendenti contro il Comune. E la Pontello ne aveva una davanti al Tribunale amministrativo e una seconda davanti al giudice monocratico di Portogruaro. Al centro la vicenda del condominio «Domus Anniae», in un appartamento del quale abita con il marito e di cui era proprietaria a metà. Le cause, sia quella amministrativa per l’adempimento dell’obbligo di cessione di un’area sia quella civile per il risarcimento dei danni, erano state avviate dall’amministrazione comunale nei confronti del condominio. Avvisata, nei tempi indicati l’ex consigliera comunale aveva rimosso la causa di incompatibilità donando il suo 50 per cento della casa al marito e optando per la separazione dei beni. Nonostante questo e nonostante il parere del segretario comunale (anche lui riteneva rimossa la causa), il Consiglio comunale aveva votato per la sua decadenza. L’avvocato Romeo, nel suo ricorso, ha sottolineato da un lato che non era stata certamente Enrica Pontello ad avviare la causa contro il Comune, bensì era stato quest’ultimo a farlo; dall’altro che aveva rimosso alla radice la causa, donando al marito il 50 per cento dell’appartamento di cui era proprietaria e sciogliendo anche il legame patrimoniale che con lui aveva in precedenza, grazie alla scelta della comunione dei beni il giorno del matrimonio. Per i giudici, però, questa mossa non è bastata. «Il trasferimento della proprietà del bene, avvenuto nel corso dei giudizi stessi - si legge nella motivazione della sentenza stilata dal giudice veneziano Liliana Guzzo - non comporta il venir meno nei due processi di cui trattasi della qualità di parte processuale di Enrica Pontello nè determina l’automatica estromissione dagli stessi, parte processuale che nella fattispecie è contrapposta al Comune...In buona sostanza permane l’esistenza di lite con il Comune che vede la Pontello quale parte processuale contrapposta». (Fonte La Nuova Venezia 31.05.2011)

Le profezie di Cacciari: "Sinistra vince, ma non si illuda su politiche"
«Il centrosinistra deve capire che vincere le amministrative non vuol dire avere già in tasca le politiche. E siccome è a quello che bisogna puntare, occorre definire bene qual è la linea, la proposta di governo. e allargare al centro». Lo afferma in un'intervista l'ex sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, che aggiunge: «A meno di miracoli a Milano Pisapia vince bene. Napoli è un pò più incerta, ma credo che alla fine vincerà De Magistris». In caso di sconfitta, Berlusconi «farà finta di poter continuare a governare, ma ci saranno così tante cadute, sia a livello parlamentare che a livello istituzionale, che alla fine si andrà diritti alle elezioni di primavera.
Molto - spiega Cacciari - sarà conseguenza di quello che farà la Lega e di come il Pdl saprà tenersela, perchè se il Carroccio se ne va il Pdl muore. Se invece nel partito di Berlusconi viene fuori un nuovo leader capace di tenere la barra ferma e non scontentare bossi, allora potrebbero anche andare avanti a governare».
Nel centrodestra, aggiunge, l'unico leader possibile «è Tremonti, ammesso che il suo rapporto coi leghisti tenga ancora. Un governo Tremonti - conclude - che allarghi i cordoni della borsa per gli imprenditori potrebbe rappresentare una prospettiva di tenuta». (Fonte L'Unità 30.05.2011)

Licenziamenti, picco in estate. Allarme della Cgil che lancia un appello ai sindaci: «Subito un tavolo»
Casse integrazioni agli sgoccioli, si annunciano i reali effetti della crisi sul Veneto Orientale da qui alla fine dell’estate. Tra San Donà e Portogruaro arriveranno nuovi licenziamenti e la Cgil lancia l’allarme a tutti gli amministratori dei Comuni del territorio prima che si troppo tardi. Intanto a San Donà la Omim, dopo la discussa cessione di un reparto, ha scelto i contratti di solidarietà all’insegna del lavorare un po’ meno, ma tutti. Una scelta che ha permesso di salvare finora i posti di lavoro in bilico. I dipendenti dell’azienda che produce griglie metalliche sono comunque preoccupati. In tutto 200 dipendenti, tra uomini e donne, lavorano una settimana sì e una no, perdendo un margine piuttosto basso di stipendio, ma con la paura di perdere il lavoro da un momento all’altro. Ormai i licenziamenti sono arrivati a circa un migliaio in pochi anni, se consideriamo Sandonatese e Portogruarese, mentre stanno per terminare le casse integrazioni scelte da molte aziende per tenere duro e non mollare. «Il problema è molto grave - spiega Fabio Furlan, segretario della Fiom Cgil - solo che nessuno sta facendo nulla per affrontarlo seriamente. Hanno resistito soltanto quelle aziende, e mi viene ad esempio in mente la Lafert, che hanno deciso di investire in formazione e riqualificazione, e che hanno acquistato nuovi macchinari ed elaborato progetti e idee. Noi lo abbiamo sostenuto dall’inizio che dovevamo prepararci a questa congiuntura. Il fatto è - conclude il sindacalista - che dopo 2 anni ora il Veneto Orientale sta avvertendo i veri effetti della crisi economica che arrivano oggi con tutta la loro drammaticità». La paura è quella di avere nuovi licenziamenti nel corso dell’estate e dopo la stagione estiva che si presenta al momento piena di incognite. Per questo motivo il sindacato sollecita ora un incontro con tutti i sindaci per studiare un piano di interventi che possa coinvolgere anche gli enti pubblici affrontando le possibili nuove proposte sul tavolo. (Fonte La Nuova Venezia 30.05.2011)

Napolitano firma decreto Omnibus. Su referendum deciderà Cassazione
Il Presidente della Repubblica Napolitano ha promulgato la legge di conversione del dl Omnibus. È quanto si apprende da fonti parlamentari. Il Capo dello Stato ha promulgato la legge perché nella disposizione, così come riformulata dal Parlamento, non sono stati riscontrati palesi motivi di illegittimità costituzionale. Il sì al dl, per quel che riguarda le norme relative al nucleare, trova sostegno anche nella sentenza della Corte Costituzionale 68 del 1978 che demanda all'ufficio centrale elettorale presso la Corte di Cassazione il controllo sull'eventuale trasferimento dei quesiti referendari nel nuovo testo.
«Prendiamo atto e rispettiamo la decisione di Napolitano: non poteva fare altrimenti. Resta il fatto che gli effetti di questa legge sono una truffa ai danni dei cittadini, perché governo e maggioranza tentano in maniera prepotente di impedire che si svolga il referendum, calpestando il diritto di voto degli italiani». Lo afferma in una nota il leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, che aggiunge: «Per questa ragione, abbiamo già presentato un'istanza alla Corte di Cassazione e l'abbiamo rinnovata con una ulteriore memoria esplicativa. La Cassazione ha già fissato l'udienza per il 1 giugno». «Ci batteremo contro l'arroganza del governo Berlusconi al fine di impedire questo scippo di democrazia», conclude Di Pietro. (Fonte L'Unità 27.05.2011)

Silvio: senza cervello voti a sinistra
Come un cabarettista prigioniero di uno spettacolo che non fa più ridere. Incapace di uscire dal personaggio. Dopo due anni Silvio Berlusconi torna nell'amato studio di Porta a Porta, ma il miracolo stavolta non riesce. E di fronte alle domande sulla sconfitta alle urne, che stavolta ci sono state (e anche questo è un segno dei tempi), non trova di meglio che prendersela con gli elettori. «Senza cervello chi vota i candidati della sinistra». Segue una valanga di insulti a De Magistris e Pisapia.
«Un demagogo, un agitatore politico», dice dell'ex pm napoletano. «Un bell'uomo, piace alle donne», deve ammettere. «Ma è un incapace, nella vita ha combinato solo sfracelli, con lui avremmo il remake del film di Rosi, “manette sulla città”».
Su Pisapia il copione non cambia: «In Parlamento ha proposto solo leggi per aiutare terroristi ed eversori, e per l'eutanasia. Non ha mai amministrato neppure un edicola». Non un filo di autocritica. Berlusconi non ripete quanto detto in mattinata ai vertici del Pdl (e poi smentito da Bonaiuti) sui “candidati sbagliati” dal Pdl a Napoli e Milano. E, senza conoscere vergogna, indica come colpevoli della sconfitta tv e giornali, a partire dal Corriere, Sky e La7, oltre alle solite trasmissioni Rai. “Di fronte a questa mistificazione, può darsi che le persone attratte dal nuovo abbiano pensato «scopa nuova, scopa bene...».
Un delirio, tanto che persino Vespa è costretto a riprenderlo: «Ma presidente, 5 tg stanno con lei...». Niente da fare. Le multe Agcom per le sue interviste a reti unificate? «Una follia, è un organo politico, non saranno pagate». A Milano un voto contro di lui? Neppure a pensarci. «Se vado in giro blocco le strade, sono applaudito dappertutto, non posso neanche entrare in un negozio di via del Corso che si riunisce una folla. Sono benvoluto da tutti, se tutti gli italiani mi conoscessero di persona avrei il 100% dei voti».
E le preferenze dimezzate a Milano? «La scheda era troppo complicata...». Non c’è uno straccio di analisi su quanto accaduto nelle urne, solo lo stupore, sincero, di chi non si riconosce nella realtà. «Quasi non ci credo», dice parlando del successo di De Magistris. «Eppure al governo abbiamo fatto miracoli...».
Il Cavaliere per una volta risparmia Fini, e si lascia andare al solito vittimismo contro i pm. «Neppure Leonardo avrebbe terminato la Gioconda se fosse stato assediato e schiaffeggiato in questo modo». Sempre identico il ritornello sui 24 processi da cui sarebbe stato assolto, tanto che tocca a Vespa puntualizzare: «Presidente, ci sono state anche delle prescrizioni...». E ancora: delle «spintarelle», nella forma di leggi ad personam, per aggiustare il corso dei processi. L'altro ritornello è quello sulla sua impossibile sostituzione, anche in caso di debacle ai ballottaggi: «Per tutti i premier il giorno più bello è quando lasciano, ma io mi sono condannato all’infelicità, non c'è nulla che mi diverta in quello che faccio. Ma ogni volta che accenno alla successione nel Pdl scoppia la rivoluzione...». Massimo Franco e Stefano Folli insistono. Nessun governo senza di lei in questa legislatura? «Se mi venisse un colpo...», sorride tirato il Cavaliere. «Tendo ad escludere questa possibilità». Poi uno spiraglio: «Se fosse necessario per ricomporre tutta l'arera moderata, e se ci fosse un leader riconosciuto da tutti, sarei pronto al passo indietro». E Bossi? «Ci vogliamo bene, lasceremo insieme, il nostro accordo e la nostra amicizia sono sicuri...».
Sulla legge elettorale, però, è muro. «Per me e per il Pdl quella attuale non si tocca». E i ministeri «un caso che non c'è, si tratta di trasferire solo uffici di rappresentanza». Va avanti: «Italia impoverita? Spendiamo 10 miliardi l'anno in cosmetici!».
Sul caso Ruby un'altra volgarità: «Quella telefonata l'avrei fatta anche per Rosy Bindi». Berlusconi nega persino la necessità di una manovra da 40 miliardi. «Non è così». Sfumano in secondo piano le promesse sulle riforme da fare, giustizia, fisco. Di fronte a chi chiede conto di quanto non fatto in 17 anni, Berlusconi arriva ad ammettere la sua impotenza: «Nessun governo può sanare le ferite che questo paese si porta dietro...». (Fonte L'Unità 26.05.2011)

“Simpatico ma inadatto a governare”. Vespa scambia Pisapia con Berlusconi
Maurizio Baruffi, portavoce di Giuliano Pisapia è “certo” che Bruno Vespa vorrà rettificare il “clamoroso scivolone” compiuto nella puntata di ieri. Lo chiede, con una nota, lo stesso portavoce, che spiega come, Vespa, dando conto di un’intervista della moglie di Pisapia, a Vanity Fair, abbia confuso il destinatario delle parole “simpatico intrattenitore ma inadatto a governare”, riferendole all’avvocato milanese, mentre era l’opinione dello stesso Pisapia sul premier Silvio Berlusconi. ”Certo che la signora non ha fatto un gran piacere al marito”, aveva commentato Vespa nella puntata di Porta a Porta.
“Siamo sicuri che a Bruno Vespa, grande professionista della comunicazione televisiva, non sfugga l’effetto distorsivo dell’errore compiuto e siamo certi che vorrà rettificare nella puntata di oggi, ristabilendo la correttezza delle notizie citate e l’equilibrio della trasmissione da lui condotta, altrimenti verrebbe da pensare che la svista non è casuale”, conclude Baruffi.
A stretto giro è arrivata anche la risposta del conduttore della Rai: “Immaginare anche solo per un momento che io abbia confuso volontariamente Berlusconi con Pisapia nella frase pronunciata in un’intervista della moglie del candidato sindaco di Milano, è così stravagante da non poter essere nemmeno commentata. La verità – prosegue Vespa – è che pensavo che la gaffe l’avesse fatta la signora Sasso tanto è vero che ho detto: “Vedremo se farà una smentita”, tanto mi sembrava enorme la notizia. La mia rettifica, simpatica e doverosa, avverrà naturalmente stasera durante la trasmissione con Berlusconi”. (Fonte Il Fatto Quotidiano 25.05.2011)

E ora Sergio dove lo metto?
Il futuro di Chiamparino e il progetto di un Pd "padano".
Non un vero e proprio Pd del Nord, non ancora almeno, perchè rischierebbe di «disgrerare il partito a livello nazionale», ma una sorta di “authority” democratica d'Oltrepò, che coordini le diverse esperienze politiche del centrosinistra “padano” e faccia da anello di congiunzione con la Lega. Proconsole onorario della nuova “provincia”: Sergio Chiamparino.
Sarebbe questo il futuro politico che il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, sta immaginando per l'ormai ex sindaco di Torino, considerato da molti, all'interno del partito, il principale artefice della vittoria di Piero Fassino al primo turno delle comunali torinesi grazie ai suoi «dieci anni di buona amministrazione».
L'EREDITÁ DEL 'CHIAMPA'. Perchè Torino, dicono i suoi colleghi di partito, «ha saputo gestire il delicato passaggio da città industriale a città postindustriale, basando la sua economia su un mix di produzione pesante e terziario».
Dall'entourage di Bersani non si sbilanciano, ma è stato lo stesso segretario ad annunciare che chiamerà Chiamparino a far parte del coordinamento nazionale del Pd, dove siedono i big del partito, e anche a ricoprire un altro incarico nazionale. Proconsole del Nord, dunque, stando alle voci che circolano in queste ore, con il proprio quartier generale a Torino o, in caso di vittoria di Giuliano Pisapia, a Milano.
Il Lingotto2 e l'endorsement di Veltroni
D'altra parte, il 'Chiampa' è considerato da molti democratici, soprattutto di area veltroniana e modem, una risorsa preziosa per recuperare consensi e amministrazioni al Nord. Non a caso, in una recente intervista al quotidiano Il Foglio, Walter Veltroni ha indicato lui, Renzi e Zingaretti come le tre punte di un nuovo schema d'attacco del partito democratico: «Sarà importante che nel futuro prossimo siano coinvolti sempre di più nel progetto del partito tutte quelle persone di qualità che potrebbero contribuire a costruire il futuro del del Pd», ha detto Veltroni.
ATTACCO A TRE CON RENZI E ZINGARETTI. Chiamparino, dal canto suo, aveva già dimostrato la sua vicinanza politica all'ex leader del Pd sedendo in prima fila alla convention del Lingotto2, nel gennaio 2011, quando fu sugellata la nascita del MoDem, Movimento Democratico creato da Veltroni, Beppe Fioroni e Paolo Gentiloni. Alla 'Pontida' dei democratici partecipò anche Bersani, ma tra il segretario e Chiamparino le frizioni non sono mai del tutto scomparse.
Le critiche al Pd di Bersani e il partito del Nord
L'ex sindaco di Torino, infatti, che dopo la vittoria di Fassino si è dimesso anche dalla presidenza dell'Anci, ha sempre interpretato il ruolo del grillo parlante all'interno del partito democratico, alternando critiche severe a proposte di rilancio mai però raccolte dalla direzione nazionale.
Fu Chiamparino a farsi portavoce nel 2008 di un bisogno che nel tempo è cresciuto tra gli amministratori “rossi”, ovvero quella della creazione di un Pd del Nord, progetto fortemente sostenuto da Massimo Cacciari, ma al quale hanno sempre guardato con interesse anche Veltroni e il vicesegretario del partito, Enrico Letta, che all'epoca lo definì «un bel tema», da approfondire perchè è meglio «che si chiariscano i rapporti tra Roma e il territorio, perché un partito romanocentrico non vincerà mai».
Ed è stato Chiamparino, in diverse occasioni, a bacchettare il Pd per la sua mancanza di «proposte», per l'assenza di una leadership forte e di una reale comprensione dei problemi del Nord.
IL RIAVVICINAMENTO CON IL SEGRETARIO. Il suo coinvoglimento in un ruolo nazionale servirebbe dunque a Bersani non solo per non disperdere un importante capitale politico, ma anche per rinsaldare il rapporto con i veltroniani e, cosa più importante, rinforzare, in alcuni casi costruire ex novo, il dialogo con la Lega.
Sul tema, però, Massimo Cacciari che è stato tra i più convinti sostenitori del progetto Pd settentrionale resta scettico: «Magari Bersani affidasse a Chiamparino un ruolo di vero capo del Pd al Nord», dice al telefono, «non per finta!». Nessun consolato insomma, ma «una struttura federale vera del partito con a capo Sergio Chiamparino». (Fonte Lettera43 19.05.2011)

Dopo voto, governo battuto 4 volte alla Camera. La "vendetta" dei Responsabili.
Il governo è stato battuto per quattro volte di seguito nell'Aula della Camera sulle votazioni sulle mozioni sulla situazione nelle carceri. Fatali sono state le assenze nell'Aula di deputati del Pdl, dei membri del governo (c'erano solo una decina tra ministri e sottosegretari) e di alcuni deputati Responsabili.
Bersani commenta a calso il colpo subito dal governo: «Beh, in buona salute non sta...». Così risponde, il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, uando gli viene chiesto se i voti di oggi che hanno visto l'esecutivo battuto su quattro mozioni sulle carceri siano scricchiolii dopo il voto delle amministrative.
I Responsabili «delusi» si sono fatti sentire. È tra le file del neogruppo nato a sostegno del governo Berlusconi che si registrano le assenze più evidenti che hanno portato il governo ad andare sotto nella prima votazione a Montecitorio dopo la pausa elettorale. Nel gruppo di Scilipoti&co. gli assenti sono stati ben 12 su 29, tra i quali spiccano Francesco Pionati e Maria Grazia Siliquini che attendono ancora una nomina da sottosegretario.
Ha pesato anche l'assenza di molti deputati della maggioranza, compresi ministri e sottosegretari, sull'esito delle quattro votazioni per le mozioni carcere in cui il centrodestra è stato battuto oggi alla Camera. In Aula al momento della prima votazione, sul testo di Futuro e libertà, c'erano 522 deputati: 264 hanno votato sì e 254 no, mentre quattro sono stati gli astenuti. Non hanno partecipato al voto, tra assenti e in missione, 40 deputati del Pdl, 7 della Lega Nord e 14 dei Responsabili.
Assenti anche il neoministro Saverio Romano e Arturo Iannacone, il neoconsigliere economico del premier, Massimo Calearo e poi tra i neofiti della maggioranza si segnalano assenti anche Luca Barbareschi e Italo Tanoni. Non hanno partecipato al voto - che si è concluso con 264 sì per la mozione firmata dal finiano Della Vedova, e 254 no, 4 astenuti tra i quali i Pdl Luigi Vitali e Marcello De Angelis - anche 16 deputati del Pdl, tra i quali il vicecapogruppo Massimo Corsaro e Nicola Cosentino, e 2 dell'Mpa. Assenti anche due deputati della Lega.
In tutti i casi l'opposizione è stata compatta al voto, riuscendo a bocciare una parte della mozione della maggioranza, oltre a far passare i loro testi nelle parti su cui il governo aveva reso parere contrario.
  L'aula della Camera ha votato a favore della prima parte di una mozione presentata dal Pd sul tema carceri e che aveva avuto parere contrario dell'esecutivo.
L'esecutivo era già stato battuto alla Camera sulla mozione di Fli sulla situazione delle carceri. Si tratta del primo voto dopo la ripresa dei lavori parlamentari dopo le amministrative.
Il testo, su cui il governo aveva espresso parere contrario, è passato con 254 no e 264 sì.
Il testo della mozione impegna il governo «ad assumere iniziative volte ad adeguare, in vista dei prossimi provvedimenti finanziari, la spesa pro capite per detenuto, prevedendo, rispetto alla base del 2007, una riduzione non superiore a quella media relativa al comparto Ministeri».
Nella mozione si chiede poi l'impegno dell'esecutivo «a predisporre sul piano normativo un complesso di riforme - dalla depenalizzazione dei reati minori, a una più ampia e più certa accessibilità delle misure alternative alla detenzione, dalla definizione di parametri più accessibili per la conversione delle pene detentive in pene pecuniarie, ad una più severa limitazione del ricorso alla custodia cautelare in carcere - che avrebbero, nel complesso, un effetto strutturalmente deflattivo, concorrendo a migliorare le condizioni di detenzione e a rendere servibili quegli strumenti di trattamento che perseguono le finalità rieducative costituzionalmente connesse alla pena».
Infine si chiede di «implementare il 'piano carcerì attraverso il ricorso a forme di partecipazione privata ai programmi di edilizia penitenziaria, utilizzando quegli strumenti di mercato che, anche sul piano urbanistico, possono incentivare gli investitori privati a collaborare con lo Stato ad un progetto di riconversione del sistema e dei modelli di detenzione e di riqualificazione delle case circondariali e di reclusione non più utilizzabili per l'ospitalità dei detenuti».
Infine, è stata approvata una parte della mozione dell'idv su cui il governo aveva dato parere contrario.
«Oggi abbiamo avuto la prova provata che questa maggioranza non c`è più, è sfaldata. Dopo la clamorosa sconfitta delle amministrative, in aula il governo è andato sotto più volte». Lo ha affermato, in una nota, il presidente dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro. «E` la dimostrazione che questo esecutivo non ha né i numeri in Parlamento, né il consenso nel Paese - ha aggiunto -. E` il momento di voltare pagina e dare la parola ai cittadini». (Fonte L'Unità 18.05.2011)

Pisapia beffa Silvio. Bologna subito a Merola

SPECIALE ELEZIONI: RISULTATI COMUNALI
-Milano (CLICCA PER I DATI)
Si va verso ballottaggio: Pisapia sorpassa Moratti
-Napoli (CLICCA PER I DATI)
De Magistris supera Morcone, al ballottaggio sinistra unita
-Bologna (CLICCA PER I DATI)
Merola sulla soglia del 50%, a un passo da Palazzo d'Accursio
-Torino (CLICCA PER I DATI)
Vittoria larga di Fassino: sarò sindaco di tutti.
RACCONTA E COMMENTA LE TUE ELEZIONI
SPECIALE ELEZIONI: RISULTATI PROVINCIALI
LUCCA | TREVISO | RAVENNA | AREZZO


Milano è la porta d'accesso al potere berlusconiano. Dopo il primo turno delle elezioni comunali, e la sorpresa di Giuliano Pisapia che va al ballottaggio con più consensi di Letizia Moratti, quella porta non è più blindata.
Non è stata aperta, ma da oggi è socchiusa e qualche chiavistello ha ceduto. È la sorpresa maggiore di questo primo turno elettorale che ha chiamato alle urne quasi 13 milioni di elettori ma con i riflettori accessi su quattro Comuni capoluogo come Torino, Milano, Bologna, Napoli.
Il primo a essere sorpreso è stato lo stesso Pisapia. Un attimo, perché subito dopo si è detto certo che al ballottaggio la fiducia dei milanesi raccolta oggi «aumenterà e porterà il consenso a oltre quel 51% che serve per cambiare Milano». Il ballottaggio era il traguardo importante su cui puntava e ha sintetizzato questo risultato ricordando che i suoi avversari lo consideravano «prima impossibile, poi improbabile, ora altamente probabile».
Il sindaco uscente Letizia Moratti non ha commentato ancora le proiezioni. Lo ha fatto il presidente della Lombardia. Non senza una punta di malizia, Formigoni ha lapalissianamente sintetizzato: l'unico dato certo è il ballottaggio. Errori della Moratti? Forse errori di «comunicazione», ha chiosato Formigoni. Poche battute per far trasparire la delusione e qualcosa di più per il risultato.
Il quadro politico uscito dalle urne del primo turno alle comunali è un'immagine nitida: si vede per certo un cedimento del centrodestra nei grandi centri del Nord, dove l'affluenza alle urne è stata addirittura superiore rispetto ad altre aree.
Il Pd esprime il solo candidato di Bologna, perché Pisapia a Milano e De Magistris a Napoli incarnano altre anime della sinistra. E in queste due città la parola decisiva spetta al Terzo Polo. A Bologna sono i grillini, con un sorprendente 10%, ad aver fatto traballare fino alla fine Merola.
La mappa delle 11 province al voto è ancora tutta da disegnare. Prima del voto, il centrosinistra governava in 7 e il centrodestra in 4 province. Al momento, è sicuro che in tre province si va al ballottaggio, mentre centrodestra e centrosinistra hanno conquistato 2 province ciascuno.
Per altre quattro amministrazioni provinciali i dati dello scrutinio sono ancora troppo esigui per attribuire vittorie e sconfitte. L'unico punto fermo e forte nelle grandi città è la vittoria di Piero Fassino a Torino. Col passare delle ore le proiezioni hanno confermato la scelta netta dei torinesi che hanno premiato il progetto «Gran Torino» con oltre il 57% dei voti.
Per il resto ogni scelta è rinviata a domenica 29 maggio. Da qui ad allora i riflettori sono puntati su Milano. Per Moratti la via è tutta in salita. Il Terzo Polo, come ha preannunciato Casini, lascerà a Milano libertà di voto con il che lasciando capire che considera entrambi i candidati poco moderati. (Fonte L'Unità 17.05.2011)

Nucleare, la Sardegna dice no. Affluenza record al referendum
Enorme affluenza e quorum raggiunto. Per il referendum consultivo regionale sul nucleare in Sardegna ha votato, alle ore 11, il 49,61% degli aventi diritto. Grande affluenza in provincia di Cagliari, dove si è recato alle urne questa mattina il 50,95% degli elettori, nel Nuorese il 50,48 per cento, nell`Oristanese il 49,42%, nel Medio Campidano il 52,62%, nella provincia di Carbonia-Iglesias addirittura il 56,81%, in provincia di Sassari il 44,08%, in Ogliastra il 50,73% e nella provincia di Olbia-Tempio il 47,29%. I dati sull`affluenza alle urne confluiscono dai Comuni direttamente al Servizio elettorale della Direzione generale della Presidenza della Regione. Ieri, nella prima giornata di apertura delle urne, il quorum si era attestato alla chiusura dei seggi al 39,82%, superando di oltre 6 punti percentuale quello di «almeno un terzo degli elettori» richiesto dalla legge regionale n. 20 del 1957 per considerare valida la consultazione referendaria. Oggi i seggi rimarranno aperti fino alle 15, seguiti dalle operazioni di scrutinio delle schede relative al referendum consultivo regionale che precedono, nei comuni interessati, lo spoglio delle schede per le elezioni comunali.
«Il superamento non solo del quorum, ma anche della metà degli aventi diritto al voto nel referendum consultivo sul nucleare in Sardegna, è la conferma indiretta ma evidente che il tentativo del governo Berlusconi di cancellare pro-tempore le norme sul programma nucleare è una truffa a danno dei cittadini per scongiurare il referendum nazionale di giugno». Lo dichiarano i senatori del Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante. «I cittadini sardi - argomentano - recandosi in gran numero alle urne hanno dimostrato che gli elettori non hanno bisogno di essere messi sotto tutela, e hanno invece rivendicato il diritto di decidere sul proprio futuro e sulla tutela della propria salute. A questo punto - concludono - è tanto più importante impedire lo scippo del referendum e contrastare il silenzio imposto sui temi referendari in gran parte di media».
Grande la soddisfazione delle associazioni ambientaliste - da Legambiente al Wwf - mentre per Leoluca Orlando dell'Idv: "dalla Sardegna viene un segnale incoraggiante per l'intero Paese. Il raggiungimento del quorum dimostra che la scelta nuclearista del governo è scellerata ed errata. Il voto sardo è un magnifico viatico per la consultazione referendaria del 12 e 13 giugno. Tutti i cittadini devono andare a votare in massa quattro si perchè il Paese non è chiamato ad esprimere un voto per eleggere qualcuno, ma è chiamato ad esprimere un progetto per le future generazioni» (Fonte L'Unità 16.05.2011)

Napolitano: “In altri paesi per gli scandali i parlamentari si dimettono”
Il Capo dello Stato a Firenze per i 150 anni dell'Unità d'Italia risponde agli studenti universitari. "Non rassegniamoci al divario tra Sud e Nord", dice. E sulla Libia: "L'Italia non ha dichiarato nessuna guerra"
“Faccio quello che posso e che devo fare secondo la Costituzione”. Giorgio Napolitano, a Firenze in occasione dei 150 anni dell’unità d’Italia, ha così risposto a un giovane universitario. “Sento la responsabilità e la fiducia che mi viene tributata dagli italiani di tutte le idee politiche e di tutte le condizioni sociali”. Non si è tirato indietro a nessun quesito. In merito agli scandali italiani, il Capo dello Stato ha fatto riferimento all’Inghilterra e agli scandali sulle note spese gonfiate. “In altri paesi i parlamentari investiti da uno scandalo si dimettono, mentre in Italia abbiamo uno scala di giudizio un po’ diversa”, ha detto. Napolitano ha poi puntato l’accento sulla necessità di non “svilire il ruolo del Parlamento” e ha detto che “cadono le braccia a vedere la presenza di così poche donne parlamentari”. Inoltre, l’inquilino del Colle, ha lanciato un monito sul federalismo, “non basta quello fiscale”, e ha invitato a fare attenzione “a parlare di sgretolamento dell’unità del paese”, puntualizzando come il debito “non è solo di Roma ma di tutta Italia” e che per quanto esista il divario tra Nord e sud “ma non bisogna rassegnarsi”. Infine la crisi in Libia, Napolitano, sempre rispondendo a una domanda di uno studente, ha voluto sottolineare che “l’Italia non ha dichiarato nessuna guerra”.
Il Capo dello Stato è stato accolto da una folla, tra applausi e bandiere tricolori a Palazzo Vecchio dove partecipa alle celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia. Napolitano è stato incitato dalle tante persone che lo attendevano in piazza Signoria con il grido “Bravo presidente, continua così”. Napolitano è stato accolto al suo arrivo dal presidente della Regione Toscana Enrico Rossi e dal sindaco di Firenze Matteo Renzi. Un lungo applauso ha accolto Napolitano anche all’ingresso al Salone dei Cinquecento, dove l’Inno di Mameli è stato eseguito da due fisarmonicisti, cantato da tutti i presenti in piedi.
Un incontro durato oltre un’ora, durante il quale il Capo dello Stato ha dunque affrontato diversi temi centrali dell’agenda politica nazionale e internazionale, assecondando la curiosità degli studenti universitari accorsi a Palazzo Vecchio per incontrarlo. Il ruolo istituzionale non ha ingessato il Presidente della Repubblica, che è apparso a suo agio anche a rispondere ai quesiti apparentemente più compromettenti, come sugli scandali che coinvolgono i politici. “Qualche tempo fa ha fatto molto clamore in Gran Bretagna, mentre da noi quel clamore sembrò eccessivo, perché abbiamo una scala di giudizio un po’ diversa. Era accaduto che alcuni parlamentari – ha detto – avevano abusato dei loro privilegi e quando furono scoperti seguirono le dimissioni di alcuni di loro e dello speaker del parlamento. Tra le spiegazioni che furono date ne ricordo una: quei poveri parlamentari inglesi erano demotivati perché i poteri della Camera dei comuni si erano ridotti in seguito a quel processo che ho descritto”, ha detto.
Napolitano ha poi risposto in merito ai poteri dello Stato, sottolineando come “in Italia il Parlamento non è condannato né destinato a sparire né a un esercizio povero e meschino delle sue facoltà”, ha detto. C’è un processo, non solo in Italia, ha spiegato il presidente della Repubblica, che porta ad un trasferimento di competenze a livello internazionale da una parte, e a livello locale dall’altra, con la devoluzione verso livelli istituzionali locali. (Fonte Il Fatto Quotidiano 12.05.2011)

Speciale elezioni: Un voto che può cambiare l'Italia

«Mi aspetto un segnale di inversione di tendenza, la caduta di un'illusione, la necessità di guardare avanti con una luce nuova». Il leader del Pd spera. «Non mi nascondo le difficoltà - ha spiegato Bersani - basta vedere la potenza di fuoco che il Pdl mette insieme come quando va in tv dieci volte ad uno». «È chiaro che è Davide contro Golia, ma può partire la fiondata». «Abbiamo la scheda elettorale in mano - ha detto nei giorni scorsi da Viareggio - adesso bisogna usarla bene per dare una spallata a Berlusconi».
UN TEST NAZIONALE PER GOVERNO E OPPOSIZIONE
La amministrative di domenica e lunedì sono un test nazionale. Lo sono per l’opposizione ma anche per il premier alle prese con la crisi economica e i processi. Lui stesso ha fatto della battaglia di Milano, la «madre di tutte le battaglie», lo ha ribadito più volte a partire dalla Convention di Milano per la ricandidatura, dell'attuale sindaco Letizia Moratti: «Le amministrative sono un test nazionale per il governo, sono elezioni cittadine ma forse sono di più elezioni nazionali». A tal punto l'appuntamento è di rilievo che Berlusconi ha deciso di «metterci la faccia», candidandosi come capolista del Pdl proprio a Milano, la sua città, e puntando a superare le 53 mila preferenze che conquistò nel 2006.
LE CITTA' DIVENTANO DECISIVE
Non c’è solo Milano nella sfida politica di primavera. Per risollevare le sorti dell'Italia si parta dal buon governo di città come Bologna, Torino, Milano, Napoli, ha scritto giorni fa Romano Prodi in una lettera inviata a Virginio Merola, candidato sindaco del centro sinistra alle elezioni amministrative di Bologna del 15 e 16 maggio 2011.
ANCHE PRODI "IN CAMPO" PER BOLOGNA
«Caro Virginio - scrive Prodi - la mia vita assai vagabonda mi terrà lontano da Bologna nei giorni della chiusura della campagna elettorale. La mia lontananza è però solo geografica perchè non ho mai cessato, neppure un giorno di fare il tifo per la vittoria del centrosinistra e del Pd, nella mia città come in tutto il Paese. Per risollevarne le sorti, si parta allora dal buon governo di città come Bologna, con Virginio Merola, come Torino, con Piero Fassino, Milano con Giuliano Pisapia, Napoli con Mario Morcone e in tutti quei paesi o città dove un nostro candidato si batte per vincere. Per ricostruire la speranza, per recuperare il rapporto con il territorio, per un nuovo sviluppo locale ancorato ai principi fondamentali della nostra Carta costituzionale che è - e rimarrà sempre - la base della nostra identità politica.»
ALLA PROVA L'ALLEANZA CON SEL E IDV
Il centrosinistra ha stretto quasi ovunque alleanze con Idv e Sel. In alcune città, come Grosseto, il Pd è alleato con l'Udc. A sinistra, puntano a vedere aumentato il rispettivo peso sia Antonio Di Pietro con l'Idv, che Nichi Vendola con Sel. Entrambi incalzati, però, sul fronte movimentista da Beppe Grillo, che gira per l'Italia in camper e tuona nei comizi contro i «morti» della politica. Anche il Terzo Polo affronta la sua prova più importante. Casini, Fini e Rutelli corrono uniti nelle grandi città e rischiano di essere determinanti in più di un caso. E a maggior ragione si porrà perciò il problema al ballottaggio: con il candidato del centrodestra o del centrosinistra? Ancora uniti o ognuno per sè? Si deciderà al momento opportuno, dichiarano per ora. Ma dolorose spaccature sono in agguato. Soprattutto dentro Fli, che non solo è al suo debutto elettorale, ma si prepara anche ad affrontarlo con una palese diversità di vedute.
LA LEGA FA TRABALLARE IL PDL AL NORD
La Lega punta a uscire dalle urne ancora più forte al Nord, ai danni anche del Pdl. E Bossi in persona da giorni fa la spola tra i suoi militanti: «Abbiamo in mano il Paese», ha detto arringando i suoi. La stessa linea dura sul no ai bombardamenti in Libia, è stata interpretata come un messaggio diretto agli elettori.
UN PO' DI NUMERI
Saranno quasi 13 milioni (12.794.652) gli elettori che voteranno, in 15.708 sezioni, il 15 e il 16 maggio (gli eventuali ballottaggi sono il 29 e 30 maggio) per rinnovare i consigli di 9 province (Vercelli, Mantova, Pavia, Treviso, Ravenna, Lucca, Macerata, Campobasso e Reggio Calabria) e in 1.177 comuni (di cui 23 capoluogo) nelle Regioni a statuto ordinario. Dei comuni, 1.055 sono inferiori ai 15 mila abitanti, 122 superiori. Quattro le città chiave in cui si giocherà la sfida elettorale: Torino, Milano, Bologna, Napoli. Per quanto riguarda le Regioni a statuto speciale, il 15 e 16 maggio si voterà anche per il rinnovo delle 2 Province di Gorizia e Trieste in Friuli Venezia Giulia e in 40 comuni, di cui 2 capoluogo: Pordenone e Trieste. Il 15 maggio (solo domenica) si voterà in un comune, Ayas della Valle d'Aosta; il 15 e il 16 maggio si voterà anche in 97 comuni della Sardegna, di cui 5 comuni capoluogo: Cagliari, Carbonia, Iglesias, Olbia e Villacidro. Il 29 e il 30 maggio si voterà infine in 27 comuni della Sicilia, tra cui 1 capoluogo, Ragusa. Complessivamente si voterà in oltre 1300 comuni e 11 province.
LE SFIDE PRINCIPALI
MILANO
I sondaggi della vigilia parlano di una Letizia Moratti in affanno, che potrebbe non vincere al primo turno, tallonata da Giuliano Pisapia, il candidato vendoliano la cui vittoria, alle primarie, è stata uno schiaffo per il Pd che aveva messo in campo, a Milano, Stefano Boeri. Al tempo stesso la candidatura della Moratti è stata mal digerita dalla Lega e il fatto che Umberto Bossi non si sia presentato in diverse occasioni pubbliche, a partire dall'avvio della campagna elettorale dell'attuale sindaco a Piazza San Babila, dimostra quanto sia forte il malumore del Carroccio. E così, per intercettare il popolo leghista, il sindaco nei giorni scorsi ha partecipato alla festa del Movimento dei Giovani padani della Lombardia. Per il Pd la vittoria a Milano, sarebbe la fine di un incubo durato 18 anni, da tanto il centrosinistra infatti non vince nel capoluogo lombardo.
TORINO
Il giovane assessore alla Cultura della Regione Piemonte, Michele Coppola contro l'ex ministro, Piero Fassino: non si gioca, però, sull'età anagrafica o sul curriculum la battaglia elettorale tra i due principali candidati alla poltrona di sindaco di Torino. Sono soprattutto due i temi protagonisti dei «botta e risposta» tra Coppola (centrodestra) e Fassino (centrosinistra): il debito della città e la questione del lavoro. Coppola, in campagna elettorale, non ha mancato di rimarcare che «Torino è la città più indebitata d'Italia. L'amministrazione comunale ha dovuto tagliare investimenti e spesa corrente su molti importanti settori: dalla manutenzione delle strade alla cultura, dalle infrastrutture ai servizi alle persone». Fassino, proponendosi agli elettori come «erede» dell'amministrazione Chiamparino, puntualizza: «Il debito del Comune di Torino non deriva dal fatto che si sono sprecati soldi o dall'aumento della spesa corrente. Torino ha un debito significativo perchè ha investito per costruire la metropolitana, il passante ferroviario, l'inceneritore e le opere per le Olimpiadi. Tutte cose che resteranno nel tempo e aumentano la patrimonialità del Comune». Discordi i due candidati anche sulle cifre: è 5 miliardi di euro il debito per Coppola, 3,5 miliardi per Fassino «a fronte - spiega il candidato di centrosinistra - di una patrimonialità di 10 miliardi di euro. Il debito sarà ripianato, ci sarà un programma pluriennale di rientro». Altra questione che sta particolarmente a cuore ai due candidati è il lavoro.
BOLOGNA
La città tornerà ad avere un governo eletto dopo 16 mesi di purgatorio che hanno lasciato più di qualche segno. Il centrosinistra aveva deciso di puntare tutto su Maurizio Cevenini, popolarissimo ex presidente del consiglio comunale, recordman di matrimoni celebrati e di preferenze incassate. Ma lui quando è stato colpito da un malore ha deciso di rinunciare al sogno di una vita. Dalle primarie è così uscito vincitore Virginio Merola, ex assessore di Cofferati, che prima di affermarsi sulla candidata prodian-vendoliana Amelia Frascaroli, si è imposto sulla debole concorrenza interna al Pd. Il Pdl, invece, i mesi del commissariamento li ha passati a litigare ed a bruciare nomi. Alla fine, dopo aver cercato, invano, di convincere la stessa Cancellieri, si è ritrovato schiacciato fra le candidature già fatte di Stefano Aldrovandi (pupillo dell'ex sindaco di Guazzaloca, e sostenuto dal terzo polo che a Bologna intende misurare la propria forza) e quella di Manes Bernardini, giovane avvocato leghista dai modi garbati, sceso in campo prima che Bossi e Berlusconi definissero l'accordo, centravanti dell'assalto del Caroccio alla città simbolo della sinistra. Alla fine, non senza qualche mal di pancia, il Pdl ha deciso di schierarsi con Bernardini, per doveri di lealtà verso la coalizione. Bernardini e Aldrovandi puntano entrambi al ballottaggio: se Merola non dovesse farcela al primo turno, molto probabilmente dovrà vedersela con il leghista. L'ago della bilancia, però, potrebbe essere il Movimento 5 stelle: gli adepti di Beppe Grillo schierano Massimo Bugani e puntano a ripetere l'exploit delle regionali dell'anno scorso, quando a Bologna, superarono l'8%.
NAPOLI
Undici i candidati in campo (anche se la lista Lega Italia che fa capo all'avvocato Taormina è sub iudice). Il Pdl si è affidato alle doti da manager di Gianni Lettieri, ex numero uno degli industriali partenopei. A lui Silvio Berlusconi (che sembra gli abbia dato anche alcuni suggerimenti estetici per catturare l'elettorato) ha affidato il compito di consegnare al centrodestra la città simbolo del governo di centrosinistra negli ultimi sedici anni (sei a guida Bassolino e dieci con Rosa Russo Iervolino). La candidatura dell'imprenditore molto stimato da Gianni Letta ha provocato il malumore di chi, all'interno del Pdl, sognava l'investitura ma ancor di più quello dei colleghi industriali che hanno in Antonio D'Amato un portavoce assai poco tenero nei confronti di Lettieri. Conquistare Napoli, per il Pdl, sarebbe la spallata definitiva dopo aver già messo la propria bandierina su Regione e Provincia. Il partito democratico, dopo il fallimento delle contestate primarie che avevano incoronato un campione della preferenza come Andrea Cozzolino, si è ricompattato attorno alla figura dell'ex prefetto antiracket Mario Morcone. Ma la spaccatura interna è ancora evidente. Chi cercherà di approfittare delle lacerazioni del Pd è Luigi De Magistris. L'ex pm dell'Italia dei Valori, stando ai sondaggi, contenderà a Morcone la seconda fila per andare al ballottaggio con Lettieri. La sua campagna elettorale all'insegna della discontinuità affascina lo zoccolo più duro della sinistra e i delusi dal Pd. Quarto incomodo il candidato del terzo polo, il rettore dell'Università di Salerno, Raimondo Pasquino. In gara c'è anche Clemente Mastella che prova da Napoli a riportare il suo Udeur al centro dell'agone politico dopo la bufera giudiziaria che lo ha travolto.
CAGLIARI
Corsa a nove per le Comunali di Cagliari del 15 e 16 maggio. Ma i favoriti sono due: Massimo Fantola, leader dei Riformatori a capo di una coalizione di centrodestra con undici liste, e Massimo Zedda, giovane esponente di Sel, candidato sindaco del centrosinistra, vincitore a sorpresa delle primarie che hanno visto affondare il superfavorito del Pd, un calibro da novanta come il senatore Antonello Cabras. A Cagliari, dal 1994, non c'è mai stata storia: ha sempre vinto il centrodestra. . La speranza di riscatto per il centrosinistra arriva dal trentacinquenne consigliere L'outsider targato Vendola ha la faccia pulita di un giovane che si è formato politicamente con la sinistra: figlio dell'ex segretario cagliaritano del Pci, lui stesso dirigente locale del Pds e dei Ds. Ha anche un passato da attore, ma anche da precario con contratti co.co.co e co.co.pro. I sondaggi al momento sembrano premiare il suo impegno.
REGGIO CALABRIA
Sarà una sfida a due, quella per la presidenza della Provincia di Reggio Calabria, tra l'uscente Giuseppe Morabito, del centrosinistra, e Giuseppe Raffa, del centrodestra, attuale sindaco della città capoluogo. Ma attenzione all'outsider Pietro Fuda, anche lui sostenuto da una coalizione di centrosinistra. Con un centrosinistra spaccato in tre (Idv e Sel presentano un proprio candidato), Morabito, del Pd, essendo presidente uscente, è uno dei favoriti di diritto. A suo sostegno si schierano sei liste. Oltre al partito di Bersani, ha l'appoggio di Rifondazione comunista, Psi-Mpa, Pdci, Morabito presidente, Patto per Morabito. Il suo principale antagonista è Raffa, divenuto sindaco di Reggio lo scorso anno dopo l'elezione alla presidenza della Regione Calabria di Giuseppe Scopelliti. Dieci le liste che lo sostengono, tra le quali l'Udc, che in Calabria ha confermato anche per questo turno di amministrative l'accordo siglato con il Pdl in occasione delle elezioni regionali dello scorso anno.
POCHE LE DONNE CANDIDATE
Hanno un bel disquisire, in Parlamento, su quote rosa e diritti delle donne: governare resta cosa da uomini e i numeri lo dimostrano: alle prossime elezioni amministrative, su un totale di circa 1300 comuni interessati dal rinnovo dei sindaci, 800 vedono una sfida tutta al maschile, senza cioè alcun candidato donna. Il dato emerge da uno studio fatto dall'Anci in base ai dati ufficiali forniti dal ministero dell'Interno. Secondo l'analisi statistica, il totale dei candidati a sindaco è di 3976, di cui 3419 maschi, (circa l'86%) 557 femmine (circa il 14%). A primeggiare nella classifica del mancato rispetto delle quote rosa è la Campania, con 30 donne in corsa per le 151 poltrone da sindaco disponibili, che dovranno vedersela contro 385 candidati maschi, con una sproporzione del 7% contro il 93%. Di contro, palma d'oro della democrazia paritaria va alle Marche, dove sui 29 comuni in rinnovo di cariche, corrono 77 candidati sindaco, di cui 'ben' 15 donne contro 62 uomini, (19,5% contro 80,5%). In 800 Comuni, sparsi nelle 18 regioni interessate al voto, poi, la sfida è proprio tutta al maschile: i casi più eclatanti riguardano 8 dei 30 capoluoghi di Provincia al voto: Trieste, Pordenone, Latina, Benevento, Napoli, Catanzaro, Reggio Calabria e Carbonia, che non vedono alcun candidato di sesso femminile. Assenza assoluta di donne anche in tutti i Comuni al voto delle provincie di Aosta, Trieste, Prato, Pescara, Brindisi e Ogliastra. (Fonte L'Unità 12.05.2011)

10 LINK PER APPROFONDIRE

1) La comunità ebraica contro il candidato filo-Hitler

2) Il rock suona per Pesapia

3) Bobo Maroni fa campagna nei commissariati

4) Intanto Formigoni balla con i social network...

5) Voto napoli, Berlusconi rimanda l’esercito

6) Zedda e il lavoro a Cagliari

7) Bersani e la sfida Toscana

8) I manifesti anti-pm e il caso Lassini

9) La figlia del boss nelle liste Pdl

10) Donna Letizia si tinge di verde leghista
 

Bersani: «Il contratto di Silvio? Ricco solo lui»
C’è un decennale che ricorre in questi giorni ma che Berlusconi si è guardato bene dal celebrare. Ci ha pensato Bersani a ricordarlo. L’8 maggio di dieci anni fa l’allora leader di Fi firmava davanti a un gongolante Bruno Vespa il «Contratto con gli italiani», promettendo che se non avesse realizzato quattro dei cinque punti previsti non si sarebbe ricandidato.
Cinque giorni dopo vinceva le politiche, poi ricandidandosi per altre due volte, nonostante non siano state mantenute le promesse sul fisco, sulla sicurezza, sulle pensioni, sull’occupazione e sui cantieri delle Grandi opere. «È l’anno decimo dell’epoca Berlusconi, ma che cosa abbiamo portato a casa di quel contratto?» domanda retoricamente Bersani partecipando ad iniziative elettorali in vista del voto di domenica e lunedì. Per il leader del Pd non è casuale che nessuno nel centrodestra abbia «enfatizzato questo anniversario»: «Il contratto è venuto meno e nel frattempo lui ha fatto soldi e soprattutto ha salvato la pellaccia». Basta guardare all’andamento patrimoniale del Biscione e di chi ora si diverte a dire (lo ha fatto Berlusconi al comizio di ieri a Crotone) che da capo del governo guadagna tremila euro al mese: «Sono troppi? Li farò ridurre. Sia lo stipendio da presidente del Consiglio che quello da parlamentare lo destino tutto alla beneficenza». O basta guardare alle leggi ad personam approvate in questi dieci anni, tutte utili a salvaguardare dai processi chi continua ad attaccare (anche questa è di ieri) «i pm di sinistra che sono una malattia della democrazia».
IL NUOVO NOTAIO
Bersani guarda al tempo passato invano mentre i problemi del paese si sono andati complicando: «I danni, adesso, chi li paga?». E bolla come «imbroglione e imbonitore» Berlusconi, che dice che la sinistra introdurrà la patrimoniale se dovesse vincere. Il leader del Pd guarda con ottimismo al voto, che può dare «un segnale di inversione di tendenza», perché «il nuovo notaio, stavolta, saranno gli elettori». Il leader del Pd sa che la partita sarà resa difficile dallo squilibrio di forze, sia dal punto di vista della disponibilità economica per le spese elettorali che per via dell’«informazione da Bielorussia» che sta andando in onda in questi giorni (e nell’opposizione si fanno poche illusioni su una correzione di rotta a ridosso del voto, nonostante la sanzione al Tg1 da parte dell’Agcom).
«È chiaro che siamo come Davide contro Golia - dice Bersani - ma può partire la fiondata. La fionda che abbiamo in mano è la ragione contro il fallimento di una promessa con cui è stata ingannata l'Italia». Il leader del Pd in questi giorni di campagna elettorale in giro per l’Italia si sta «divertendo» a fare un test che racconta lui stesso: «Sto chiedendo alle persone di associare qualcosa al nome di un politico. Quando ho detto Prodi, la risposta è stata la riforma dell’euro. Sul mio nome hanno detto le liberalizzazioni. Con Berlusconi tutti hanno detto Ruby». Risate, ma non solo. «Al di là della battuta, è la dimostrazione di come il premier in questi anni, pur avendo un potere illimitato, di fatto non ha deciso niente ed ha distolto il Paese dai problemi reali con le sue vicende personali». Deciderà bene il «nuovo notaio»? Bersani: «La fiducia non mi manca». (Fonte L'Unità 11.05.2011)

Napolitano difende i giudici
Il Colle: «No alla rottura della legalità». Fini contro il Cav.
I giudici? «Un cancro della democrazia» che per ben «26 volte» avrebbero tentato di farlo fuori, politicamente, si presume. Ma «se anche uno di questi tentativi fosse andato a buon fine io non sarei più nella vita politica».
Secondo un canovaccio ormai consueto e consolidato anche nel corso della kermesse del 7 maggio al Palasharp di Milano cui è intervenuto per tirare la volata al candidato sindaco di area pidiellina Letizia Moratti  il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non si è astenuto dal lanciare violenti strali nei confronti del suo nemico numero uno: la magistratura «comunista».
Ma ai suoi attacchi in cui ha parlato di una «democrazia malata» dove la sovranità anziché al popolo spetta «ai pubblici ministeri di sinistra» e casomai alla «Corte costituzionale che ha una maggioranza di sinistra» ha replicato con durezza l'8 maggio il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
«Dai magistrati un contributo di fermezza e coraggio»
Lo ha fatto in modo indiretto nel suo contributo al volume «Nel loro segno», curato dal Consiglio superiore della magistratura (Csm) a memoria dei 26 magistrati vittime del terrorismo e delle stragi di mafia e presentato in occasione della Giornata della memoria a loro dedicata del 9 maggio.
«Già negli anni scorsi», ha scritto Napolitano, «ho voluto mettere l'accento sul sacrificio degli uomini di legge, per sottolineare come da magistrati, avvocati, docenti di diritto venne un contributo peculiare di fermezza, di coraggio e insieme di quotidiana serenità e umanità nello svolgimento di una funzione essenziale per poter resistere all'ondata terroristica e averne ragione».
BALUARDO CONTRO IL TERRORISMO. «Negli anni degli attentati terroristici», ha ricordato il Capo dello Stato, «l'Italia corse rischi estremi. Sapemmo uscirne nettamente, pur pagando duri prezzi, e avemmo così la prova di quanto profonde fossero nel nostro popolo le riserve di attaccamento alla libertà, alla legalità, ai principi costituzionali della convivenza democratica, su cui poter contare».
«Ebbene», ha concluso, «quelle riserve vanno accuratamente preservate, ravvivate e messe in campo contro ogni nuova minaccia nella situazione attuale del Paese e del mondo che ci circonda»
«NO ALLA ROTTURA DELLA LEGALITÀ. IN QUALUNQUE FORMA». Napolitano ha poi lanciato un monito: «No alla violenza e alla rottura della legalità in qualsiasi forma: questo è un imperativo da non trascurare in nessun momento, in funzione della lotta che oggi si combatte, anche con importanti successi, soprattutto contro la criminalità organizzata, ma più in generale in funzione di uno sviluppo economico, politico e civile degno delle tradizioni democratiche e del ruolo dell'Italia».
«ATTENTI AI FOCOLAI DI FANATISMO». «È necessario», ha dichiarato il Presidente, «tenere sempre alta la guardia sia contro il riattizzarsi di focolai di fanatismo politico e ideologico sia contro l'aggressione mafiosa».
L'intervento di Napolitano è proseguito ricordando «la funzione dell'amministrare la giustizia secondo legge e secondo Costituzione, sempre, contro ogni minaccia e ogni prevaricazione».
Fini: «Il premier delegittima la magistratura»
Una critica alle parole del Cavaliere si era fatta sentire anche da parte del presidente della Camera Gianfranco Fini, che ha dichiarato: «Berlusconi deve smettere di pensare che i magistrati ce l'abbiano con lui per ragioni politiche e, come le cose dimostrano, anche seci sono processi in corso si può continuare tranquillamente a governare perché non vi è alcun tipo di impedimento».
Il leader di Fli, a Cagliari per presentare il suo libro L'Italia che vorrei, ha concluso lanciando un appello «alla responsabilità di tutte le parti per staccare la spina, altrimenti si va verso il cortocircuito».
LA GIORNATA DELLE VITTIME. Ma non ha risparmiato una battuta in merito alla presa di posizione del premier sui magistrati: «Non posso pensare che il presidente del Consiglio si scagli contro i magistrati delegittimando tutto il corpo della magistratura», ha dichiarato ricordando che il 9 maggio è l'anniversario dell'uccisione di Aldo Moro e l'Italia si fermerà per commemorare le vittime del terrorismo tra cui vi sono anche diversi magistrati.
Vietti: «Ignobile l'equiparazione alle Br»
Ancora più dirette le parole con cui il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura Michele Vietti ha introdotto il volume redatto per il Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo: «È importante evitare ignobili provocazioni», ha sottolineato, «che equiparano Brigate Rosse e magistrati».
«INACCETTABILE STRUMENTALIZZAZIONE». Vietti ha poi proseguito: «Quando si toccano gangli vitali della vita democratica di un Paese, intrecciati per di più con drammatiche vicende destinate a rimanere ferite aperte nella coscienza collettiva di un popolo e nel cuore dei familiari delle vittime dei nemici dello Stato, le analogie non possono essere utilizzate né per facezia né tanto meno per inaccettabili strumentalizzazioni».
Già nel corso della giornata di sabato 7 maggio le repliche di Michele Vietti a Silvio Berlusconi non si erano tuttavia fatte attendere: «I magistrati sono il presidio della legalità che è la condizione perché ci possa essere un'ordinata vita comune», aveva dichiarato a margine della sfilata degli Alpini (leggi l'articolo) a Torino, ricordando che la scelta della Presidenza della Repubblica di dedicare la giornata della memoria ai magistrati caduti sotto i colpi degli estremisti  e della mafia «non è casuale».
«In questo momento», ha aggiunto il vicepresidente, «è importante ricordare che anche i magistrati, oltre a tante altre categorie di servitori dello Stato, sono arrivati fino al sacrificio della vita per difendere le istituzioni».
«CONDOTTE CARICHE DI DISVALORE». «Siamo talora inclini», è la riflessione di Michele Vietti, «a pensare più agli errori e alle colpe, alle storture ed alle lungaggini che certamente esistono e vanno eliminati. Ma non dobbiamo mai dimenticare che esistono condotte cariche di disvalore, condotte che ci offendono, che toccano in modo illegittimo gli interessi della nostra vita quotidiana».
Per Vietti «non è immaginabile una convivenza sociale senza giustizia, perché non vi potrebbe essere organizzazione sociale senza regole e senza lo strumento che le fa essere cogenti».
Galli: «L'attacco continuo porta i giudici a chiudersi»
Senza concessioni né esitazioni anche la replica datata sempre al 7 maggio di Alessandra Galli, figlia del giudice ucciso da Prima linea nel 1980 e a sua volta magistrato. Delegittimare i giudici «è un grave errore», ha dichiarato al Corriere della Sera.
«Il continuo attacco esterno», ha detto Galli alla vigilia della giornata della memoria delle toghe vittime del terrorismo, «porta la magistratura a chiudersi in sé e a non riflettere sui propri limiti. L'idea di una magistratura consapevole di rappresentare un baluardo della democrazia, della tenuta delle istituzioni» ha spiegato Galli «ha preso piede ai tempi di mio padre ed è ancora oggi molto presente».
«GLI STESSI PRINCIPI DA DIFENDERE». «Allora», ha proseguito, «le derive cui resistere erano di un certo tipo, oggi di un altro, ma i principi da difendere sono gli stessi. Adesso però c'è un sentimento diffuso di delegittimazione della categoria, che parte dalla classe politica e arriva alla gente comune e sinceramente mi sconcerta, come giudice e come cittadino. Sento parlare di riforme che certo non aiuterebbero il nostro lavoro» ha osservato «e porterebbero i magistrati a essere dei burocrati. Abbiamo delle pecche» ha aggiunto «ma non è con la delegittimazione che si possono sanare».
Sugli ex terroristi, la figlia del giudice ucciso da Prima Linea ha affermato: «Ritrovarmeli come oratori a un convegno in giacca e cravatta mi disturberebbe molto».
Il Pd: «Berlusconi sta attuando il piano della P2»
«Il nuovo richiamo del Presidente della Repubblica a tenere alta la guardia contro il fanatismo politico pronunciato in occasione della Giornata della memoria dedicata alle vittime del terrorismo è al contempo, ancora una volta, il grido di dolore di una persona saggia che ha vissuto in modo pieno la storia della Repubblica italiana, e il puro esercizio del ruolo di garante della Costituzione».
«PREMIER INCENDIARIO». Lo ha dichiarato il deputato del Partito democratico (Pd) Dario Ginefra che ha poi aggiunto: «Il Presidente Napolitano è chiamato a difendere le istituzioni repubblicane dal fuoco degli strali irresponsabili di un quantomai incendiario Presidente del Consiglio».
Ginefra si è spinto oltre: «Sembra di essere alle prese con la messa in atto del Progetto della Propaganda 2 del Maestro Venerabile Gelli a opera di alcuni dei suoi più fieri sostenitori. E il richiamato contributo di fermezza e coraggio dato dai magistrati italiani e la loro funzione essenziale nella resistenza a quanti volevano rovesciare lo Stato democratico con le armi, deve essere alla base del lavoro di tutti coloro che sono impegnati ad operare nella sfera pubblica nel nome del popolo sovrano». (Fonte Lettera43 08.05.2011)

Domani sciopero generale, in piazza anche il Pd
Non si contano più le volte che il governo ha annunciato la «svolta» sull’economia, sullo sviluppo. Agli annunci sono seguite solo «manovre» miliardarie di tutte le fogge, con annessi tagli e stangate. L’ultima verrà presentata a giugno mentre oggi Tremonti illustra un decreto che verosimilmente accompagnerà con i soliti toni enfatici, del resto siamo in campagna elettorale. Per la «svolta» che non c’è e che dovrebbe esserci domani la Cgil sciopera e torna in piazza. Sono dodici i punti posti a base della protesta, a cominciare dal fisco che dovrebbe essere più equo, uno «strumento di giustizia sociale» chiede la Cgil che indica il lavoro «come via per la crescita».
Lo sciopero è di quattro ore, otto per i metalmeccanici, per gli edili alle prese con una crisi che non dà tregua. Si fermano per l’intera giornata i bancari, i lavoratori delle poste e dell’intero comparto delle telecomunicazioni. Anche i lavoratori della Rai si fermeranno e quelli dello spettacolo e cultura. Sciopero per l’intera giornata anche per la scuola e il pubblico impiego che alle «buone ragioni» di Corso d’Italia, aggiungono le proprie, a cominciare dal rinnovo dei contratti del settore bloccati dalla manovra (appunto) dell’estate scorsa. Il commercio e turismo, con i suoi tre milioni di addetti un contratto ce l’ha: l’hanno firmato Cisl e Uil nei mesi scorsi, senza la categoria della Cgil che domani protesta per otto ore. Negli ospedali saranno garantite le prestazioni essenziali. Nei trasporti lo stop sarà di 4 ore: dalle 10 alle 14 in quello aereo; dalle 14 alle 18 in quello ferroviario. Bus e metropolitane si fermeranno con orari variabili per città e nel rispetto delle fasce di garanzia. Decine di manifestazioni si terranno in altrettante piazze d'Italia. Susanna Camusso parlerà a Napoli.
«Trentasei mesi di governo Berlusconi - sottolinea il sindacato - hanno seriamente impoverito il paese. L'economia è depressa, la disoccupazione aumenta così come la pressione fiscale. I lavoratori subiscono l'abbassamento delle tutele e la cancellazione dei diritti». Si tratta del quarto sciopero della Cgil dall'insediamento di Berlusconi e il primo guidato da Susanna Camusso.
Il governo e le imprese
«Lo abbiamo indetto per chiedere un cambiamento della politica economica, scelte sul fisco e sul lavoro. Quindi ovviamente il primo interlocutore è il governo», ha spiegato ieri Camusso. «Il nostro interlocutore è anche il sistema delle imprese che - ha aggiunto- invece di rivendicare politiche di crescita hanno scaricato sui lavoratori molti dei costi di questa crisi». Alla domanda se, a Torino, lo sciopero sia anche contro la Fiat, Camusso ha risposto: «Uno sciopero generale ha come obiettivo unificare le condizioni dei lavoratori. Il tema non è chi sta peggio, ma come dall'unità tra i lavoratori si parta per ricostruire una situazione positiva».
L’unità non è cosa di questi tempi. Che sia necessaria lo dicono tutti, il presidente Giorgio Napolitano l’ha messa al centro del suo messaggio ricevendo i leader sindacali per il Primo maggio. Ma al momento si procede separatamente: la Cgil sciopera, mentre Cisl e Uil hanno organizzato una mobilitazione per il 18 giugno per chiedere una riforma sul fisco e le misure per la crescita. Il Pd sarà all’una e all’altra iniziativa. Ieri il segretario Pier Luigi Bersani e il responsabile economico, Stefano Fassina hanno comunicato il sostegno del partito allo sciopero di domani. «Io sostengo tutte le iniziative che mettono al centro il lavoro», ha detto Bersani. «Dobbiamo tutti parlare del problema lavoro, un lavoro che non c'è, ce n'è poco, una disoccupazione giovanile troppo alta». Segue il suggerimento a non far polemiche e a non dividersi. Oltre a Fds e Idv, appoggia la Cgil Sinistra Ecologia Libertà: «La Cgil dice che lo sciopero generale è stato proclamato per responsabilità ed amore verso il nostro Paese - spiega -. Noi siamo d'accordo'. (Fonte L'Unità 05.05.2011)

Il bavaglio Rai al concertone del Primo Maggio
Cantanti e artisti obbligati a firmare una liberatoria: vietato parlare di politica
Il classico concertone del Primo maggio è piaciuto a chi l’ha visto sul divano e a chi era in piazza San Giovanni. Ma nessuno dei cantanti e dei comici ha potuto informare i cittadini-spettatori (2,5 milioni da casa) che il prossimo 12 e 13 giugno ci sarà un referendum sul legittimo impedimento, sulla privatizzazione dell’acqua e sull’energia nucleare. Nessuno ha potuto sfiorare l’argomento perché la Rai, che ha trasmesso l’evento comprandone i diritti per 700 mila euro, ha obbligato i partecipanti a firmare una liberatoria che vietava di esprimere valutazioni sul prossimo voto amministrativo o di parlare anche genericamente dei referendum. Una decisione imposta a Raitre dalla direzione generale di viale Mazzini, proprio nei giorni del cambio di guardia tra il dimissionario Mauro Masi e il probabile successore, il vicedirettore Lorenza Lei.
La manifestazione di piazza San Giovanni rientra nel periodo di par condicio sia dei referendum e sia del voto nei comuni e nelle province italiane, ma la legge non vieta a cantanti, comici e artisti di discutere del rischio nucleare o della complessa questione dell’acqua, proprio perché non sono politici. Vince la strategia del governo che vuole insabbiare il triplo referendum: da una parte impedisce alla commissione parlamentare di Vigilanza Rai di approvare il regolamento per indicare come e quando istituire programmi di informazione sul tema, d’altra con le liberatorie vieta a chiunque vada in televisione di far nemmeno un cenno all’esistenza della consultazione del 12 e 13 giugno.
E così sul concertone, fatto di musica, emozioni, ricordi e Unità d’Italia, è calata una campagna di vetro per aiutare il governo a boicottare il referendum. Tutti coloro che hanno intrattenuto la piazza e il pubblico da casa per dieci ore – dal presentatore Neri Marcorè ad Ascanio Celestini - sono stati costretti a peripezie retoriche per toccare l’attualità che il governo cerca di nascondere. Paolo Ruffini, direttore di Raitre, precisa che si trattava di “normale prassi”. Ma Antonio Di Pietro (Idv) la pensa diversamente: “La liberatoria è una illegalità. E’ curioso che si applichi solo la parte proibitiva del regolamento, peraltro non ancora approvato”. E oggi si riunisce la commissione di Vigilanza che proverà, nonostante l’ostruzionismo della maggioranza di Pdl e Lega, a far approvare il regolamento per dare spazio e dignità al referendum nel servizio pubblico. Il presidente Sergio Zavoli rassicura: “Di fronte a un problema che è anche di urgenza se necessario provvederemo a riunirci ad oltranza”. Dietro le quinte era un continuo vociare sopra i decibel del palco. Ascoltavi i cantanti, gli artisti presenti parlare tra loro, confrontarsi, cercare di capire il perchè di questa liberatoria, di questa forma di bavaglio imposta dalla Rai.
Così ecco Enrico “Erriquez” Greppi, frontman franco-lussemburghese-fiorentino dei Bandabardò raggiungere le telecamere del Fatto per rassicurare: “Noi comunque il nostro messaggio lo lanceremo alla piazza”. O Ascanio Celestini espiremere tutto il suo sconcerto: “È una vergogna, non possiamo parlare di referendum. Ma che democrazia è questa?”. E ancora Gherardo Colombo, Eugenio Finardi e Luca Barbarossa, pronti a unirsi al coro. Nel frattempo gli organizzatori del concerto si muovevano tra le quinte per spiegare, rassicurare, scaricare ogni responsabilità. Insomma, per dire a tutti: “Non è colpa nostra, non c’entriamo niente”. All’interno dell’area privata, erano bandite anche le bandiere con la scritta “sì”, le uniche visibili, eccole lì tra il pubblico, appese a qualche lampione, mai inquadrate dalle telecamere. Sempre par condicio. In mezzo Antonio Di Pietro, presente già alle prime ore del concerto: è lui a portare la politica dentro, a confermare l’appoggio totale ai tre quesiti, a denunciare il silenzio. Un silenzio obbligato. (Fonte Il Fatto Quotidiano 03.05.1962)

Digitale terrestre, primo round
Oggi a Portogruaro Rai e Comitato Utenti di fronte al giudice
Questa mattina alle 11,30, davanti al giudice di pace Federico Barbarossa, dovranno apparire i rappresentanti della Rai ed i membri del Comitato sorto per i disagi del digitale. E’ questo il primo importante traguardo raggiunto dal Comitato che è riuscito, contro ogni previsione, a promuovere un’azione legale, con lo studio Gobbato e Riotto, nei confronti del colosso Rai. Ed è già un successo in quanto con le ultime denunce raccolte sono oltre tremila i cittadini che hanno sostenuto l’impegno del Comitato. Molti di loro, non ricevendo il segnale televisivo, hanno provveduto a proprie spese alla sostituzione dell’antenna, convinti di poter ottenere quel contributo promesso con lo stanziamento di 30 milioni di euro da parte del Governo. Ora attendono la decisione del giudice, ma mentre nel portogruarese comuni e privati si sono impegnati per risolvere la questione del digitale, dal vicino Friuli tutto tace anche se la loro situazione è ancora peggiore e nonostante la disponibilità del Comitato ad unire le rivendicazioni, il problema dei cittadini non sembra avere la giusta priorità. «Quello che mi ha sorpreso - spiega Gianfranco Battiston, presidente del Comitato - è il fatto che la Regione Friuli ha in programma una convenzione per 500.000 euro annui con la Rai, per dotare tutti gli utenti friulani della parabola, in un momento in cui la Corte dei Conti sta verificando la sua posizione finanziaria». Non è dato sapere ancora le intenzioni della Rai visto che i suoi legali non hanno nemmeno chiamato lo studio Gobbato e Riotto per essere informati sulla posizione che il Comitato intenderà tenere, d’altronde la Rai ha evitato il dialogo, né si è presentata agli incontri tecnici. (Fonte La Nuova Venezia 28.04.2011)

1° maggio, Camusso attacca: «Renzi provoca e cerca visibilità»
Matteo Renzi «sbaglia» sul Primo maggio, questione su cui provoca e cerca visibilità. È l'opinione del segretario generale della Cgil Susanna Camusso sui negozi aperti nel centro storico di Firenze nel giorno della festa dei lavoratori.
«Nell'idea di Renzi di aprire i negozi del centro storico il Primo maggio - ha spiegato Camusso a margine di un attivo sindacale - ci sono degli elementi di provocazione e ricerca della visibilità, ma al fondo - ha aggiunto - c'è davvero un'idea sbagliata che continua a evidenziarsi spesso nelle politiche delle amministrazioni».
«Si pensa che siccome c'è la caduta dei consumi allora si aprono di più i negozi e i consumi risalgono, ma non è vero. La ragione della caduta dei consumi - ha continuato Camusso - è che sono diminuiti i redditi e c'è la crisi». Camusso ha evidenziato che «in qualche occasione nei toni del sindaco di Firenze abbiamo notato una volontà dissacratoria che devo dire sarebbe bene che usasse per altro, perchè di dissacratori del lavoro - ha concluso - ne abbiamo fin troppi». (Fonte L'Unità 22.04.2011)

1° maggio, sindacati contro Renzi
Niente da fare, il Primo maggio rimane la festa dei lavoratori e lo shopping in quel giorno non s‘ha da fare. Il sindacato toscano in modo unitario, ed è già una notizia di questi tempi, dichiara guerra all’apertura dei negozi nelle città e proclama lo sciopero regionale in tutti i comuni toscani che decideranno invece di aprire il bandone.
Nel mirino Firenze, dove l’ordinanza del sindaco Matteo Renzi, favorevole all’apertura, è già stata al centro di feroci polemiche, con il sindacato schierato compatto per una mobilitazione cittadina in un primo tempo, divenuta in seguito sciopero regionale, e Renzi che ha accusato di indire uno sciopero ad personam. Amministrazioni comunali e sindacato su fronti opposti anche a Siena e a Massa Carrara dove le ordinanze lasciano ai negozi facoltà di aprire. Lo stesso vale per molte località della costa, sul versante pisano e lucchese, in Versilia, a Viareggio e a Forte dei Marmi, ma anche a Pietrasanta, e a Castiglione della Pescaia e a Follonica per il grossetano. Serrande chiuse a metà ad Arezzo dove in realtà il sindaco ha optato per la chiusura, ma poi la coincidenza con la tradizionale fiera dell’artigianato, come ogni prima domenica del mese, ha prodotto un accordo che prevede l’apertura per le attività commerciali situate in prossimità dell’area della fiera, ma esclusivamente per quelle che vendono artigianato e prodotti tipici. La posizione non soddisfa affatto gli altri commercianti, tanto che ancora potrebbe non essere ancora detta l’ultima parola. «C’è un gran subbuglio - dice Viviana Romanotti della Filcams Cgil di Arezzo - il sindaco ci ha riconvocati per domani, staremo a vedere». Insomma, i negozianti aretini tirano in ballo i turisti, a dir loro bisognosi di acquisti nel giorno del Primo maggio, e premono per tenere aperto il negozio, tutti, indipendentemente dai generi venduti. Per vedere come andrà a finire, sarà necessario attendere ancora qualche giorno.
A portare alta la bandiera della rossa toscana rimangono invece, Livorno e Pistoia, compresa Montecatini, e le città di Grosseto, Pisa e Lucca che tuttavia, hanno previsto deroghe per la costa. Infine, sorpresa delle sorprese, sale sul carro dei lavoratori la città di Prato, governata dal centro destra. Uno smacco secondo il sindacato, uno schiaffo a tutti quei comuni di centro sinistra che di anno in anno si stanno attrezzando per demolire pezzo per pezzo un patrimonio giudicato sacro e inviolabile solo poco tempo fa. «La verità è che deleghiamo alle amministrazioni di destra la difesa del Primo maggio», dice il segretario regionale di Fisascat Cisl Carlo Di Paola.
Ma il sindacato non è disposto a cedere terreno, non su questa battaglia e non ora che il tema del lavoro è diventato uno spartiacque generazionale tra i contrattualizzati di ieri, sempre meno, e i precari di oggi che invece crescono a dismisura.
Una guerra simbolica, ma tenace che assume di giorno in giorno toni sempre più aspri e della quale il sindaco di Firenze Renzi, per il secondo anno schierato per l’apertura, è stato protagonista fin dall’inizio, dando il via a un vero braccio di ferro con il sindacato. «Il sindaco di Firenze non è, suo malgrado, l’ombelico del mondo e, nonostante il suo delirio di onnipotenza e la sua ossessione per il protagonismo, siamo costretti a dargli una cattiva notizia - si legge in una nota congiunta del sindacato - Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl, e Uiltcus regionali, così come l’anno scorso, proclamano per il Primo maggio uno sciopero regionale, per l’intera giornata, per tutto il settore del commercio, in tutti i comuni della Toscana che hanno deciso unilateralmente di violare le norme vigenti in materia di codice del commercio regionale. 50mila firme di liberi cittadini a proposito vorranno pur dire qualcosa». A irritare il sindacato è anche la decisione di tirarsi fuori, con l’ordinanza, dal confronto in atto con la Regione dopo che il presidente Rossi aveva sollecitato un tavolo di concertazione per una revisione condivisa del codice del commercio, che tenesse conto di alcune festività civili e religiose escluse dalle aperture selvagge. Renzi, da parte sua, definisce «una scelta più coerente quella di scioperare non solo a Firenze, ma anche nelle altre città».
Replica il segretario fiorentino della Cisl Roberto Pistonina: «Chi a Firenze si sentiva perseguitato si rassereni, l’azione sindacale non è mai contro le persone, semmai contro le loro scelte. Lo sciopero proclamato da Fisascat, Filcams e Uiltucs pone l’esigenza di affrontare in modo costruttivo il tema della conciliazione delle esigenze del commercio e dei servizi da offrire ai turisti, con quelle dei lavoratori e delle loro famiglie». Ma la dichiarazione non basta a convincere il sindaco di Firenze che difende la sua posizione e precisa: «Continuo a dispiacermi perché avevamo la possibilità di trovare un accordo con i grandi magazzini del centro per liberare le commesse e non costringerle allo sciopero, è invece prevalsa una scelta diversa, i sindacati hanno proclamato lo sciopero e noi abbiamo dovuto rinunciare a questa possibilità di accordo». Renzi ribadisce, dunque, quanto detto martedì, e accusa il sindacato di avere impedito agli interinali la possibilità di lavorare grazie a un accordo con i magazzini del centro, al posto delle commesse, così da «far diventare il Primo maggio un giorno di lavoro per chi lavoro non ce l’ha».
Insomma, Renzi non demorde e spacca il centrosinistra. Con il presidente della Regione, Enrico Rossi, schierato sul fronte sindacale («Per me il Primo maggio si deve fare festa») che annuncia una legge in grado di annullare l’ordinanza comunale e il segretario regionale del Pd Andrea Manciulli che dice: «È giusto fare festa». Contro Renzi anche i giovani del Pd che per protesta hanno organizzato un flash-mob, mentre l’Idv ha affermato che «le commesse e i commessi non sono lavoratori di serie b e hanno tutto il diritto di non lavorare il Primo maggio». Sono con il sindaco rottamatore Confcommercio e anche Confesercenti, mentre per Don Giovanni Momigli «la privatizzazione della festa, lo sterilizzarla della dimensione comunitaria, svuota di fatto il suo senso declassandola a semplice tempo libero». (Fonte L'Unità 21.04.2011)

Pdl anti Colle e toghe: demolisce l'art. 1 della Carta
«Il Parlamento è sovrano, gerarchicamente viene prima degli altri organi costituzionali come magistratura e Consulta e presidenza della Repubblica». Dal Pdl arriva un nuovo attacco contro i giudici, ma anche contro il capo dello Stato, attraverso una proposta di legge per riformare l'articolo 1 della Costituzione ribadendo «la centralità del Parlamento nel sistema istituzionale della Repubblica». A depositarla due giorni fa è stato il deputato marchigiano Remigio Ceroni, esattamente il giorno dopo il comizio elettorale di Silvio Berlusconi a Milano, durante il quale il premier è tornato ad attaccare la magistratura.
«Visto che al momento non è possibile fare una riforma in senso presidenziale come vorrebbe Berlusconi - spiega Ceroni - per ora ribadiamo la centralità del Parlamento troppo spesso mortificata, quando fa una legge, o dal presidente della Repubblica che non la firma o dalla Corte costituzionale che la abroga. Occorre ristabilire la gerarchia tra i poteri dello Stato. Se c'è un conflitto, occorre specificare quale potere è superiore».
La legge, -  la bozza del testo depositata il 18 aprile alla Camera e non ancora pubblicato -  consta di un solo articolo: il comma 1 dell'articolo 1 della Costituzione è sostituito dal seguente comma: «L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro e sulla centralità del Parlamento quale titolare supremo della rappresentanza politica della volontà popolare espressa mediante procedimento elettorale». (Fonte L'Unità 20.04.2011)

Centrali a biomassa. Il no di Lugugnana. Previsti 3 impianti
Mentre anche i consiglieri provinciali della Lega Nord chiedono alla Regione di adottare al più presto il piano energetico, nel portogruarese continuano gli incontri per parlare di centrali a biomassa. «Nel solo territorio di Lugugnana - hanno ricordato gli organizzatori del comitato Annia Nuova - le centrali sono ormai tre: oltre a quella della Sigeco, i cui soci da Castelfranco Veneto hanno colto al volo le opportunità di fare a Lugugnana un business redditizio, con una centrale di 6 Mw, a combustione di sorgo e mais, coltivato in zona su circa 1.300 ettari, altre due centrali a biogas (realizzate rispettivamente da Barbisan e da Salmaso) sono in dirittura: entrambe di 1 Mw, a digestato, con prevalente utilizzo di mais. Oltre 2.000 ettari che complessivamente saranno sottratti alla produzione alimentare per essere bruciati e produrre, con l’elettricità, da una parte lauti guadagni per i promotori, dall’altra un prodotto finale che sarà costituito da ceneri, sterco e, soprattutto, da un pericoloso inquinamento e da un danno ed un degrado ambientale forse irreversibili». All’incontro hanno partecipato anche la giurista Teresa Lapis ed il dottor Mario Mazzuccato del Cro di Aviano. Numerosi cittadini hanno fatto presente che Lugugnana è un territorio martoriato, saccheggiato da decenni e ridotto a discarica. Molta preoccupazione solleva a tal proposito la presenza di percolato nelle falde freatiche, e da molti è stata richiesta un’indagine epidemiologica sulla popolazione. Un gruppo di agricoltori ha poi posto in evidenza: «La miopia di scelte politiche e di norme che consentono, in un territorio privo di boschi, perciò di biomasse naturalmente utilizzabili, che queste vengano prodotte artificialmente, coltivando fertili terreni agricoli per produrre sorgo o altro al posto di cereali, bruciando la terra per fare energia e soldi, anziché cibo». (Fonte La Nuova Venezia 20.04.2011)

Nucleare, stop del governo. Referendum a rischio?
Il governo, in Aula al Senato, ha recepito un emendamento presentato da Francesco Rutelli e ha di fatto manifestato l'intenzione di fermare, con una modifica al decreto omnibus, il 'piano nucleare', trasformando così la moratoria di un anno, annunciata dopo il disastro di Fukushima, in una cancellazione dei programmi per quello che riguarda la realizzazione di nuovi impianti.
L'esecutivo, con un emendamento presentato in Aula, ha proposto infatti «l'abrogazione di disposizioni relative alla realizzazione di nuovi impianti nucleari». Al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche, si legge nell'emendamento, «non si procede alla definizione e attuazione del programma di localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare». Secondo alcuni senatori, infine, l'emendamento avrebbe anche l'effetto di superare il referendum sul nucleare che incombe a giugno.
La marcia indietro mette a rischio il referendum: «Addio al referendum sul nucleare. Il Governo vigliaccamente toglie la parola agli elettori, portando in aula un emendamento al decreto omnibus che verrà votato tra oggi e domani che intende abrogare le disposizioni relative alla realizzazione degli impianti nucleari». È quanto dichiarano, in una nota congiunta, Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, senatori del Pd. E addio «anche alla moratoria di un anno- proseguono i democratici- perchè la procedura viene semplicemente sospesa sine die, in attesa forse di tempi migliori e sicuramente dopo avere aggirato l'ostacolo del referendum che avrebbe bocciato l'avventura nuclearista del Governo». Insomma, «la paura fa novanta e il Governo pavido preferisce far saltare il quesito referendario, nel fondato timore che la bocciatura degli elettori fosse la pietra tombale sull'assurdo e pericoloso ritorno delle centrali atomiche nel nostro Paese». Quella del governo, concludono Della Seta e Ferrante, «non è altro che una legge truffa in salsa nucleare, ma considerando che tutti i maggior Paesi si avviano a uscire dall'energia atomica, questo trucchetto è il definitivo harakiri dei nuclearisti nostrani».
«Per noi è una buona notizia, abbiamo ottenuto quello che chiedevamo, cioè l'eliminazione del programma nucleare che non garantiva sicurezza ai cittadini, alle imprese, ai territori». Lo afferma in una nota Raffaella Mariani, capogruppo del Partito democratico nella commissione Ambiente alla Camera, dopo lo stop annunciato dal governo alla realizzazione delle centrali nucleari, in termini che superano la moratoria già prevista dall'esecutivo, ma il rischio che ora dobbiamo combattere - aggiunge - è il subdolo tentativo del governo di delegittimare l'appuntamento referendario nel suo complesso, puntando a una bassa partecipazione: obiettivo che dobbiamo contrastare con tutte le nostre forze».
Anche Rutelli plaude:«Il governo fa marcia indietro sul nucleare». Lo dice il leader di Alleanza per l'Italia che si attribuisce il merito di aver presentato un emendamento per la soppressione del programma nucleare copiato dal governo. «L'esecutivo - spiega Rutelli - ha deciso di presentare un subemendamento che è identico a quello già presentato dai senatori di Api. Con la nostra proposta recepiamo il referendum abrogativo sul nucleare. Si mette fine così- conclude Rutelli- ad una illusione priva di presupposti economici e di garanzie di sicurezza, tanto più alla luce del disastro di Fukushima». (Fonte L'Unità 19.04.2011)

Nucleare, retromarcia del governo, Berlusconi ora ha paura delle urne.
La maggioranza vuole disinnescare a tutti i costi la tornata referendaria di giugno dove gli italiani saranno chiamati a pronunciarsi anche sul legittimo impedimento.
La paura del premier, in caduta libera nei sondaggi, è che il referendum possa trasformarsi in un voto contro di lui
Sul nucleare “il governo ha avviato una pausa di riflessione”. Parola di Giulio Tremonti che l’altro giorno, durante il Consiglio dei ministri, ha annunciato quello che in realtà già tutti sapevano. Che il programma di costruzione delle centrali nucleari è sospeso. Ora però è tutto scritto nero su bianco: non si deciderà niente riguardo alla localizzazione dei nuovi impianti fino al 2013.
Ma che cos’è che ha indotto il governo a fare marcia indietro su uno dei suoi punti chiave? L’onda emotiva provocata dal disastro di Fukushima? La posizione di Bruxelles sugli impianti, che, dopo il sisma in Giappone, è improntata alla massima prudenza? Anche. Ma ciò che più di ogni altra cosa ha spinto Silvio Berlusconi a rinunciare all’atomo è una valutazione politica in vista di due importanti appuntamenti: le imminenti elezioni amministrative e soprattutto il referendum dell’Italia dei Valori in programma a metà giugno.
Energia atomica e consenso elettorale, soprattutto quando si parla di voto locale, non vanno d’accordo. Chi voterebbe mai per un sindaco o un presidente di regione che ha in programma di costruire una centrale a trenta chilometri dalla propria abitazione? Nessuno. Tant’è che primi a suonare l’allarme sono stati proprio gli amministratori locali del centrodestra. Il giorno dopo lo tsunami in Giappone, quando Paolo Romani annunciava sicuro che sul nucleare “l’Italia non torna indietro”, a livello locale era una corsa a chi si smarcava prima dalle granitiche certezze del ministro. Dal Veneto del leghista Luca Zaia al Friuli Venezia Giulia governato dal pidiellino Renzo Tondo fino alla Lombardia di Roberto Formigoni era tutto un coro di “not in my backyard”. Che tradotto significa: il governo vada pure avanti con il suo piano, ma impianti a casa nostra non ne vogliamo.
Ma c’è di più. Il 12 giugno è in programma la tornata referendaria promossa dall’Idv che chiamerà gli italiani a pronunciarsi su quattro quesiti: due riguardano il No alla privatizzazione dei servizi idrici locali, uno il No al programma nucleare del governo e, in ultimo, il No al legittimo impedimento: la legge salva-processi fatta su misura per B, già parzialmente dichiarata incostituzionale dalla Consulta lo scorso 14 gennaio.
Il terrore di Berlusconi, con i sondaggi che lo danno in continuo calo, è che quell’appuntamento possa trasformarsi in un referendum su (o peggio contro) di lui. Il presidente eletto dagli italiani che identifica il consenso popolare come unica fonte di legittimazione. Ciò che teme il Cavaliere è che il quesito sull’atomo possa portare a votare il 50 per cento più uno degli aventi diritto. E’ già successo nel 1987, quando, dopo il disastro di Chernobyl, gli elettori sancirono l’uscita dell’Italia dal nucleare. E se il referendum di Di Pietro raggiungesse il quorum, è molto probabile che gli italiani rispediscano al mittente anche lo scudo giudiziario del premier.
Ma non sarebbe la bocciatura totale del legittimo impedimento a creare il vulnus principale per Berlusconi. Grazie al successo ottenuto alla Camera sul processo breve, il presidente del Consiglio è ad un passo dalla prescrizione del procedimento Mills e, in successione, da quello Mediaset e Mediatrade (e i parlamentari-legali del premier al Senato sono già al lavoro per metterlo al riparo dall’inchiesta sul caso Ruby). La cancellazione dello scudo salva-processi creerebbe al Cavaliere un problema politicamente molto più grave. La fine di quel patto con gli italiani da cui Berlusconi è convinto di poter trarre la legittimità per continuare a governare. E per giunta per mezzo di un referendum. Una macchia indelebile sul suo indice di gradimento e quindi anche sulle chance di continuare la legislatura. Soprattutto per un capo che ha costruito la sua immagine mediatica sul “perché così vuole il popolo”.
Ecco che allora l’ordine di batteria, all’interno del Pdl, diventa depotenziare in tutti i modi l’appuntamento. Con una serie di provvedimenti che fanno capire agli italiani che a mandare in cantina l’atomo ci ha già pensato l’esecutivo. E se le cose stanno così, il 12 giugno tanto vale andare al mare.
Una strategia chiara anche alle associazioni ambientaliste che in occasione della moratoria di un anno, sancita nel Consiglio dei ministri del 23 marzo, avevano parlato di “trappola, diversivo per salvarsi dal referendum e non mettere a rischio le elezioni amministrative”. Anche Greenpeace aveva sottolineato come la decisione del Cdm fosse “una foglia di fico con la quale l’esecutivo tenta di confondere le acque per dare a intendere ai cittadini che del referendum di giugno non c’è più bisogno.
Ora, con la sospensione del programma atomico italiano fino al 2013, secondo Berlusconi, gli elettori si dimenticheranno del referendum sul nucleare e soprattutto di quello sul legittimo impedimento. E così lui potrà andare avanti a recitare la parte del presidente più amato dagli italiani.
D’altro canto, la posizione dell’esecutivo sulla materia era già stata espressa dal ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo che, in un clamoroso fuori onda, confidava a Tremonti e Bonaiuti: “Non facciamo cazzate. Non possiamo mica rischiare le elezioni per il nucleare". (Fonte Il Fatto Quotidiano 15.04.2011)

Prescrizione breve, Napolitano: “Valuterò prima del voto in Parlamento”
Il Quirinale farà una verifica prima dell'approvazione finale del ddl, passato ieri alla Camera. Per il Pdl, è l'opposizione a fare pressione psicologica sul Capo dello Stato. Ma il Pd risponde: "In Senato non lo faremo calendarizzare, non è urgente"
"Valuterò i termini di questa questione quando saremo vicini al momento dell’approvazione definitiva in Parlamento”. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha intenzione di verificare gli effetti della prescrizione breve prima ancora del voto finale da parte del Parlamento. Questa la risposta del Capo dello Stato a chi gli chiedeva cosa pensasse delle preoccupazioni espresse dal Csm e dalle famiglie delle vittime della strage di Viareggio sul fatto che la legge possa fare saltare molti processi. La dichiarazione di Napolitano arriva da Praga, dove ieri ha incontrato il presidente della Repubblica Ceca, Vaclav Klaus.
Pronta è arrivata la risposta indiretta della maggioranza. “Il Quirinale è perplesso? Inizia la pressione psicologica sul Capo dello Stato”, ha affermato Jole Santelli, vicepresidente dei deputati del Pdl. ”L’opposizione pretende sempre che ad annullare la partita persa sia il Quirinale”, continua, “Non credo che il Presidente della Repubblica si presti al lavoro sporco che pretendono da lui”.
E in attesa di una mossa dal Quirinale, l’opposizione studia il contrattacco. ”Ho visto che cantano vittoria, in realtà è una vittoria di Pirro che pagheranno cara”, è la reazione di Pierluigi Bersani, segretario del Pd. A dettare il piano è però Anna Finocchiaro, presidente dei senatori Pd, che attende l’arrivo del disegno di legge al Senato, dopo l’approvazione di ieri alla Camera. “Non glielo faremo calendarizzare”, ha dichiarato la Finocchiaro, promettendo che l’opposizione metterà in campo tutti i mezzi di cui dispone. “Da ieri abbiamo iniziato a dire agli italiani che il processo breve passerebbe avanti a provvedimenti importantissimi per il Paese”, ha aggiunto la senatrice Pd, “Non c’è nessuna ragione per la quale questo provvedimento passi avanti ad altri ddl che sono prioritari. Non è possibile e non glielo faremo fare”. Finocchiaro si riferisce in particolare al ddl anticorruzione e ai provvedimento per il contrasto alla criminalità organizzata, che contengono norme importanti come quelle sulle dichiarazioni dei pentiti, in materia di antiriciclaggio e il concorso esterno in associazione mafiosa. “E poi, come dice l’onorevole Paniz”, ironizza la Finocchiaro, “Non si tratta di una norma che serve a Berlusconi. Quindi che problema c’è?, Che urgenza c’è?”. (Fonte Il Fatto Quotidiano 14.04.2011)

Appalti e tangenti in Puglia, l'inchiesta tocca il Pd nazionale
Gli affari sospetti nel settore della sanità raccontati dall´imprenditore Tarantini. Già indagati due ex assessori della giunta Vendola. Le intercettazioni verranno depositata oggi integralmente dalla Procura nell'udienza al tribunale del Riesame che dovrà decidere sulla posizione di Tedesco
Una nuova bufera giudiziaria potrebbe presto abbattersi sul mondo politico e imprenditoriale pugliese. Sta per chiudersi l'ultima tranche dell'indagine nata nel 2008 sull'imprenditore della sanità Gianpaolo Tarantini. Un'inchiesta che nel 2009 portò per la prima volta a scoprire il giro di escort che frequentavano le residenze del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Ma che ha anche scoperchiato un giro di mazzette e appalti truccati attorno al mondo della sanità. E' questo secondo filone che starebbe ora per chiudersi, coinvolgendo una serie di politici locali e nazionali di primo livello del centrosinistra. In particolare del Partito democratico.
L'indagine - condotta dai sostituti procuratori Eugenia Pontassuglia, Ciro Angelillis e Giuseppe Scelsi - parte dalle dichiarazioni di Tarantini. Ma, grazie al lavoro attento della Guardia di finanza, è riuscita a ricostruire in più di un anno e mezzo di indagine una fitta rete di interessi di gruppi imprenditoriali che lavoravano con denaro e incentivi pubblici grazie all'appoggio di alcuni politici. Emblematica, per raccontare il sistema, è l'intercettazione ambientale del 21 gennaio del 2009 tra Tarantini, l'ex direttore generale della Asl di Bari, Lea Cosentino, e gli imprenditori Cosimo Catalano, Rino Metrangolo ed Enrico Intini, tutti vicini al centrosinistra. Si parlava di un appalto da spartire che la Asl di Bari stava per bandire e Tarantini come al solito aveva le idee chiare: "Rino, il problema sai cos'è? Che chi romperà i coglioni... chi può rompere i coglioni sono: o Alberto (Tedesco, il senatore del Pd per cui è stato chiesto l'arresto-ndr), se non si parlano, e con Alberto parla Enrico, o Cascina per il fatto della luce ed il gas, e ci parla Enrico, o gli altri che ora sono... Chi sono: il Cns (il Centro nazionale servizi-ndr) e chi sta? Il Cns che non è un problema, e Tre Fiammelle; ma Tre Fiammelle è un fornitore (diciamo così) locale che non è che ha tutte queste capacità di... e non è neanche il tipo che va a fare l'esposto in Procura piuttosto che la lettera a "La Gazzetta", non è assolutamente il tipo".
Ancora più espliciti quando si tratta di dover decidere come spartirsi un appalto. "Sì, facciamo tre lotti come dicono tutti, poi uno a te, uno a te e uno a te, e li dividiamo tutti". E riferendosi ad alcune imprese, l'imprenditore dice ancora: "Io so solo che li vuole Alberto dentro per forza! Secondo me, bisogna sentire almeno Mario Loizzo (ex assessore della giunta Vendola in quota Pd-ndr) e almeno Alberto Tedesco". Tarantini insiste: "Ma tu non puoi parlare con Alberto e Mario e dire: "Senti, con questi qua dobbiamo fare queste cazzo di tre cose, come dobbiamo fare, chi dobbiamo portarci dentro?" Poi ve le dividete... cioè: per assurdo, facendo che in tre capogruppo, no?... Siete tu, lui e diciamo... ".
Questa intercettazione verrà depositata oggi integralmente dalla Procura nell'udienza al tribunale del Riesame che dovrà decidere sulla posizione di Tedesco. La Procura ha infatti chiesto che venga riconosciuta l'associazione a delinquere nei confronti del senatore del Pd. Mentre l'ex assessore regionale alla Sanità ha chiesto che venga annullata la richiesta di carcerazione a suo carico. Non sono ancora chiari i tempi invece sulla seconda tranche dell'inchiesta: certo è che la polizia giudiziaria ha concluso la sua indagine. Nell'occhio della Procura, guidata da Antonio Laudati, non ci sarebbero però soltanto gli interessi sulla Sanità. La politica avrebbe utilizzato metodi simili per gestire anche altri business, primo tra tutti quello sull'eolico e sul fotovoltaico: l'inchiesta ha dimostrato che persone vicini a gruppi politici avrebbero creato società ad hoc per accedere ai finanziamenti (Fonte La Repubblica 14.04.2011)

“Troppi libri di testo comunisti”. Il Pdl chiede una commissione d’inchiesta
La proposta di Gabriella Carlucci e altri 18 parlamentari del Pdl. Il ministro Gelmini: "Il problema esiste". Le opposizioni: "Vergognoso e patetico"
Nelle scuole italiane ci sono libri di storia “troppo comunisti”. Perché esaltano il valore di alcune figure della prima Repubblica come De Gasperi e Togliatti. Per questo Gabriella Carlucci e altri 18 parlamentari del Pdl hanno presentato un disegno di legge per la costituzione di una commissione d’inchiesta “sull’imparzialità dei libri di testo scolastici”.
La parlamentare ex presentatrice spiega così la sua iniziativa: “C’è da salvaguardare la libertà di insegnamento, un valore sacrosanto – dice – ma c’è anche da salvaguardare il diritto degli studenti a ricevere un’istruzione corretta e non faziosa. Tutto il contrario di quel che si legge in molti volumi scolastici italiani”. La Carlucci cerca di documentare gli elementi di faziosità riscontrati: “Proviamo a sfogliare qualche libro di testo. La storia di Della Peruta-Chittolini-Capra, edito da Le Monnier, descrive tre personaggi storici: Palmiro Togliatti, ‘un uomo politico intelligente, duttile e capace di ampie visioni generali’; Enrico Berlinguer, ‘un uomo di profonda onestà morale ed intellettuale, misurato e alieno alla retorica’; Alcide De Gasperi, ‘uno statista formatosi nel clima della tradizione politica cattolica’”. Le altre citazioni riguardano testi di diverse case editrici tra cui la stessa Mondadori. Una raccolta di passaggi che tendono a mettere in evidenza “la gravità della questione”.
“È per questo – aggiunge la Carlucci – che con questa proposta di legge avanziamo l’istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta volta ad accertare e a porre fine a questa situazione a dir poco vergognosa. Non si può, ancora oggi in un Paese che tutti definiscono libero, esercitare un indottrinamento del genere. Indottrinamento subdolo e meschino perché diretto a plagiare le giovani generazioni dando insegnamenti attraverso una visione ufficiale della storia e dell’attualità asservita a una parte politica”.
All’opposizione questa iniziativa non è piaciuta. “La richiesta avanza dal Pdl per bocca della deputata Carlucci è vergognosa e da rispedire al mittente – ha subito commentato Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd nella commissione Cultura della Camera -. Con l’intenzione presunta di rendere la storia neutra si vuole di fatto istituire una commissione d’inchiesta che nulla avrebbe da invidiare al Minculpop. Siamo all’uso della storia come clava nell’agone politico e al tentativo politico di imporre una verità storica compiacente. Per questo si arriva addirittura alla lista di proscrizione dei testi di autorevoli storici che hanno la ‘colpa’ di definire De Gasperi ‘uno statista formatosi nel clima della tradizione politica cattolica’. E’ chiaro l’intento politico revisionista e l’azione intimidatoria nei confronti della libertà di ricerca storica e di insegnamento”.
Gli fa eco Pierfelice Zazzera dell’Idv: “La proposta di legge per l’istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta sull’imparzialità dei testi scolastici è un patetico e maldestro tentativo di revisionismo strisciante che respingiamo al mittente. All’instancabile onorevole Carlucci ricordiamo che la nostra costituzione sancisce un’Italia repubblicana, fondata sul lavoro e sulla resistenza alla dittatura nazifascista. Chi getta fango sulle istituzioni e sul nostro Paese è questo presidente del Consiglio che non ha più nessuna credibilità sul piano internazionale e che prende in ostaggio un intero parlamento per sfornare l’ennesima legge ad personam”.
In soccorso della Carlucci viene il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini, secondo cui il problema esiste: “Penso che, in generale, nei libri di testo non debba entrare la politica ma una visione oggettiva dei fatti e soprattutto degli eventi storici”, dice il ministro secondo la quale andrebbero evitate “letture interessate di parte e cercare di consentire ai ragazzi di esercitare la propria formazione su libri di testo che siano indipendenti e rispettosi della veridicità storica degli accadimenti. Non posso disconoscere il fatto che, per esempio, alcune questioni come quella delle Foibe, molti libri di testo non la trattino o venga relegata a poche righe mentre in alcuni libri anche tutto il Risorgimento è trattato per sommi capi”. Per questo la proposta sulla Commissione di inchiesta “la valuteremo. Poi il Parlamento è sovrano. La commissione Cultura e Istruzione tratterà questo tema”. (Fonte Il Fatto Quotidiano 13.04.2011)

Raddoppiare i contributi